Una goulotte fuori programma

La settimana trascorre nella sua solita tranquillità apparente, ma noi sotto sotto, come sempre, già stiamo sognando giorni di rinnovata libertà cercando nuove mete tra le nostre amate montagne. Nonostante le condizioni paiano strane e non ideali, abbiamo fin troppe idee per il tempo disponibile a realizzarle. Inizialmente non consideriamo di tornare nel Vallone di Vallanta, al quale abbiamo fatto visita sul finire dell’anno per Santa Toppa, una bella via di ghiaccio e misto sul Triangolo della Caprera, ma tutta una serie di vicissitudini fanno sì che la cordata formata da me e Tomasz sia diretta verso la classicissima Goulotte del Triangolo. Una cordata guidata dall’amico Andrea viaggerà in parallelo a noi, sulla via percorsa in dicembre, le cui condizioni sono però già rapidamente mutate. Sarà sempre Andrea a renderci possibile questa salita, aiutandoci ad integrare il nostro corredo di viti da ghiaccio ancora incompleto e dandoci degli ottimi consigli prima della partenza.

La nostra goulotte, che si forma principalmente per lo scioglimento della neve autunnale, è stata provata dalle temperature spesso alte e dai tanti passaggi delle ultime settimane in cui è stata letteralmente presa d’assalto, forse perché una delle poche linee di ghiaccio in buone condizioni nel periodo. Nonostante qualche tratto in cui già affiorano le rocce e altri in cui il ghiaccio non è che un sottile strato vetroso e precario, la linea è ancora ben percorribile e ci divertiamo a inseguirne l’elegante logicità.

La goulotte del Triangolo fotografata durante l’avvicinamento

Decidiamo come d’abitudine di partire molto presto, correndo su per la valle nera, poi percorrendo il sentiero d’avvicinamento con le torce frontali e giungendo alla base degli ultimi pendii con le prime luci del giorno. Siamo i primi, solo noi e la Montagna. Qui, nell’immenso silenzio, lo spettacolo della natura, per quanto sembri ripetersi simile ogni mattina, è superbo: la luce dapprima avanza all’orizzonte, per poi esplodere pitturando di rosa, rosso, arancio e d’oro le creste e le vette. Con tanta bellezza la nostra capacità di stupirci continua a rinnovarsi. Tuttavia il nostro cammino alla ricerca di ghiaccio da scalare ci porta a cercare freddo e ombra, e per molto tempo osserveremo la danza del sole di lontano, senza la fretta di unirci ad essa. Intanto vediamo comparire nel vallone la cordata di Andrea, che salutiamo con grandi gesti delle braccia.

Le prime luci del giorno nel vallone di Vallanta

Prima di partire ci fotografiamo sorridenti mentre sto per salire i primi metri di ghiaccio, a cui non voglio rinunciare per la troppa curiosità di verificare immediatamente le condizioni. Si intravedono tanti fori delle viti dei precedenti salitori e non sempre sono del tutto soddisfatta della mia chiodatura, ma posso proseguire ragionevolmente tranquilla verso la prima sosta. Giunta qui realizzo che tutto potrà andare per il meglio e accolgo con entusiasmo il compagno che mi raggiunge.

Pochi istanti prima della partenza, un ultimo sorriso
Primi passi nella goulotte
Tomasz a pochi metri dalla prima sosta

Proseguiamo a tiri alterni. Il momento più bello lo vivo sul tratto più ripido, sul terzo tiro: mi sento in armonia con la materia effimera alla quale mi congiungo tramite le punte dei ramponi e delle piccozze, la corda placida sotto di me e sopra la mia testa il futuro, ma nell’istante presente ho una piena consapevolezza del mio respiro, tace ogni pensiero esterno e sono in pace; coesistono la coscienza dell’errore e delle sue conseguenze e la necessità e la certa volontà del compimento, senza umane parole. Giunta in sosta, autoassicurata, guardo indietro, il salto appena superato più non si vede e il mio occhio corre rapido fino al fondo valle. E’ tutto tremendamente giusto.

