Lyskamm

La notte è lunga e irrequieta: che sembra non finire per quanto poche siano le ore da dormire e che il caldo, gli incubi e i pensieri incessanti la tormentano. La Capanna Gnifetti è affollata all’inverosimile, non vi sono spazi vuoti, ogni angolo è riempito dalle persone o dalle attrezzature, è una continua compressione animalesca con il prossimo, che quasi finisce per diventare un mero fastidio e non certo un compagno, perlomeno spirituale, d’avventura. Troppa gente per me, troppo rumore, troppa spensieratezza, come se fossimo lì per giocare a carte. Scherzo, divago, ma la mia mente resta fondamentalmente occupata nel suo profondo dall’obiettivo dell’indomani: i Lyskamm, Menschenfresser, mangiatori di uomini venivano detti da alcuni. Le previsioni meteo ci sono di turbamento e il buio si fa turbolento tra le folate di vento, la neve e i tuoni che rompono il silenzio glaciale e lampeggiano alla finestrella della nostra stanza. Anche dai bagni si scorgono i crepacci ed i seracchi che bisbigliano il loro memento.

Sguardo sul ghiacciaio dal Rifugio Quintino Sella, lungo la discesa

Alle 3.30 del mattino, quando infine ci allontaniamo dal torpore dei letti, il rifugio è già un formicaio brulicante, quasi tutti sono già in movimento, anche i gruppi diretti alla Capanna Margherita, e c’è chi si lamenta della scarsità della colazione, che invero era stata gentilmente lasciata pronta per chi si alza prima per necessità dovute alla strada da intraprendere, mentre sarebbe stata servita a tutti gli altri un’ora dopo. Mi scrollo di dosso il vociare e la noia uscendo nell’aria pungente e nera, ferita dalla luce delle torce frontali, e non appena riusciamo a scendere dalle rocce sulle quali è abbarbicato il rifugio, anche qui facendo la coda un po’ come per tutto, in breve ci allontaniamo dall’agitazione collettiva e dal caos. Anche questi luoghi non sono immuni alla morsa del commercio, del denaro e della moda. Nel contatto forzato con la massa caleidoscopica ritrovo la mia insofferenza e la mia vocazione alla quiete dell’isolamento, laddove la solitudine è condivisa con pochi prediletti. Nonostante la gamba mi dia nuovamente fastidio ci inoltriamo velocemente sugli oscuri ma conosciuti pendii del ghiacciaio del Lys. Alle nostre spalle una scia di lumini torna a calpestare la traccia che conduce alla Capanna Margherita, e nel raggiungere il Colle del Lys ci distacchiamo dalla grande processione con altre poche anime silenziose. Abbiamo preferito abbandonare il proposito di percorrere la cresta Sella al Lyskamm Orientale dopo la nevicata, così con rinnovata convinzione ci accingiamo ad attaccare la classica cresta est, sferzata dal vento gelido che di tanto in tanto ci sputa in faccia folate cariche di granelli di neve ghiacciata.

Primo sole sulla Parrot
Ci aggingiamo ad iniziare la salita lungo la cresta est mentre i primi raggi iniziano ad illuminare la montagna

“E così, tenacemente e metodicamente, sempre più in alto, nell’aria che sempre più si fa sottile e che in un senso di ebbrezza lieve ti distrugge quasi ogni stanchezza corporale, sino a raggiungere la linea delle vette.

Nè qui la vicenda ha termine: qui essa, invece e spesso, ha la sua fase più pericolosa e risolutiva. E’ la traversata delle creste di ghiaccio – è la scalata delle zone di roccia gelata che, di nuovo, al sommo, si svincolano ed emergono su, fuor dai ghiacci. Sui due Lyskamm, fra il Lyskamm orientale ed il «Naso», fra lo Zumstein e la Dufour, vi son per esempio creste quasi come tagli di coltello: da una parte e dall’altra, baratri di centinaia di metri. Un istante di vertigine e di mancamento – e non se ne parla più. Si va avanti scalinando, tenendosi spesso a cavallo, con un piede da una parte della cresta e un piede dall’altra, sì che per un passo falso o per un cedimento del ghiaccio tu possa subito aggrapparti. Linea-limite della catena (di qua l’Italia, di là la Svizzera) è raro che il vento non vi soffi. Allora tenersi in piedi implica ancora un altro problema: devi andare avanti aggrappato a prese della piccozza con mosse rapidissime, precise, felini nella traccia della scalinatura, nelle pause del vento. Di nuovo, il tempo quasi non lo avverti più: sino all’apice, dove finalmente il corpo sosta, e si schiudono orizzonti voraginosi, ciclici, oceanici – di centinaia di chilometri: dal Gran Paradiso al Monte Bianco e al Cervino – e via via sino al rilucere lontano dei ghiacciai dell’Ortler e della Marmolada.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

