Un indimenticabile Macro-Couloir

Poco a poco il giorno muore, il cielo si fa scuro e dobbiamo fermarci per estrarre le torce frontali dagli zaini. Questa sosta suona persino strana, suona quasi come una resa che tuttavia non è ciò per cui stiamo optando; è il primo istante della giornata in cui cessiamo di avere fretta. Il silenzio della sera ci divora. Con l’occasione tiro fuori una tavoletta di cioccolato da dividere con i compagni; è la prima cosa che mettiamo sotto i denti dopo la colazione, ma fino ad ora siamo stati troppo impegnati per avere fame o sete. Apprezzo smisuratamente questa sorprendente capacità del nostro corpo di adattarsi alle situazioni: comprende, senza dovergli fornire spiegazioni, dalla testa partono tutti gli impulsi necessari alla perfetta coordinazione di tutte le parti. Seppure a molti sembrerà innaturale io sono molto affascinata da questa che definirei una disciplina. Cioè, non siamo propriamente nati così, ma la nostre scelte ci hanno portati a diventare così. Resilienti. Ostinati. Per quanto mai come i nostri predecessori, mitici, tanto da sembrare appartenere ad una razza ormai quasi estinta. E’ come se il nostro alpinismo, la nostra ricerca, richiedesse intrinsecamente una forma di ascesi. Le due cose non riescono ad andar separate. Per ore ed ore riusciamo a dimenticare i bisogni primari e i pensieri ordinari, così come l’individualismo che ci caratterizza nel quotidiano: siamo una cordata. E adesso torniamo a casa, insieme.

Siamo scesi a passo sostenuto per coprire quanta più strada possibile con la luce. Ci è sembrato saggio escludere la via per la quale avremmo dovuto scendere, un canale con pendenze sui 45°-40°, perché la tormenta delle ultime ore non ha fatto che aumentare gli accumuli di neve inconsistente, così stiamo facendo il “giro largo” per pendii più sicuri, passando per i Laghi Blu per poi ricalcare pressapoco l’itinerario di un sentiero estivo fino a valle, dapprima seguendo la logica e individuando alcuni cartelli che sbucano dal manto nevoso, aiutati ora nel buio dal supporto di una traccia gps.

La mattina, considerate le diverse previsioni meteo lette il giorno prima, eravamo ottimisti, il cielo era sereno e l’alba dolcissima. Avevamo lasciato l’automobile nel punto in cui è chiusa la strada che percorre tutta la Valle Varaita fino al Colle dell’Agnello, e ci eravamo incamminati alla luce delle torce. Sul fare del giorno eravamo ormai vicini alla base della nostra montagna, la Rocca Bianca (3064m), la cui parete nord-est è solcata da due interessanti vie di ghiaccio, una – la nostra – il Macro-couloir (prima salita il 31 dicembre 1987 da parte di G.C.Grassi, A.Siri, M.Piras, P.Heim, P.Masculier, B.Bouckaert e T.Danville), l’altra la Goulotte degli Apostoli Marrani (prima salita il 27 marzo 1988 ad opera di S.Rossi, A.Siri, G.Tomatis, M.Ariaudo). Entrambe solcano la parete fino alla cresta sommitale per circa 500 metri con lunghezze di ghiaccio che raggiungono la piena verticalità, a volte fragili e sottili. Alcuni tra amici e conoscenti erano già venuti qui nell’ultimo mese e ci avevano restituito relazioni positive. Dopo aver saputo che l’ultima perturbazione non aveva posato che pochi centimetri di neve in valle, speravamo di poter avere anche noi la nostra occasione di salire.

Al cospetto della nostra parete
Preparativi per la partenza accarezzati dai primi raggi del sole
I primi metri nel canale

Così eccoci all’attacco del canale, salendo dapprima slegati per ripidi pendii nevosi fino ai primi salti di ghiaccio. Un po’ di vento inizia a soffiare dal confine, sferzando i pascoli vallivi, e una copertura si affaccia all’orizzonte. Non passa molto tempo che qualche timido fiocco di neve inizia a danzare nell’aria fredda, ancora alternato a raggi di sole. Le previsioni più negative prospettano solo un vago nevischio, in disaccordo con altre più rosee. Per un momento meditiamo sulla possibilità di scendere costruendo degli abalakov e andando via rapidi con un paio di corde doppie. Rincuorati dalle altalenanti schiarite e dalle condizioni della via decidiamo di continuare.

