Montagna: alpinismo e vita quotidiana

Un nuovo progetto multisensoriale nato da un istante di improvvisazione. In occasione della festa patronale di Valloriate (CN), giovedì 21 settembre 2017, si terrà la presentazione,  che oltre ad essere una prima assoluta è del tutto sperimentale. La serata prevede la lettura espressiva di alcuni brani, accompagnati da musica e fotografie. Il tema quest’anno è la montagna, mondo sul quale verrà dato uno sguardo sul risvolto alpinistico e su quello delle situazioni quotidiane, entrambi vissuti direttamente e testimoniati tramite la scrittura. A dirigere il tutto Stefania Lovera, nella speranza di stimolare piacevolmente il pubblico come l’anno precedente, quando fu organizzata una serata sul tema del cammino di Santiago, da lei percorso partendo da Valloriate nel 2015. Questa volta l’autrice tenterà di farci entrare nella sua personale visione del mondo a cui è fortemente legata: quello montano.

Se ho una preoccupazione è certamente legata al poco tempo che ho avuto per prepararmi, dalla scelta dei testi allo studio personale, tutto è rimasto molto “all’ultimo”, anche i dettagli tecnici e pratici. Per la prima volta leggo dei brani scritti da me e credo sia un passo importante. Spero che anche quest’anno il risultato possa piacere ma soprattutto emozionare almeno parte del pubblico, poichè una volta ancora è questo il tipo di approccio, non certamente una disamina tecnica di salite in montagna o di dettagli della vita quotidiana in una piccola frazione abbandonata. Ancora una volta punto tutto su spiritualità e filosofia, perchè non siamo fatti di sola materia, come per me le montagne non sono fatte di soli ghiaccio, neve e pietre.”

Rene di pecora

Il pastore mi porge un rene sulla punta del coltello. Non ho mai mangiato un organo interno di un animale. Dopo aver saltato il fegato ora non posso tirarmi indietro, tocca a me essere onorata di una delle parti più prelibate. Lo prendo con le dita e lo appoggio nel piatto, non ho coraggio di mangiarlo intero. Ne tasto al consistenza, lo taglio a metà, lo porto alla bocca. Ho il terrore di avere un conato di vomito. Mastico, mastico, guardo gli altri ed esclamo: “E’ buono!”. Non così convinta invero, ma è tutta una cosa mentale. Dopo tre anni riesco a deglutire, bevo e poi sono pronta ad apprezzare meglio la metà che rimane. Rene di pecora. Una madre ha partorito due agnelli, ma uno non può crescerlo, è di troppo. Che fare allora? Si sceglie.

Sui pascoli aridi aleggia umida nebbia. Ogni stelo d’erba prega il cielo per pioggia. Tutti gli animali sono quieti: pecore, asini, cani. E noi un giorno ancora siamo gli eletti: al riparo nella malga condividiamo un pasto nella penombra di una stretta stanza. La carne è cotta nel forno costruito pietra su pietra per tutta la notte. Il formaggio è cagliato dal latte delle due mucche e i pomodori con le cipolle arrivano dalla valle.

Immaginate come possa essere mangiare un animale vero dopo non aver toccato carne per quattro anni e aver ricominciato solo a masticare cose che non paiono essere mai appartenute a qualcosa che fosse vivo. Tuttavia nel tuo codice genetico è impresso l’odore del sangue appena stillato dalle vene recise, quello delle piume bruciacchiate, il rumore dello strappo della pelliccia del coniglio, la visione delle mani che afferrano le interiora ancora tiepide. E la morte che aleggia nell’aria immobile e l’olezzo che fa. Lo sguardo pieno di dignità dell’animale morituro. Non si può che mangiare con devozione, abbassando il capo con rispetto, tenendo a mente la sacralità della vita.

I cani puliscono le ossa tranquilli sul prato. Il piccolo imita i grandi e segue giocosamente il pastore. Abbaia agli asini che placidamente lo ignorano, tutti presi a contendersi le pagnotte secche che sono state lanciate loro. Anche il cane riesce ad accaparrarsene una. Più per gioco che per fame.