La meravigliosa eleganza della cresta est ripresa dalla cima del Lyskamm orientale, 4527m

Danziamo sulla lama elegante che si staglia tra gli abissi. L’atto del salire diventa una meditazione totale che dura ore, nessun pensiero esterno può più (e non deve) penetrare la mente e distrarla dal rito in cui sta guidando il corpo, uno strano processo in cui non sono ammessi errori e pertanto le vie di mezzo: o vita o morte. La Montagna ci concede la possibilità di totale fusione con la sua austera perfezione: essere in totale unisono accordo con lei, assecondarla così tanto da sopprimere il nostro ego. E poi l’atto di fede più grande si compie nei confronti dei compagni di scalata: legati in cordata, il passo falso di chiunque di noi può compromettere in un baleno la sopravvivenza di tutti, le responsabilità sono reciproche. Siamo un corpo unico in movimento.

Le linee superbe della cresta durante la traversata tra i due Lyskamm

“Ma per altri, essa (l’Alpe) è nulla, nulla di tutto ciò: è via di liberazione, di superamento, di compimento interiore. I due grandi poli della vita allo stato puro: azione e contemplazione – vi si congiungono.

Azione – attraverso la responsabilità assoluta, l’assoluto sentirsi soli, lasciati alla sola propria forza, al solo proprio ardire cui il più lucido, il più chirurgico controllo deve unirsi.

Contemplazione – come il fiore stesso di questa vicenda eroica, quando lo sguardo diviene ciclico e solare, là dove non esiste che cielo, e nude libere forze che si rispecchiano e fissano l’immensità nel coro titanico delle vette.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

Oltre la cresta, il Cervino
Perchè queste citazioni

E’ il pomeriggio del giorno successivo. Ho già assolto il dovere quotidiano del lavoro e finalmente ritrovo un po’ di pace e di riposo nel raccoglimento della mia casa. Sembra passato molto più tempo del reale, ma invero sono trascorse poco più di ventiquattro ore dal termine della nostra traversata dei Lyskamm. Erano montagne che non immaginavo di salire quest’anno, le ho sempre temute e proprio per questo l’attesa dell’inaspettata salita è stata tanto febbricitante. Sono arrivati così, dirompendo come un fiume in piena nel mio animo, addirittura prima dell’obiettivo che tanto ho desiderato per i miei venticinque anni, che ancora attende che vi possa fare un tentativo. Transitando al Colle del Lys affiorano gli ultimi pensieri di tipo più “ordinario”.

Tornando a casa scambio qualche messaggio con il caro amico Maurizio, che apre la conversazione con queste parole “Monte Rosa: là dove nasce la luce.” Nemmeno sapeva che tornavo proprio da tale montagna!

Così, appena fatto rientro, prendo in mano un libro di cui mi aveva fatto dono e in breve capito tra le pagine che parlano dei luoghi appena visitati. Quando lessi per la prima volta quelle pagine non avevo ancora avuto la possibilità di andare nel massiccio del Monte Rosa e non ne avevo le capacità necessarie. Ora le stesse parole risuonano di un significato nuovo e sicuramente più pieno, proprio per questo ho desiderato citare alcune frasi, perché nonostante risalgano al 1928 hanno qualcosa di perfettamente attuale alle mie orecchie interiori.