La prima sezione di ghiaccio
Le condizioni meteo traballano. Si vede ancora in lontananza nel fondo valle il lago di Pontechianale… Ma non resisterà a lungo.

La Montagna ci ha appena stretto tra le sue gelide pareti, chiudendoci in un incantesimo che da valle – dove perdura il sole – gli altri, spensierati, non immaginano. Man mano che proseguiamo nella scalata la nevicata si infittisce e le raffiche di vento si rafforzano. Alla fine ci oseremo a chiamarla tormenta, soprattutto quando, sbucando in cima, per qualche istante fantasticheremo ironicamente sull’essere finiti in Patagonia. Magari sulla cornice finale c’era un portale spazio-temporale?

Fino a quel magico momento in cui finalmente vediamo per l’appunto la cornice di cui ci era stato raccontato, non resta che perseverare e tener duro. In sosta si trema per il freddo, ma ci diciamo vicendevolmente che ciò è normale e razionalmente sopportabile, ci facciamo forza a l’uno con l’altro e si prosegue senza che si spenga l’entusiasmo. Da un determinato momento in avanti è stato chiaro che la via d’uscita più semplice fosse la salita, per cui l’obbiettivo va perseguito. L’ultimo tiro di ghiaccio, costituito da una sorta di stalattitino dal quale si esce con un passetto di misto, è il più impegnativo della salita, ma è breve; dopo di esso proseguiamo ancora nel canale e restano da affrontare due tiri con qualche passaggio di misto, in traverso verso sinistra. Qui troviamo l’unica sosta attrezzata di tutta la via, ci sono tre chiodi ed un cordone. Ancora qualche metro, passiamo sotto la cornice, siamo fuori.

Il sole è un ricordo lontano
A pochi metri dall’ultima sosta
Ultimi passi sotto la cornice che sporge dalla cresta sommitale, incalzati dal vento e dalla neve

Piegati dietro un masso e incalzati dal forte vento, per la prima volta in tutta la giornata ci soffermiamo a guardare l’ora: è tardissimo. I tanti tratti di neve inconsistente ed il maltempo ci hanno rallentati più di quanto immaginato. Già durante i lunghi minuti trascorsi nelle ultime soste abbiamo ragionato insieme sulla discesa. Il canale sarebbe più veloce ma non ci fidiamo. Così iniziamo la nostra lunga marcia verso valle, ma questa storia forse già la sapete… Nonostante tutto, una volta fatto ritorno, è stato impossibile non concordare sull’aver vissuto un’esperienza intensa, bella, formativa e sicuramente indimenticabile!

Discesa passando per i Laghi Blu… Poco a poco la luce si fa flebile…

Il Macro-couloir è considerato una delle più belle e complete salite invernali della Valle Varaita. Magari un giorno ci torneremo con il sole. Ci è rimasta la curiosità di andare a provare anche la goulotte vicina, gli Apostoli Marrani, ma in questo momento non sappiamo quando sarà possibile perché le condizioni secche di cui abbiamo approfittato sono finite con la copiosa nevicata dei giorni scorsi. Ma com’è per noi così naturale ed inevitabile, continuiamo a sognare ed agire in modo che un giorno il sogno si trasfigurerà in un’altra giornata condivisa fino in fondo, legati ai capi di una corda tra le nostre meravigliose montagne.

Ancora qualche immagine di alcuni momenti della salita. Qui nella parte alta, penultimo tiro di ghiaccio.
I risalti ghiacciati sono intervallati da ripidi tratti nevosi
Il tiro chiave della via
La Montagna ci ricorda la sua natura severa.

Una goulotte fuori programma

La settimana trascorre nella sua solita tranquillità apparente, ma noi sotto sotto, come sempre, già stiamo sognando giorni di rinnovata libertà cercando nuove mete tra le nostre amate montagne. Nonostante le condizioni paiano strane e non ideali, abbiamo fin troppe idee per il tempo disponibile a realizzarle. Inizialmente non consideriamo di tornare nel Vallone di Vallanta, al quale abbiamo fatto visita sul finire dell’anno per Santa Toppa, una bella via di ghiaccio e misto sul Triangolo della Caprera, ma tutta una serie di vicissitudini fanno sì che la cordata formata da me e Tomasz sia diretta verso la classicissima Goulotte del Triangolo. Una cordata guidata dall’amico Andrea viaggerà in parallelo a noi, sulla via percorsa in dicembre, le cui condizioni sono però già rapidamente mutate. Sarà sempre Andrea a renderci possibile questa salita, aiutandoci ad integrare il nostro corredo di viti da ghiaccio ancora incompleto e dandoci degli ottimi consigli prima della partenza.