Tomasz sul secondo tiro
Con una cordata di inseguitori alle spalle, percorro anche io la seconda lunghezza
Un momento in sosta e si riparte per il terzo tiro
In uscita dal terzo tiro

Superato ancora un tratto in condizioni più ostiche e delicate, senza far cadere l’attenzione, seguiamo l’invito aperto verso la cima: continuiamo così nel canale nevoso che segue, caratterizzato da una strettoia a 75°. Nell’ultima parte della salita ci accarezzano i raggi del sole e sul colletto ci sferza il vento freddo. La cima del Triangolo è a pochi passi. Il panorama si dispiega vasto intorno a noi, tra profondi valloni, canali, colatoi, vette innevate, valli più distanti.

Terminata la goulotte ci immettiamo nel canale sovrastante, che percorreremo per circa 150 metri fino al colletto presso la vetta
Giungendo al colletto
La piccola cima del Triangolo, sulla quale ci arrampicheremo per trovare il primo ancoraggio ed iniziare la discesa in corda doppia

Non è né presto né tardi, ma non temporeggiamo e ci apprestiamo alla lunga successione di calate in corda doppia sulle calde placconate del Triangolo, un altro viaggio. Non siamo velocissimi: dobbiamo infatti ricercare le soste a noi sconosciute, che spesso tendono a mimetizzarsi – un po’ arrugginite – sulla roccia; nel processo ne saltiamo una e devo risalire per un tratto.

Dopo la prima calata su grossi blocchi facendo attenzione a non incastrare le corde, ci prepariamo alle successive calate, più lineari
Belle doppie sulle placche del Triangolo
Le altre cordate in discesa, sospese tra luce ed ombra

Giunti al fondo vediamo sbucare dalla fascia di tetti che incide la parete i nostri amici e un’altra cordata: si calano sul filo tra luce e ombra, poi tutti ci inabissiamo giù nel giorno invernale che si eclissa rapido, terminando tra i boschi nuovamente alla luce della torcia frontale, rimanendo immersi in un sogno libero fino alla comparsa delle luci della civiltà.

Un rosso arrivederci

Piccole cronache di giorni in Marittime, II

8 settembre 2018, ritorno al rifugio Bozano

Sulle montagne più alte è già scesa la prima neve. Il mio socio Tomasz mi parla da un po’ del suo desiderio di tornare sul Monviso, questa volta per la cresta est, ma evidentemente è l’ennesimo treno che ci ritroviamo a perdere, assieme a quello del Monte Bianco, che invero continuiamo a mancare da due anni. Prendo tempo, non mi oso a dire che secondo me è meglio non andare, ma presto è egli stesso a porre un freno ai nostri iniziali progetti, chiedendomi se avessi in mente un progetto alternativo. Ce l’ho eccome e l’ho concepito sognando ad occhi aperti nelle Alpi di casa: le Marittime.

Il Corno Stella si slancia verso il cielo, alla sua sinistra la Catena delle Guide

La mia proposta viene approvata e così il sabato mattina ci ritroviamo a Borgo San Dalmazzo, pronti a iniziare Tomasz alla Valle Gesso, per lui ancora sconosciuta. Mi sento in dovere di fare gli onori di casa. Prima tappa: rifugio Bozano, ai piedi del Corno Stella. A soli tre giorni dall’ultima scalata, il gestore del rifugio ride nel vedermi calcare di nuovo la sua porta. Ci apprestiamo a scalare una via di recentissima apertura, del luglio 2017: lo Sperone Gioele, dedicato alla memoria di Gioele Dutto, giovane alpinista morto in un incidente sulla Nord del Monviso.

In uscita dal passo chiave della via

La via, molto ben attrezzata e concepita per essere accessibile a tutti gli appassionati di arrampicata, si snoda tra la Punta Plent e la Forcella Piacenza, Catena delle Guide. La scalata fila bene, ci divertiamo e l’aria frizzante di tanto in tanto ci porta i brividi della stagione ventura che già sfida il calore del sole estivo.