Ancora mi dilungherei, altri aneddoti vorrei raccontare, ma già la possibilità di essere fraintesi mi ferma e da un canto mi consola, che già troppo è stato forse detto. Già torna ad infastidirmi il brusio del quotidiano, dove la derisione e l’ignoranza sono sempre dietro l’angolo e mi inducono al ritorno alla solitudine. Certi aspetti della contemporaneità, soprattutto nel frangente della comunicazione, mi frastornano. Pertanto, piuttosto di un’insensata vacuità, preferisco trattenermi e ritirarmi. Forse sono nata così, perché così è sempre stato da quando ricordi. Gli animi non son tutti proprio uguali. Quando troppo ti dilunghi sei in errore, parimenti quando non eccedi in dettagli. Qualsiasi azione è sotto perenne accusa e critica, sicché provo una sorta di noia cronica verso le modalità di comunicazione offerteci, specialmente nel mondo della rete, dove il distacco e il relativo anonimato hanno scatenato le manifestazioni dei peggiori sentimenti umani. Perché scrivere allora? Leggeranno forse i fratelli, avvertendo tra i pensieri la fratellanza stessa?

Insieme a 4000 metri

Ci conosciamo da un po’ ormai e viviamo insieme da quasi un anno, eppure lassù a 4000 metri non ci siamo mai stati insieme. Probabilmente ci siamo limitati a desiderarlo, forse sempre di più negli ultimi mesi, ma ecco che si presenta una motivazione, o forse una scusa, che finalmente ci mette in moto. Io mi sto allenando in vista del tentativo di una salita importante che ho in progetto da un anno e girare un po’ in alta quota non può che farmi bene, ma ovviamente serve un compagno di cordata! E’ così che chiedo apertamente al mio compagno se desidera venire con me. Lui è stato una volta sul Monte Rosa soffrendo parecchio di mal di montagna, per cui la sua volontà di tornare in quota è un po’ inficiata dal timore di stare nuovamente tanto male e di compromettere sia la riuscita della gita che la sicurezza della cordata. Allora cerco di incoraggiarlo non solamente a parole, ma spingendolo a fare attenzione all’alimentazione e all’idratazione, specialmente nei giorni precedenti all’uscita.

Non resta che scegliere una destinazione: il Breithorn, con la possibilità dell’avvicinamento con gli impianti di risalita, fattibile in giornata e con un dislivello da superare contenuto, mi sembra un’ottima idea. Fatto sta che bisogna essere a Breuil prima dell’apertura delle funivie, il che significa alzarsi presto… Molto presto. 2.30. Io un po’ ci sono abituata: negli ultimi mesi ho tentato un po’ tutte le tacche dell’orologio della notte per alzarmi e correre verso le montagne. Ma sarà il mio compagno disposto ad alzarsi anche lui a quell’ora? Dopo i primi tentennamenti accetta la proposta, e così eccoci per strada nel cuore della notte.

Arriviamo in Valle d’Aosta persino con un po’ di anticipo, ci prepariamo ed aspettiamo la partenza della funivia, mentre poco a poco altra gente appare e si accoda per i biglietti. Inutile dire che una volta giunti a Plateau Rosà ci mettiamo in cammino con entusiasmo e tentiamo quanto programmato, cioè di raggiungere prima di Breithorn Centrale e poi attraversando in cresta, quello Occidentale. E ci riusciamo senza particolari intoppi, discostandoci anche dalla più trafficata via normale al Breithorn Occidentale. Un po’ di mal di testa si affaccia a preoccupare il mio socio per qualche istante e l’ultima parte della discesa, sotto un sole rovente, ci fiacca un po’, ma sicuramente questa gita ben riuscita è ciò che ci serviva per iniziare a sognare un po’ di alpinismo in alta quota finalmente insieme!

Quasi in cima al Breithorn Centrale
Breithorn Occidentale e Cervino dal Breithorn Centrale
In cresta

So che sono solo un mucchietto di semplici parole che raccontano un giorno bello per noi ma semplice, non certo un’avventura che vi possa tenere col fiato sospeso; sarà il periodo o sarà che non riesco a fare diversamente, ma queste sono le uniche parole che riesco a spendere oggi, un po’ perchè mi va, un po’ perchè me ne sento quasi in dovere. La nostra vita a volte sembra un treno che corre via a tutta velocità, come sempre mi immergo nel quotidiano e cerco di viverlo fino in fondo. Facciamo incredibili incastri che sembrano quasi opere d’arte, ma fragili come cristallo, un po’ come la sera di ritorno dal Breithorn, quando siamo ancora arrivati ben in tempo per la cena tra amici a cui eravamo stati invitati. E sì, o sono al lavoro o sono in montagna – che sia casa o che sia arrampicata o alpinismo.  Sono sempre in movimento e fermarmi sul pc non sempre mi riesce, anche perchè come sempre, come già raccontavo negli anni scorsi, la cosa non mi appassiona tanto come la vita vera e, per essere antipatici a tutti i costi, mi infastidisce addirittura qualora mi ritrovo a leggere di fretta le tante idiozie che affollano il web. Mi passa proprio la voglia. Sarà che invecchio ma sopporto sempre meno, più imparo cose più prendo consapevolezza della mia passione e più mi sento isolata da un mondo che fa di tutto un business, purchè si venda, anche se di tanto in tanto ci scappa il morto. Perchè anche i morti fanno business…aumentano il pil…