Noi restiamo in silenzio, abbiamo ascoltato storie di altri tempi e altri luoghi più selvaggi e remoti, dov’è ancora normale morire da bambini per la mancanza di una qualche medicina, non c’è molto da dire. Sappiamo poi che anche tutto questo sta per finire, forse non solo per questa stagione. Finire e basta. Gli aliti di vento che fan tremare le foglie sono gli ultimi respiri di un tempo separato da tutto, che se non si raccontasse sarebbe come inesistente, protetto dal silenzio delle montagne. Le nostre terre sono piene di queste bolle sospese, sempre sul confine incerto della dissoluzione: resistenze, resistenze contemporanee. Qualche ragazzino ha fatto in tempo a vedere questo universo moribondo che arranca con stanchezza. Ricorderà un giorno?

In ogni punto l’orizzonte annuncia l’autunno, sentiamo l’aria cambiare nella carezza sulla nostra pelle, nella luce del giorno e nell’odore del vento. I pascoli si svuoteranno come le frazioni deserte. Qualche lanterna sparsa resisterà all’inverno, può darsi, chissà. I ragazzini sono spensierati, noi lo sembriamo almeno un po’ per qualche fragile intervallo di tempo sospeso.

Calcoliamo gli anni col passar degli inverni, perché è solo con il naturale assecondarsi delle stagioni che si guadagna un senso più pieno del tempo, ancestrale e vero. Ancora una volta, prima della rinascita, ci prepariamo al tempo solitario e silenzioso, duro e spoglio; ancora una volta ci stringeremo tra di noi pochi volti familiari; ancora una volta accenderemo i nostri focolari. Giorno dopo giorno tentiamo ancora la nostra via disperata: restiamo in montagna.

Per un gruppo di mucche

Martedì mattina c’era una luce diversa al risveglio; c’era proprio luce dopo mattine oscurate dalla tenda, famigliare, rassicurante all’eccesso, entrava insieme all’aria fresca dalla finestra nel tetto di casa. La prima percezione la precedeva tuttavia: campanacci di mucche. Tornando dalla Valle d’Aosta a notte fonda non mi ero accorta di nulla.

La sensazione è dolcissima, così consolatoria, confonde i confini della veglia e del sogno. Dalla porta della cucina contemplo le vacche bianche ad eccezione di una. Giusto e bello mi dico, un regalo.

Non so di chi siano le mucche, solo che hanno dato una sferzata di vita a questo angolo di mondo silenzioso. La loro compagnia costante mi pare colmare un abisso. Torneranno mai? Ancora sono qui!

La sera, mentre riempio gli annaffiatoi alla fontana, arrivano anche i vicini anziani sorridenti come non mai. Lui apre la strada lodando tutte le qualità e le virtù delle bellissime mucche. Prendiamone una! Ride. Torna bambino. E poi arriva la moglie e mi invita: andiamo a guardarle mangiare! Per un momento sgrano gli occhi perplessa e continuo con la mia occupazione, poi chiedo: le avevate anche voi, no?Sì, tre. C’è quasi una nota di commozione nella risposta. Mentre bagno osservo i vecchi guardare da vicino le mucche, insieme, ringiovanendo, rivivendo gli anni intensi. Mi sembra di vederli giovani sposi a far l’amore, e i figli poi, nell’aia tra gli animali. Quello che sembra un miraggio diventa sostanza inacessibile di un passato in cui non è concesso altro che immaginare, là negli occhi che ammirano sognanti las vachas.

Ci sono poi due donne che tirano fuori quattro bambini esagitati dal bagagliaio per mostrar loro le stesse mucche. Urlano come dannati. Non capisco se riescono a prendere la scossa con il filo elettrizzato o se tutta la fibrillazione sia data dalla mirabile visione dei biancheggianti animali o dall’estrazione dall’insolito luogo di trasporto nell’aperto ossigeno al di fuori. Nella stanchezza della sera, come una mosca noiosa, il primo spontaneo pensiero è ma non hanno mai visto nulla? E segue ma quando se ne vanno? E infine stai diventano vecchia, intollerante e intollerabile! L’unica consolazione lo sguardo perplesso che condiviso con las vachas.

Qui tutti parlano delle mucche. Di mattina continuo a svegliarmi con le loro campane che assopiscono la vacua ricerca delle mie mani nel freddo immobile al mio fianco. E di tanto in tanto penso che se ne andranno presto, e altrettanto presto mi chiedo se stringerò quelle altre mani dolcissime, ed esse insieme le rocce eterne. Girano gli occhi, i pensieri via su un alito di vento. Il sonno. L’orecchio si tende nella notte: dormono las vachas.

E noi no.