Un momento della salita ripreso dalla seconda sosta
A poca distanza dalla cima

In discesa, avvertiti della possibilità di incastrare le corde durante la terza calata in corda doppia, stiamo già tirando un respiro di sollievo nel vedere il nodo delle corde giungere alle nostre mani, quando accade l’imprevisto: la seconda corda rimane impigliata in uno speroncino e non c’è verso di farla scendere, anzi, più tiriamo più si incastra. Non rimane che risalire il tiro. Coordino l’operazione e arrampico nuovamente un tiro e una parte del successivo, fino a raggiungere la corda incastrata, attacco un maillon ad uno spit e mi faccio calare fino alla sosta dove eravamo precedentemente arrivati. Un altro caso aggiunto al quaderno delle esperienze fatte.

La discesa termina senza ulteriori inghippi, se non il ritardo che iniziamo ad accumulare già da un po’. La cosa non desterebbe turbamento alcuno se ci rimanesse soltanto da tornare a valle, ma i progetti sono diversi. Dopo una pausa al Bozano infatti, sistemato tutto il materiale nuovamente negli zaini, ripartiamo con l’intenzione di raggiungere il Rifugio Remondino, che si trova esattamente dall’altro lato delle montagne che mostrano a noi il loro versante nord.

Punta Plent
traversata bozano-remondino

La traversata di sviluppa a partire dalle pietraie di fronte al Bozano, per poi tagliare a mezzacosta tutto il versante nord ai piedi dell’Argentera e della catena della Madre di Dio, fino ad arrivare alla Bassa della Madre di Dio, alla stessa altitudine del rifugio. Di qui proseguiamo sul versante Assedras, tagliando per pendii prima erbosi poi rocciosi, risalendo canaletti per giungere ogni volta ad un nuovo colletto che si affaccia su un successivo, fino a scendere decisamente verso le grandi pietraie che giacciono ai piedi del rifugio Remondino.

Superata da poco la Bassa della Madre di Dio, si prosegue per traccia, sempre segnalata con segnavia di vernice.

Il senso di una privilegiata solitudine si accentua lasciandoci alle spalle il familiare orizzonte dominato dal Corno Stella, mentre le nebbie serali iniziano a gonfiarsi e a risalire dal fondovalle, colmando i valloni come i ghiacciai che li scavarono nei tempi antichi. E noi siamo al di sopra delle nuvole, seppur di poco, tant’è che ogni tanto i loro lembi turbolenti arrivano a lambire i nostri passi, serrando la visuale.

Nuvole e forti contrasti: noi gli unici privilegiati spettatori

L’ora si fa tarda, tarda veramente e noi siamo ancora in alto, iniziamo a scorgere il gruppo della Nasta ed il Remondino in uno squarcio di limpidezza. Il senso di libertà viene incrinato dal senso del dovere: la necessità di arrivare al rifugio dove siamo attesi, dove da un po’ si sta servendo la cena e già tutti si preparano per l’indomani.

Quasi una moderna rivisitazione del “Viandante sul mare di nebbia”

Fuori dal ripido, finite le corde fisse, parlo con il compagno e decidiamo che allungherò il passo per andare ad avvisare del nostro arrivo. Così balzo giù per la traccia prima e tra i massi poi, fino a ritrovarmi col fiatone ai piedi della scalinata che porta al rifugio. Riceviamo una deliziosa e gentile accoglienza. Nella mia testa intanto avanza l’idea che forse non porteremo a termine il progetto iniziale proprio a causa del nostro ritardo e della mancanza di riposo, ma quando ci viene chiesto dove siamo diretti l’indomani, mentre io mi faccio un po’ da parte stando sul vago, Tomasz esclama: “La cresta, no?”. Sì, salvo imprevisti l’idea è sempre quella: cresta Sigismondi all’Argentera, ma per il momento la notte ci richiama al giusto tempo del riposo.

Ultime luci della sera dal terrazzo del Rifugio Remondino, poco prima di rintanarci a cenare e riposare