Piccole cronache di giorni in Marittime, II

8 settembre 2018, ritorno al rifugio Bozano

Sulle montagne più alte è già scesa la prima neve. Il mio socio Tomasz mi parla da un po’ del suo desiderio di tornare sul Monviso, questa volta per la cresta est, ma evidentemente è l’ennesimo treno che ci ritroviamo a perdere, assieme a quello del Monte Bianco, che invero continuiamo a mancare da due anni. Prendo tempo, non mi oso a dire che secondo me è meglio non andare, ma presto è egli stesso a porre un freno ai nostri iniziali progetti, chiedendomi se avessi in mente un progetto alternativo. Ce l’ho eccome e l’ho concepito sognando ad occhi aperti nelle Alpi di casa: le Marittime.

Il Corno Stella si slancia verso il cielo, alla sua sinistra la Catena delle Guide

La mia proposta viene approvata e così il sabato mattina ci ritroviamo a Borgo San Dalmazzo, pronti a iniziare Tomasz alla Valle Gesso, per lui ancora sconosciuta. Mi sento in dovere di fare gli onori di casa. Prima tappa: rifugio Bozano, ai piedi del Corno Stella. A soli tre giorni dall’ultima scalata, il gestore del rifugio ride nel vedermi calcare di nuovo la sua porta. Ci apprestiamo a scalare una via di recentissima apertura, del luglio 2017: lo Sperone Gioele, dedicato alla memoria di Gioele Dutto, giovane alpinista morto in un incidente sulla Nord del Monviso.

In uscita dal passo chiave della via

La via, molto ben attrezzata e concepita per essere accessibile a tutti gli appassionati di arrampicata, si snoda tra la Punta Plent e la Forcella Piacenza, Catena delle Guide. La scalata fila bene, ci divertiamo e l’aria frizzante di tanto in tanto ci porta i brividi della stagione ventura che già sfida il calore del sole estivo.

Un momento della salita ripreso dalla seconda sosta
A poca distanza dalla cima

In discesa, avvertiti della possibilità di incastrare le corde durante la terza calata in corda doppia, stiamo già tirando un respiro di sollievo nel vedere il nodo delle corde giungere alle nostre mani, quando accade l’imprevisto: la seconda corda rimane impigliata in uno speroncino e non c’è verso di farla scendere, anzi, più tiriamo più si incastra. Non rimane che risalire il tiro. Coordino l’operazione e arrampico nuovamente un tiro e una parte del successivo, fino a raggiungere la corda incastrata, attacco un maillon ad uno spit e mi faccio calare fino alla sosta dove eravamo precedentemente arrivati. Un altro caso aggiunto al quaderno delle esperienze fatte.

La discesa termina senza ulteriori inghippi, se non il ritardo che iniziamo ad accumulare già da un po’. La cosa non desterebbe turbamento alcuno se ci rimanesse soltanto da tornare a valle, ma i progetti sono diversi. Dopo una pausa al Bozano infatti, sistemato tutto il materiale nuovamente negli zaini, ripartiamo con l’intenzione di raggiungere il Rifugio Remondino, che si trova esattamente dall’altro lato delle montagne che mostrano a noi il loro versante nord.

Punta Plent
traversata bozano-remondino

La traversata di sviluppa a partire dalle pietraie di fronte al Bozano, per poi tagliare a mezzacosta tutto il versante nord ai piedi dell’Argentera e della catena della Madre di Dio, fino ad arrivare alla Bassa della Madre di Dio, alla stessa altitudine del rifugio. Di qui proseguiamo sul versante Assedras, tagliando per pendii prima erbosi poi rocciosi, risalendo canaletti per giungere ogni volta ad un nuovo colletto che si affaccia su un successivo, fino a scendere decisamente verso le grandi pietraie che giacciono ai piedi del rifugio Remondino.

Superata da poco la Bassa della Madre di Dio, si prosegue per traccia, sempre segnalata con segnavia di vernice.

Il senso di una privilegiata solitudine si accentua lasciandoci alle spalle il familiare orizzonte dominato dal Corno Stella, mentre le nebbie serali iniziano a gonfiarsi e a risalire dal fondovalle, colmando i valloni come i ghiacciai che li scavarono nei tempi antichi. E noi siamo al di sopra delle nuvole, seppur di poco, tant’è che ogni tanto i loro lembi turbolenti arrivano a lambire i nostri passi, serrando la visuale.

Nuvole e forti contrasti: noi gli unici privilegiati spettatori

L’ora si fa tarda, tarda veramente e noi siamo ancora in alto, iniziamo a scorgere il gruppo della Nasta ed il Remondino in uno squarcio di limpidezza. Il senso di libertà viene incrinato dal senso del dovere: la necessità di arrivare al rifugio dove siamo attesi, dove da un po’ si sta servendo la cena e già tutti si preparano per l’indomani.

Quasi una moderna rivisitazione del “Viandante sul mare di nebbia”

Fuori dal ripido, finite le corde fisse, parlo con il compagno e decidiamo che allungherò il passo per andare ad avvisare del nostro arrivo. Così balzo giù per la traccia prima e tra i massi poi, fino a ritrovarmi col fiatone ai piedi della scalinata che porta al rifugio. Riceviamo una deliziosa e gentile accoglienza. Nella mia testa intanto avanza l’idea che forse non porteremo a termine il progetto iniziale proprio a causa del nostro ritardo e della mancanza di riposo, ma quando ci viene chiesto dove siamo diretti l’indomani, mentre io mi faccio un po’ da parte stando sul vago, Tomasz esclama: “La cresta, no?”. Sì, salvo imprevisti l’idea è sempre quella: cresta Sigismondi all’Argentera, ma per il momento la notte ci richiama al giusto tempo del riposo.

