Un indimenticabile Macro-Couloir

Poco a poco il giorno muore, il cielo si fa scuro e dobbiamo fermarci per estrarre le torce frontali dagli zaini. Questa sosta suona persino strana, suona quasi come una resa che tuttavia non è ciò per cui stiamo optando; è il primo istante della giornata in cui cessiamo di avere fretta. Il silenzio della sera ci divora. Con l’occasione tiro fuori una tavoletta di cioccolato da dividere con i compagni; è la prima cosa che mettiamo sotto i denti dopo la colazione, ma fino ad ora siamo stati troppo impegnati per avere fame o sete. Apprezzo smisuratamente questa sorprendente capacità del nostro corpo di adattarsi alle situazioni: comprende, senza dovergli fornire spiegazioni, dalla testa partono tutti gli impulsi necessari alla perfetta coordinazione di tutte le parti. Seppure a molti sembrerà innaturale io sono molto affascinata da questa che definirei una disciplina. Cioè, non siamo propriamente nati così, ma la nostre scelte ci hanno portati a diventare così. Resilienti. Ostinati. Per quanto mai come i nostri predecessori, mitici, tanto da sembrare appartenere ad una razza ormai quasi estinta. E’ come se il nostro alpinismo, la nostra ricerca, richiedesse intrinsecamente una forma di ascesi. Le due cose non riescono ad andar separate. Per ore ed ore riusciamo a dimenticare i bisogni primari e i pensieri ordinari, così come l’individualismo che ci caratterizza nel quotidiano: siamo una cordata. E adesso torniamo a casa, insieme.

Siamo scesi a passo sostenuto per coprire quanta più strada possibile con la luce. Ci è sembrato saggio escludere la via per la quale avremmo dovuto scendere, un canale con pendenze sui 45°-40°, perché la tormenta delle ultime ore non ha fatto che aumentare gli accumuli di neve inconsistente, così stiamo facendo il “giro largo” per pendii più sicuri, passando per i Laghi Blu per poi ricalcare pressapoco l’itinerario di un sentiero estivo fino a valle, dapprima seguendo la logica e individuando alcuni cartelli che sbucano dal manto nevoso, aiutati ora nel buio dal supporto di una traccia gps.

La mattina, considerate le diverse previsioni meteo lette il giorno prima, eravamo ottimisti, il cielo era sereno e l’alba dolcissima. Avevamo lasciato l’automobile nel punto in cui è chiusa la strada che percorre tutta la Valle Varaita fino al Colle dell’Agnello, e ci eravamo incamminati alla luce delle torce. Sul fare del giorno eravamo ormai vicini alla base della nostra montagna, la Rocca Bianca (3064m), la cui parete nord-est è solcata da due interessanti vie di ghiaccio, una – la nostra – il Macro-couloir (prima salita il 31 dicembre 1987 da parte di G.C.Grassi, A.Siri, M.Piras, P.Heim, P.Masculier, B.Bouckaert e T.Danville), l’altra la Goulotte degli Apostoli Marrani (prima salita il 27 marzo 1988 ad opera di S.Rossi, A.Siri, G.Tomatis, M.Ariaudo). Entrambe solcano la parete fino alla cresta sommitale per circa 500 metri con lunghezze di ghiaccio che raggiungono la piena verticalità, a volte fragili e sottili. Alcuni tra amici e conoscenti erano già venuti qui nell’ultimo mese e ci avevano restituito relazioni positive. Dopo aver saputo che l’ultima perturbazione non aveva posato che pochi centimetri di neve in valle, speravamo di poter avere anche noi la nostra occasione di salire.