La guerra inizia in casa

Fatti ecclatanti: ne sono accaduti molti negli ultimi anni, negli ultimi mesi. Non mi sono mai pronunciata e non lo farò nemmeno oggi. Non posso fare grandi teorie su come cambiare i grandi sistemi; posso parlare solamente di quel che vedo uscendo dalla porta di casa e dire che vi trovo qualcosa di ugualmente inquietante: questo azzardo che tale non mi pare perchè tutto è collegato e perchè credo che i grandi sistemi siano tali perchè c’è un tacito consenso e un’alimentazione dal basso.

Oggi il mio pranzo è diventato freddo perchè sono rimasta coinvolta nelle discussioni tra i miei vicini. Non siamo in un condominio: siamo in una minuscola frazione di montagna, uno di quei posti che a chi vive in città spesso appare come un paradiso. Forse se avete visto il film Il vento fa il suo giro potete immaginare che spesso sia solo un’idea platonica. Vi dico: se volete andare in montagna per vivere tranquilli premuratevi di non avere vicini nè presenti nè potenziali in futuro. Andate a fare gli eremiti. Con le altre durezze dell’ambiente potrete mediare se la vostra fibra è buona, ma credo che farlo con i vecchi montanari incalliti sia pura illusione. Non giocate a fare l’americano che porta a tutti la democrazia con convizione più o meno spiccata. Aspettatevi le bombe sotto il culo. Aspettatevele in ogni caso. E se volete fare gli antropologi assicuratevi di essere almeno gandhiani e lasciatevi una via di fuga.

Sono sgomenta di fronte all’attaccamento per la proprietà privata a livelli che mai avevo immaginato. Sono sgomenta di fronte alla nuda validità della vecchia legge occhio per occhio, dente per dente, alla giustizia fatta da sé, alla resistenza del meccanismo della vendetta e della faida. Tu non passi qui con il trattore: allora tu non parcheggi la macchina lì. Tu non mi fai passare di qui: io ti lascio tutto sporco attaccato a casa perchè tanto è mio ed è mio diritto lasciare sporco, non ci sono leggi che mi dicano di pulire. Qui la vita è grezza, è pura materia, sfruttamento, sopravvivenza, interesse egoistico. Una ritorsione continua, un eterno tentativo di fottere l’altro al meglio delle proprie possibilità, tutto coperto dallo slogan del vivi e lascia vivere.

Non crediate che il montanaro debba per forza essere un uomo interessato a mantenere l’ambiente che lo circondi, nè a rispettarlo, nè a volerlo lasciare bene per il futuro. Non aspettatevi che abbia gusto per il pulito e per il bello, non aspettatevi case in pietre e fiori alle finestre. Non aspettatevi che lo salvi la fede in Dio o l’andare in chiesa: è tutta ipocrisia, apparenza, il rito della domenica. Non aspettatevi fiducia, dialogo, comprensione, purezza di intenti. Aspettatevi piuttosto le ortiche fatte crescere lungo i confini, dispetti, furti, insulti e intimidazioni che non potrete mai denunciare. Aspettatevi persone che somigliano di più alle pietre. Quelle che si staccano dalle pareti, non quelle che si calpestano.

Ho cercato inutilmente di calmare le acque. Non si può pretendere di indurre questa gente a ragionare in termini diversi dai loro. Noi siamo qui da ben prima, l’eterna difesa. Mi sono ricordata che non sarò mai ben accetta qui. Perchè io faccio parte dei signori, anche se a volte non arrivo a fine mese. Perchè non sono nata qui ma a ben 15 km di distanza e non ho vissuto della sola terra, perchè ho studiato, perchè vado in città, perchè mangio cose diverse, perchè mi vesto in modo diverso e non come ultima cosa perchè sono una donna (che fa troppo di testa sua).

Il gusto dei miei zucchini e dei miei lamponi oggi è un po’ più amaro. In fondo non avevo scordato tutte queste cose, erano solo state latenti per un po’. Ritornano alla memoria certi dialoghi avuti sul futuro della montagna, ricordo molto bene quando si ipotizzava che le terre alte dovessero morire davvero per poi poter rivivere. Con una certa impotenza mi chiedo se non sia davvero così, se non sia necessario perdere le vecchie generazioni (che non voglio per forza generalizzare nelle descrizioni portate oggi) con tutto il bene e tutto il male, con tutte le loro conoscenze e la loro ignoranza.

La montagna rimane per me un grande amore e una grande amarezza.