La nostra goulotte, che si forma principalmente per lo scioglimento della neve autunnale, è stata provata dalle temperature spesso alte e dai tanti passaggi delle ultime settimane in cui è stata letteralmente presa d’assalto, forse perché una delle poche linee di ghiaccio in buone condizioni nel periodo. Nonostante qualche tratto in cui già affiorano le rocce e altri in cui il ghiaccio non è che un sottile strato vetroso e precario, la linea è ancora ben percorribile e ci divertiamo a inseguirne l’elegante logicità.

La goulotte del Triangolo fotografata durante l’avvicinamento

Decidiamo come d’abitudine di partire molto presto, correndo su per la valle nera, poi percorrendo il sentiero d’avvicinamento con le torce frontali e giungendo alla base degli ultimi pendii con le prime luci del giorno. Siamo i primi, solo noi e la Montagna. Qui, nell’immenso silenzio, lo spettacolo della natura, per quanto sembri ripetersi simile ogni mattina, è superbo: la luce dapprima avanza all’orizzonte, per poi esplodere pitturando di rosa, rosso, arancio e d’oro le creste e le vette. Con tanta bellezza la nostra capacità di stupirci continua a rinnovarsi. Tuttavia il nostro cammino alla ricerca di ghiaccio da scalare ci porta a cercare freddo e ombra, e per molto tempo osserveremo la danza del sole di lontano, senza la fretta di unirci ad essa. Intanto vediamo comparire nel vallone la cordata di Andrea, che salutiamo con grandi gesti delle braccia.

Le prime luci del giorno nel vallone di Vallanta

Prima di partire ci fotografiamo sorridenti mentre sto per salire i primi metri di ghiaccio, a cui non voglio rinunciare per la troppa curiosità di verificare immediatamente le condizioni. Si intravedono tanti fori delle viti dei precedenti salitori e non sempre sono del tutto soddisfatta della mia chiodatura, ma posso proseguire ragionevolmente tranquilla verso la prima sosta. Giunta qui realizzo che tutto potrà andare per il meglio e accolgo con entusiasmo il compagno che mi raggiunge.

Pochi istanti prima della partenza, un ultimo sorriso
Primi passi nella goulotte
Tomasz a pochi metri dalla prima sosta

Proseguiamo a tiri alterni. Il momento più bello lo vivo sul tratto più ripido, sul terzo tiro: mi sento in armonia con la materia effimera alla quale mi congiungo tramite le punte dei ramponi e delle piccozze, la corda placida sotto di me e sopra la mia testa il futuro, ma nell’istante presente ho una piena consapevolezza del mio respiro, tace ogni pensiero esterno e sono in pace; coesistono la coscienza dell’errore e delle sue conseguenze e la necessità e la certa volontà del compimento, senza umane parole. Giunta in sosta, autoassicurata, guardo indietro, il salto appena superato più non si vede e il mio occhio corre rapido fino al fondo valle. E’ tutto tremendamente giusto.

Tomasz sul secondo tiro
Con una cordata di inseguitori alle spalle, percorro anche io la seconda lunghezza
Un momento in sosta e si riparte per il terzo tiro
In uscita dal terzo tiro

Superato ancora un tratto in condizioni più ostiche e delicate, senza far cadere l’attenzione, seguiamo l’invito aperto verso la cima: continuiamo così nel canale nevoso che segue, caratterizzato da una strettoia a 75°. Nell’ultima parte della salita ci accarezzano i raggi del sole e sul colletto ci sferza il vento freddo. La cima del Triangolo è a pochi passi. Il panorama si dispiega vasto intorno a noi, tra profondi valloni, canali, colatoi, vette innevate, valli più distanti.