Al cospetto della nostra parete
Preparativi per la partenza accarezzati dai primi raggi del sole
I primi metri nel canale

Così eccoci all’attacco del canale, salendo dapprima slegati per ripidi pendii nevosi fino ai primi salti di ghiaccio. Un po’ di vento inizia a soffiare dal confine, sferzando i pascoli vallivi, e una copertura si affaccia all’orizzonte. Non passa molto tempo che qualche timido fiocco di neve inizia a danzare nell’aria fredda, ancora alternato a raggi di sole. Le previsioni più negative prospettano solo un vago nevischio, in disaccordo con altre più rosee. Per un momento meditiamo sulla possibilità di scendere costruendo degli abalakov e andando via rapidi con un paio di corde doppie. Rincuorati dalle altalenanti schiarite e dalle condizioni della via decidiamo di continuare.

La prima sezione di ghiaccio
Le condizioni meteo traballano. Si vede ancora in lontananza nel fondo valle il lago di Pontechianale… Ma non resisterà a lungo.

La Montagna ci ha appena stretto tra le sue gelide pareti, chiudendoci in un incantesimo che da valle – dove perdura il sole – gli altri, spensierati, non immaginano. Man mano che proseguiamo nella scalata la nevicata si infittisce e le raffiche di vento si rafforzano. Alla fine ci oseremo a chiamarla tormenta, soprattutto quando, sbucando in cima, per qualche istante fantasticheremo ironicamente sull’essere finiti in Patagonia. Magari sulla cornice finale c’era un portale spazio-temporale?

Fino a quel magico momento in cui finalmente vediamo per l’appunto la cornice di cui ci era stato raccontato, non resta che perseverare e tener duro. In sosta si trema per il freddo, ma ci diciamo vicendevolmente che ciò è normale e razionalmente sopportabile, ci facciamo forza a l’uno con l’altro e si prosegue senza che si spenga l’entusiasmo. Da un determinato momento in avanti è stato chiaro che la via d’uscita più semplice fosse la salita, per cui l’obbiettivo va perseguito. L’ultimo tiro di ghiaccio, costituito da una sorta di stalattitino dal quale si esce con un passetto di misto, è il più impegnativo della salita, ma è breve; dopo di esso proseguiamo ancora nel canale e restano da affrontare due tiri con qualche passaggio di misto, in traverso verso sinistra. Qui troviamo l’unica sosta attrezzata di tutta la via, ci sono tre chiodi ed un cordone. Ancora qualche metro, passiamo sotto la cornice, siamo fuori.

Il sole è un ricordo lontano
A pochi metri dall’ultima sosta
Ultimi passi sotto la cornice che sporge dalla cresta sommitale, incalzati dal vento e dalla neve

Piegati dietro un masso e incalzati dal forte vento, per la prima volta in tutta la giornata ci soffermiamo a guardare l’ora: è tardissimo. I tanti tratti di neve inconsistente ed il maltempo ci hanno rallentati più di quanto immaginato. Già durante i lunghi minuti trascorsi nelle ultime soste abbiamo ragionato insieme sulla discesa. Il canale sarebbe più veloce ma non ci fidiamo. Così iniziamo la nostra lunga marcia verso valle, ma questa storia forse già la sapete… Nonostante tutto, una volta fatto ritorno, è stato impossibile non concordare sull’aver vissuto un’esperienza intensa, bella, formativa e sicuramente indimenticabile!

Discesa passando per i Laghi Blu… Poco a poco la luce si fa flebile…

Il Macro-couloir è considerato una delle più belle e complete salite invernali della Valle Varaita. Magari un giorno ci torneremo con il sole. Ci è rimasta la curiosità di andare a provare anche la goulotte vicina, gli Apostoli Marrani, ma in questo momento non sappiamo quando sarà possibile perché le condizioni secche di cui abbiamo approfittato sono finite con la copiosa nevicata dei giorni scorsi. Ma com’è per noi così naturale ed inevitabile, continuiamo a sognare ed agire in modo che un giorno il sogno si trasfigurerà in un’altra giornata condivisa fino in fondo, legati ai capi di una corda tra le nostre meravigliose montagne.

Ancora qualche immagine di alcuni momenti della salita. Qui nella parte alta, penultimo tiro di ghiaccio.
I risalti ghiacciati sono intervallati da ripidi tratti nevosi
Il tiro chiave della via
La Montagna ci ricorda la sua natura severa.