Ultime luci della sera dal terrazzo del Rifugio Remondino, poco prima di rintanarci a cenare e riposare

Imparare a fallire

L’idea di scrivere questo articolo nasce in un mercoledì di fine novembre trascorso alle pendici della montagna fattasi inaccessibile. Nonostante le previsioni meteo ottimali il tempo può cambiare significativamente di valle in valle, di montagna in montagna e questi piccoli mutamenti isolati non sono certamente materia facilmente prevedibile; forse solo gli anni mi renderanno sufficientemente sapiente, per mezzo sia dello studio che dell’esperienza diretta dei fenomeni.

Fatto sta che al momento attuale mi sono ritrovata a svegliarmi e partire di casa prima dell’alba sotto un tappeto di stelle, anticipando fin troppo come se fosse già primavera. Attendendo in auto la primissima luce, sfogliavo ancora la recensione dell’itinerario che mi interessava e sbirciavo la cartina; poi via, verso l’alto nell’aria pungente del mattino nascente. Dopo circa tre quarti d’ora di salita decisa ed entusiasta, giungendo ad una selletta, s’annunciava finalmente l’alba ad oriente, ma da ovest sorgeva invece una presenza inaspettata ed indesiderata: un poderoso banco di nebbie e nubi. Mi ricordava un soffio di minuscola nube contro le pareti del Chersogno illuminato dal primo sole: lievitò col passare dei minuti fino a ingigantirsi ed inghiottire tutta la montagna e poi le sue pendici! Tornando a valle in ogni angolo sole, ancora sole, ma la montagna nascosta, come a dire “no, non oggi”.

Sulla sella lo sguardo è però subito catturato dall’evidentissimo spettro di brocken con gloria che si stagliava iridescente davanti ai miei occhi, alle spalle il sole che sorgeva coi suoi raggi radenti che riuscivano ad incontrare le particelle d’acqua con l’angolazione necessaria a rendere possibile tale raro fenomeno ottico. Raro, vero, eppure è il secondo che vedo di quest’anno, seppure al contempo il secondo di tutta la mia vita. Il primo lo vidi giungendo in cima al Tenibres in una fredda mattina di settembre, dopo una debole nevicata notturna; anche quel giorno le nebbie ci diedero del filo da torcere, facendoci smarrire l’itinerario e convincendoci così a calarci con la corda in un viscido canale di rocce rotte e sfasciumi che questa primavera, pieno di neve, aveva certamente un aspetto più invitante. Quel giorno dovemmo così ridiscendere a valle e abbandonare i nostri propositi.

Nonostante l’apparente apertura che è seguita invece qualche giorno fa alla base della parete nord del Mondolé, ho dovuto rinunciare ancora, facendomi contenta di quanto visto alla selletta e di portare la pelle a casa. Perchè alla fine quel che ci preme è vivere, vivere ancora e vivere più intensamente possibile. Insistere inutilmente e rischiosamente è qualcosa a cui si può imparare a rinunciare, senza rinunciare all’irrinunciabile piacere per l’avventura. Il fallimento si trasfigura presto in vittoria, poiché essa non risiede soltanto nel raggiungere le vette tanto ambite, ma nel ritornare a casa, fosse anche solo per ricominciare a sognare un’altra salita, ma soprattutto per sviluppare la capacità di apprendere da imprevisti ed errori, raggiungendo ogni giorno una più approfondita conoscenza sia della montagna che del nostro sé. Riuscire a fallire è un esercizio di presenza mentale e di coscienza, più difficile che apprendere a scalare. E poi forse dovremmo davvero rivalutare i nostri obbiettivi, o meglio la valenza o la priorità che diamo loro. Talvolta i nostri occhi rimangono offuscati e allora veramente ci gettiamo tra le gelide dita del rischio. La Montagna è il nostro banco di scuola per la vita, certamente una scuola non banale, dalla quale non è semplice trasportare gli insegnamenti nel quotidiano, talvolta non lo è nemmeno decifrarli. Ma questa è la scelta che abbiamo fatto, dobbiamo considerarne le intrinseche caratteristiche.

Così, insieme alle uscite ben riuscite ho cominciato a collezionare anche quelle per così dire fallite per cause di forza maggiore. Pensando a questo anno che volge al termine, canale nord al Chersogno e canale sud alla Rocca Bastera in primavera, entrambe finite in clamorosi white out, canale sud alla Cima di Nasta e via normale italiana al Gelas questa estate, la traversata per cresta dal Tenibres alla Rocca Rossa e alla cima Zanotti a settembre ed infine il tentativo ad un canale nord al Mondolè a novembre.

Per tutta la vita mi è stato inculcato di non fallire, di eccellere, di competere, mentre ora è l’esatto contrario ciò che più devo imparare per progredire veramente nella mia esperienza. Il non riuscire che solitamente distrugge l’autostima si trasforma invece nel carburante necessario a nuovi tentativi e nuove possibilità di scoperta e apprendimento. Fallire e affrontare situazioni non previste è fortemente necessario se desidero diventare un’alpinista. E mi sento grandemente motivata, viva, vibrante, in evoluzione.

Scrivere queste righe, dando importanza alle giornate solitamente taciute, mi sembra giusto e persino bello. Ho anche cominciato a cercarne delle foto e ve le propongo; tra di esse compare anche uno stralcio di diario dal tentativo alla Rocca Bastera ed un paio di citazioni.

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Stupenda alba in Valle Maira

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