Terminata la goulotte ci immettiamo nel canale sovrastante, che percorreremo per circa 150 metri fino al colletto presso la vetta
Giungendo al colletto
La piccola cima del Triangolo, sulla quale ci arrampicheremo per trovare il primo ancoraggio ed iniziare la discesa in corda doppia

Non è né presto né tardi, ma non temporeggiamo e ci apprestiamo alla lunga successione di calate in corda doppia sulle calde placconate del Triangolo, un altro viaggio. Non siamo velocissimi: dobbiamo infatti ricercare le soste a noi sconosciute, che spesso tendono a mimetizzarsi – un po’ arrugginite – sulla roccia; nel processo ne saltiamo una e devo risalire per un tratto.

Dopo la prima calata su grossi blocchi facendo attenzione a non incastrare le corde, ci prepariamo alle successive calate, più lineari
Belle doppie sulle placche del Triangolo
Le altre cordate in discesa, sospese tra luce ed ombra

Giunti al fondo vediamo sbucare dalla fascia di tetti che incide la parete i nostri amici e un’altra cordata: si calano sul filo tra luce e ombra, poi tutti ci inabissiamo giù nel giorno invernale che si eclissa rapido, terminando tra i boschi nuovamente alla luce della torcia frontale, rimanendo immersi in un sogno libero fino alla comparsa delle luci della civiltà.

Un rosso arrivederci

Ephemĕrus: inizio di stagione

Giorno dopo giorno la luce si è affievolita ed è tornato l’inverno sulle nostre montagne, per quanto fino ad ora sia stato avaro di neve, secco e mai eccessivamente freddo, con alcuni momenti di grande inversione termica.  Verso metà dicembre sono giunge le voci delle prime salite su ghiaccio della stagione e così siamo tornati a risalire anche noi la Valle Varaita alla ricerca di qualcuna di quelle effimere linee gelate, per riprendere la pratica e, per me, l’apprendimento dei segreti di questo mondo che tanto mi affascina fin da prima che iniziassi a dedicarmi seriamente all’arrampicata.

Le prime cascate dell’anno sono state Valeria (D, III/3) e il Salto dei Pachidermi (TD-, III/4), situate sopra Chianale, in un quietissimo giorno in cui nessuno abbiamo incontrato ed il silenzio della Montagna era onnipresente compagnia. Scalare su queste difficoltà non elevate (3/3+) mi è di grande giovamento. Scarto con anticipo il mio personalissimo regalo di Natale, se così vogliamo chiamarlo: un bel paio di scarponi ramponabili che mi permettono di utilizzare i ramponi automatici dello stesso amico di cui già iniziai l’anno scorso ad utilizzare le piccozze.  Tutte le percezioni sono leggermente differenti. Mi riempiono il cuore di gioia la compagnia, il supporto, gli insegnamenti ed i consigli di chi è con me.

Il Salto dei Pachidermi

* * *

L’anno volge al termine e mi preparo ad una nuova avventura in cordata con Andrea e Tomasz. Saliamo nel Vallone di Vallanta (Valle Varaita) alla ricerca di una linea di rara formazione, avvistata da amici e su recenti fotografie scattate da chi ha percorso la Goulotte del Triangolo al Triangolo della Caprera: è Santa Toppa (TD+, III/3+/M5, 220m). Si tratta di un’esilissima e sottile goulottina che solca come una vena le grandi placche di gneiss del Triangolo, con alcuni passaggi di misto. La troviamo in stato di grazia: c’è persino più ghiaccio che durante la prima salita, risalente al 2012. Qui iniziamo a scaldare i motori: l’esperienza è a dir poco fantastica!

Andrea sul traverso nel secondo tiro di Santa Toppa, appena prima del passaggio di misto più impegnativo.
Mentre Tomasz è in azione si può apprezzare quanto la goulotte sia stretta e esile: è il trionfo dell’effimero!
Sono felice come una pasqua, qui in arrivo alla seconda sosta della via.