Ma in fondo tutto questo è stupido perché logicamente
io se fossi Dio la terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano
io se fossi Dio non mi interesserei di odio o di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono

E allora va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna come ho fatto io

Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

Ghiacciai in regressione
Uno sguardo verso il Monte Rosa

 

L’inevitabile pesantezza dell’essere

Persino si arriva alla sera provando vergogna della propria felicità. Il sole si è nascosto, un po’ come me, nella solitudine di un angolo aperto che farà il suo giro fino al mattino per ripresentarsi al mondo. Ripongo i sogni nel mio cuore e come flagelli tornano a farmi tormento la solitudine e l’indifferenza, la banalità del quotidiano che spesso di fa tremendo. Eppure quanta fortuna, quanta bellezza! Bisogna rendere omaggio alla possibilità del vivere giorni tanto belli, impegnativi e appassionati, spensierati nella loro inseparabile concentrazione, sacerrima. Nemmeno il moderno vocabolario dei computer riconosce questa parola. Siamo dispersi, navi alla deriva in acque di decadenza. Dove stiamo andando a finire? Poco a poco anche io perdo le parole come tessere di un mosaico che invecchia, come una montagna che poco a poco si sgretola.

L’inevitabile pesantezza dell’essere”: mi pare di avere udito queste parole, o forse le ho sognate? Mi si spalancarono gli occhi mentre tenevo tra le mani la corda assicurando il compagno. Chi lo disse, perchè? L’uomo o la montagna, un dio in qualche luogo al di fuori o all’interno di me? Forse è come se vincendo la gravità di vincesse almeno per un po’ quella pesantezza, che non è solo corporea e sostanziale, ma qualcosa che trascende la materia e rintocca nell’anima come la vecchia campana di bronzo d’un campanile lontano.

Mi riempie l’animo questa prima salita su una via classica, una via a soli chiodi, dove ho potuto sentire il suono che fa il martello ribattendoli, riportandomi col pensiero alle letture di Emilio Comici, che descriveva il suono che fa un chiodo buono, dove ho potuto realizzare che quegli stessi chiodi che vedevo erano quelli utilizzati dai primi salitori, immaginandone la creatività e l’impegno, provando per loro solidarietà e rispetto, così come lo provo per colui che ha reso possibile questa appassionante e impegnativa salita, insieme a tanta gratitudine. E dove ho sentito ancora una volta, in modo ancor rinnovato, la voce della Montagna che suona nel grande silenzio mentre noi tendiamo verso di lei. Dove ancora mi sono sentita più che mai viva.

21 giugno 2018 – Pensieri al ritorno dalla Valle Maira, dove siamo saliti per la bellissima combinazione di vie alla Rocca Castello: Sete d’Oriente+Diedro Calcagno+variante Savio. Il più bel modo che si potesse desiderare per brindare all’inizio dell’estate.

Pronti per iniziare il primo tiro
Traverso tra Sete d’Oriente e l’attacco del Diedro Calcagno
Uno sguardo sull’ardita Punta Figari, e in lontananza la Croce Provenzale
Nel fantastico diedro
Il passaggio più duro: la variante di Sergio Savio
Ed infine la discesa in corda doppia…

Finalmente Oronaye

Pensieri dopo una bella salita autunnale al Monte Oronaye, che svetta coi suoi 3100 metri di calcare sulle valli Stura, Ubayette e Maira. Cima desiderata da tempo, ottima occasione per studiare quello che potrà essere un interessante ambiente invernale-primaverile e per tenersi in allenamento per i progetti dell’anno nuovo.