* * *

All’anno nuovo la scelta delle destinazioni è piuttosto ristretta: giorni molto caldi e la forte inversione termica hanno bloccato la formazione delle cascate e rovinato le condizioni sulle linee già sufficientemente formate; le poche salite appetibili sono prese d’assalto. Si torna ancora in Valle Varaita, questa volta del Vallone di Bellino, dove finalmente posso vedere da vicino l’anfiteatro di Ciabriera, sopra al Pian Ceiol. In passato avevo sperato di venire a scalare qui ascoltando i racconti dei ghiacciatori di ritorno al rifugio Melezè, dove per qualche combinazione della vita mi sono ritrovata a passare alcuni pomeriggi solitari. Tanti parlavano del Limo Nero (200m, D/D+, III/3+): proprio qui siamo diretti anche noi. Giungendo in vista della bella cascata tuttavia, pur essendo un giorno feriale, notiamo subito numerose cordate già in azione, qualcuna in fuga sulla vicina Black Marasma, altre in ritirata. Improvvisamente il morale è profondato. Un po’ rassegnati continuiamo ancora per un tratto e giunti all’attacco, i quattro ragazzi torinesi  davanti a noi ci sorprendono grandemente, invitandoci a passare prima noi. In tutta la giornata non ci siamo mai disturbati con le altre cordate e anzi, abbiamo solo incontrato persone gentili, tranquille e ben disposte. Quella che al mattino sembrava profilarsi come una giornata infernale è finita in grande allegria e in compagnia davanti ad un té caldo con gli scalatori conosciuti sul ghiaccio poco prima. Ancora una volta la fortuna è stata al nostro fianco!

Avvicinamento verso Limo Nero, sulla destra spicca la bella Rocca Senghi
L’anfiteatro di Ciabriera
Limo Nero nel sole mattutino

Nel frattempo ho recuperato una buona abitudine: scrivere su carta. Ho ricominciato ad annotare qualche riga su un quaderno di carta, anche se mi manca molto la mia vecchia penna stilografica a inchiostro nero. Da quando si ruppe smisi di scrivere! Il tempo a disposizione non è moltissimo e quindi le mie parole sono poche e spesso sintetiche, però sono contenta.

Anche qui non ho più pubblicato nulla e con queste righe torno a raccontare qualche cenno delle nostre peregrinazioni alpine. Ho dedicato un po’ di tempo alle relazioni di qualche via e ne è rimasto poco per trascrivere su carta le riflessioni, che talvolta temo possano essere noiose e ripetitive. Vivo molto il momento presente, le giornate sono intense, piacevoli le compagnie: tutto ciò mi rende felice e credo possa venir prima del resto. Presto continuerò a raccontare, lo prometto: la ricerca dell’effimero continua con grande entusiasmo!

Mistero e… gioia

Con molte probabilità l’ultima uscita su cascata di ghiaccio della stagione, una grande gioia inaspettata. Avevo parlato della prima, nel frattempo sono accadute molte cose… Finalmente arrivo a casa e scrivo di getto. Non capitava da un sacco di tempo.

Valloriate, 25 marzo 2018

L’idea di tornare una terza volta nella stessa stagione a Pineta mi turba un po’, temo la noia come un mostro che possa divorarmi concretamente pezzo a pezzo senza pietà. Domenica delle Palme, la Valle Varaita è muta in un mattino pallido, lattiginoso. Andrea, Tomasz ed io. La goulotte, così familiare, ci accoglie come un caldo utero materno, ma è quando alzo gli occhi all’anfiteatro che la giornata inizia a prendere un’altra piega. Ghiaccio ovunque, azzurro, invitante, abbondante.

IMG_9047
Nella goulotte

La cascata centrale mi incute ancora un po’ di timore reverenziale, mi rigurgita addosso frammenti di ghiaccio mentre ai suoi piedi attendo il mio momento. Niente doccia fredda oggi. Il risalto roccioso poco sotto è interamente coperto di ghiaccio, finalmente lo possiamo attaccare direttamente per poi quasi correre contro il muro finale, sempre così dritto, seppur molto lavorato, ricco di invitanti anfratti e appoggi. Sì, è ancora fatica, ma è un altro salire, questa volta si uscirà con un’altra ottica, è un’altra sensazione, così diversa dalla prima, così diversa dalla seconda. Saliamo, scendiamo. L’eccitazione aumenta: oggi ci sono altre cascate da affrontare.

IMG_9080
Fiammetta e Mistero
IMG-20180325-WA0030
In fronte, Cespuglio e Fantasma

A sinistra sono ben formate Fiammetta, un po’ più appoggiata, e la severa candela di Mistero. Il primo tiro non ci oppone enormi difficoltà, per quanto il traverso finale verso sinistra, fino a raggiungere una gelida cengetta ai piedi della candela, sia delicato e un po’ adrenalinico. La sosta è un piccolo paradiso sospeso in cui trascorrerò molti minuti tra emozioni, quiete e pensieri vagabondi come lembi di nubi lontane.

IMG-20180325-WA0022
Su Fiammetta

Il cielo è terso, i pendii in fronte assolati, la gente laggiù scia baciata dal sole; qui, nell’ombra canticchio e mi muovo per tenermi calda finché tocca a me. E’ dura, continuo ad arrampicare da secondo di cordata ma la cosa non mi cruccia, ho presto un gran male alle braccia, ma mi ritrovo a scherzare e a riconoscere un’ondata di felicità che non provavo da tempo pervadermi.

IMG-20180325-WA0025
Quasi in cima a Mistero

Gli alberi che si affacciano in cima alla candela sembrano lontani, ma Andrea mi incoraggia, mi sento forte, per quanto non come vorrei, eppure abbastanza, e continuo a salire. Salgo, poco a poco, poco a poco, ma arrivo in cima. Un’euforia controllata, un calore dolcissimo. Sono felice, sono davvero felice.

Sotto di noi c’è un grande vuoto, esiste e non esiste contemporaneamente. La mia mente riesce ad escluderlo, farmi salire serenamente, fiduciosa della corda tra le mani dei compagni di cordata. Già da tempo amo questa sensazione, uno stato di coscienza che si rende incredibilmente non disturbante. Il vuoto non esiste ed io invece esisto come una fiamma ardente, stanca ma ostinata. Se esiste lui, concreto, un baratro, fino in fondo, il volo, reale, allora non esisto più io. Siamo i due opposti che si sfiorano come asintoti, fino all’estremo, ma senza il contatto finale, fatale. Mi muovo su di esso trattenendo il corpo addossato al ghiaccio con quel magnete che sta tra le ossa del mio bacino, ed esso accarezza le mie spalle, la mia schiena che ogni tanto si rilassa sull’aria, trattenuta dalla corda amica, oppure quando devo allontanarmi dalla parete per posizionare i piedi. Poi il tuffo finale- la discesa in corda doppia – tra le sue braccia fattesi innocue, fino a riportare i piedi ora quieti sulla sua neve, al contempo vedendolo scomparire nel cielo che si affaccia alla cornice di questo nostro piccolo mondo. Porto a casa la felicità. Una giornata perfetta.

IMG_9056

I miei due fantastici compagni d’avventura, Andrea e Tomasz, in azione su Mistero…

IMG_9070IMG-20180325-WA0029

E quel sorriso finale che salta fuori, nonostante la fatica, piccolo indice di come mi sentivo e mi sento dentro…

IMG-20180325-WA0000

Per una cascata di ghiaccio (e non solo)

Nella notte sognavo una cascata di ghiaccio, a tratti mi svegliavo e rimanevo a pensare, ad ascoltare i muscoli che riposanono mentre la mente continuava a far baccano. Ed era buio ogni volta che aprivo gli occhi.

Pronti alla partenza!

Forse sto lenendo i sensi di colpa per non aver fatto molti progressi alpinistici negli ultimi cinque anni: in questo lasso di tempo infatti ho letteralmente dovuto imparare a sopravvivere, ho dovuto scoprire di colpo il mondo dei cosiddetti adulti e farmelo andar bene, che tanto indietro non si sarebbe mai tornati e la vita non avrebbe concesso molti favori. Ho imparato a gestire casa da sola, ho frequentato l’università, ho viaggiato, ho appreso ad autoprodurre molte cose, ad allevare gli animali, a coltivare l’orto, a ballare, ho cercato di costruirmi un lavoro e intanto ne facevo altri, saltuari e sempre miseri. In entrambi i casi lavoravo tante ore e non guadagnavo mai niente. Per un periodo ho provato a portare in giro curriculum, senza risultati. Ho imparato a tirare la cinghia in modi in cui non avrei mai pensato riuscendo ad essere felice comunque, pur sperando che le cose andassero meglio. Ho passato un inverno scaldandomi poco e tenendo spenta la luce, usando le candele tutto dove si poteva. Ho imparato a gestire gli attacchi d’ansia fino a farli sparire. Ho imparato a gestire la solitudine continuativa. Mi sono ostinata a voler rimanere a vivere nella mia casetta in montagna nonostante ci fossero alternative forse più allettanti… ma non per me. Tuttavia, se l’anno scorso sembrava che ci fosse speranza per il mio artigianato, quest’anno il mercato disastroso e l’assottigliarsi ulteriore delle risorse mi hanno convinto definitivamente a prendere un’altra strada. La depressione mi ha nuovamente braccato per mesi. Il senso di fallimento mi mordeva dentro e niente lo metteva a tacere. Ancora sta lì a far capolino di tanto in tanto.