Davanti ai miei occhi scorrono verso valle lente cascate di detriti. Non si sale, si arranca incapaci di restare propriamente eretti. Eppure due sagome in lontananza incedono lentamente come vi fosse veramente una traccia. Ogni movimento sconvolge il silenzio della quiete autunnale. Le montagne sono state abbandonate quasi da tutti; non è più estate, eppure le condizioni rimangono quasi le stesse ed il mio spirito è attratto come da un buco nero, in attesa del grande cambiamento invernale. Non esistono più ordinarie stagione, soltanto il tempo d’andare.

La mente decide di ignorare l’evoluzione che ci ha condotti a porci in assetto verticale e – per ritrovare la stessa verticalità fino alla sua compiutezza – ci induce ad avvicinarci al piano inclinato del suolo instabile, facendoci incedere come un animale in preda a gran furore. Finchè si possa nuovamente camminare, per poi raggiungere il confine della forcella.

Mi affaccio su una Valle Maira ombrosa e muta; oltre, verso il sol levante, ciò che rimane della strada da compiere. Finalmente si arrampica un po’, su quella roccia marcia miracolosamente solida, almeno per il necessario. Si cavalca il filo tra i due poli, tra sud e nord, tra luce ed ombra, tra convinzione e tarlo mentale, ma trovando il giusto equilibrio e sbucando così sulla vetta inondata di luce dorata.

Ben fatto, mi dico. Dopo un’immersione nella concentrazione, si scia sui detriti fino a valle, ci si lascia trasportare da questo destino felice, incapaci di realizzare la verità dell’azione fisica ma proiettati in un mondo di idee e stati mentali, come se il corpo non fosse che una mera estensione di una potenza invisibile chiusa al suo interno, che troppo spesso ci inganna del contrario. Viviamo in una splendida allucinazione. La vetta, alle spalle, è un altro segno dentro di noi. E si annulla, per chimera quale era, svelando i simboli e lasciandoci nudi allo specchio.

Con la mente lucida si può trattare adeguatamente con le inclinazioni apparentemente tipiche della gioventù; l’irrequietezza, l’avventatezza, l’incoscienza, l’imprudenza possono essere analizzate dalla coscienza che abbia fatto tesoro negli anni degli insegnamenti della montagna. Innanzi ad essa l’alpinista non ha né sesso né età: è il suo stato coscienziale a renderlo più incline al successo lieve o al tragico fallimento.

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Concretizzando sogni

L’acqua calda corre sulla pelle in rivoletti vivaci al ritmo dei pensieri. Un grande canale interminabile in un giorno di tarda primavera. E chi il compagno di viaggio? Una presenza amica o il fischio del vento che rende assordante il silenzio? Si dispiega un sorriso compiaciuto. La solitudine è ancora preferibile all’incomprensione e alla superficialità e talvolta non identifico quale sia l’azzardo maggiore. E poi ancora una imponente piramide di roccia e ghiaccio e una cascata di stravaganti desideri.

Poi divago, mi perdo nel mio senso di fallimento e afferro con forza un filo sottile che mi riporta a galla. L’anno scorso, sul finire di ottobre, mi trovavo in cima alla Rocca Provenzale a seguito di una fuga da una nottataccia, dai mostri e dalla nausea. Dalla vetta un altro sogno da inseguire si presentò ai miei occhi nella gran luce del sole: era la Torre Castello – di una forma follemente bella – e dietro di essa, separarata da una profonda forcella, Rocca Castello. Così distanti, come se l’aria sospesa tra le pareti fosse al contempo una voragine nella mia anima. Incolmabile.

Lottai tutto l’inverno e tutta la primavera fino ad abbozzare un’idea di serenità.

Ora sento ancora i miei piedi nudi a contatto con la roccia fredda di quelle due cime, arrivate per inaspettato caso in un giorno qualsiasi di un altro ottobre, un anno dopo, così solide e reali. E la Provenzale laggiù a valle. Cambio di prospettiva. Sul far del giorno il cielo era verde, verde speranza. Realizzo di essere in grado di concretizzare i sogni generati dalla mia mente. E così sogno ancora più forte.

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Rocca Provenzale arrivando a Chiappera
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Dalla cima della Rocca Provenzale, Torre Castello

Un anno dopo…

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Rocca e Torre Castello avvinandosi al Colle Greguri
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Le croci di vetta

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Nella forcella Castello
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Torre Castello, Placca Gedda
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Rocca Castello – King Line

Il viaggio continua…