Nel frattempo si muoveva qualcos’altro, già da un po’. Potevo già comprarmi di tanto in tanto qualche vestito nuovo, un paio di scarponi e dei ramponi nuovi a Natale con i soldi donati da mia madre e da mio nonno. Dell’altro nonno recuperai la vecchia picozza che se ne stava sotto il letto e iniziai a salire per i canali innevati. Mi pagai un abbonamento alla palestra di arrampicata. Poi finalmente un’anima pia iniziò a portarmi a scalare con la corda, pezzo dopo pezzo iniziai a mettere da parte la mia attrezzatura. Mi ha sempre fatto ridere mangiare riso bianco e verdure dell’orto per comprare roba superflua. Semplicemente non ritenevo superflui i miei sogni e gestivo le mie risorse di conseguenza, sempre sul filo del rasoio e, non lo nascondo, in perdita di tanto in tanto, ma con una anomala fede nel futuro che chi mi trova pessimista non riesce ad immaginare. Seguì un corso per muoversi su ghiacciaio e a fine luglio la salita indipendente al primo quattromila, il Gran Paradiso, che sognavo da anni. Poi storie di cui ho già raccontato.

Ricordo ancora quando un paio di anni fa centellinavo la benzina e per cui andare in montagna era un lusso, non andavo lontano, continuavo a fare quasi le stesse cose di sempre pur nutrendo anche gli stessi desideri di sempre, desideri che portano oltre. Ricordo poi quando nel dicembre scorso vidi il l’annuncio di un corso di arrampicata su cascate di ghiaccio e – oltre a dover tribolare per permettermelo – esso si svolgeva sempre di sabato e domenica, ed io il sabato e la domenica dovevo assolutamente lavorare, anche con l’influenza intestinale. Ovviamente dovetti rinunciare.

Ora, sul vento di tanti cambiamenti – che pur nella loro positività di tanto in tanto mi provano non poco – ho potuto scalare la mia prima cascata di ghiaccio, esattamente un anno dopo quella rinuncia. Già solo alzarmi la mattina sapendo di incontrare i compagni mi metteva di ottimo umore e quando risalendo la Valle Varaita gli altri iniziarono ad indicare le prime colate di ghiaccio io mi ritrovai in un sogno. Con lo stesso sentimento presi in mano le picozze che mi venivano prestate e dovetti controllare l’emozione non appena attaccai il primo tratto ghiacciato. Mi fecero scalare sia da seconda che da prima di cordata. E ricordo quando, nel tratto verticale della cascata, con gli altri già in sosta, le braccia in fiamme e l’acqua gelida che mi pioveva addosso, avrei voluto farmi calare giù, da qualche parte trovai un lumicino di forza per tirarmi su e sbucare sull’ultimo miracoloso scivolo a 60°. Ne era valsa davvero la pena.

La faccia che uno si ritrova appena uscita dal pezzo che non riusciva a passare…
E ci si cala allegramente in corda doppia…

Quest’anno ci sono davvero molti propositi per quello a venire. Un anno e una stagione fa entrai per la prima volta in una palestra di arrampicata; fino ad allora avevo ripetuto le salite di mio padre e di mio nonno, superando al massimo tratti di II grado. Oggi posso arrampicare sul VI e vedere un orizzonte schiudersi davanti a me. Ho propositi per i quali non basterebbe una vita umana. Intanto mi sto allenando, sto continuando ad imparare, facendo attivamente, leggendo e studiando, carpendo informazioni e conoscenze tutto dove posso. Come sempre coltivo. E’ come se non mi importasse di chi scala enormi pareti su enormi difficoltà: anche se non ho potuto arrampicare nel senso comune del termine, in questi anni ho scalato tutti i muri che mi ha piazzato davanti questa strana vita ed ora posso iniziare a scalare le montagne nel modo ho sempre voluto e andare a vedere dove mi era stato detto: lì non si può salire. E questa possibilità, con le cose che si stanno realizzando, sono già di per sè una grande vetta.

E adesso si prova da primi

Le fotografie nel testo sono state scattate durante la giornata trascorsa con Andrea e Nicola in Valle Varaita, sulla cascata Pineta Nord originale, a Pontechianale.