Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.

Moti interiori

I Lyskamm sono stati un’esperienza segnante: dall’indomani non sono più stata ciò che prima ero – ciò accade invero ogni volta che vado per monti. Assente al mondo per giorni. Poi l’insofferenza del quotidiano è tornata cavalcando le creste spumeggianti delle mie inquietudini, tutto è tornato ad essere incomunicabile ed il mio spirito è tornato a traboccare come un’anfora abbandonata ad accogliere l’acqua di fonte; ho ripreso a fare il mio caratteristico verso, misto di lamento ebbro di gioie taciute, urlo nel silenzio gelido di questo angolo di cosmo.

Mentre cammino per la strada mi anima un moto interiore, mi spinge avanti, dalle pareti e dalle vette al senso del dovere e l’obbligo spontaneo del sopravvivere, alimentare il corpo come il fuoco che illumina l’inverno. Mi è tornato il desiderio della musica e della lettura, la necessità di ritrovare le tessere che la tristezza ha staccato dal mosaico interiore. La parete di roccia, il corpo vibrante della Montagna, asseconda i moti della mia anima. Verso il cielo, verso qualcosa di più, qualcosa di migliore della noia del nostro carcere quotidiano.

Vorrei essere più forte di tutto ciò che sento dentro: ma esattamente Quello io sono! Un’unica corrente che stenta a riconoscersi allo specchio. Sono tutto ciò che amo e tutto ciò che odio. E amo ciò che questi miei occhi vedono, ciò che le mie mani toccano e ciò di cui il mio spirito rivive e trasale, i sentimenti e le speranze rinnovate, il filo divino che è calato dall’immenso verso la mia infinita piccolezza per riportarmi a respirare aria più sottile, non solo coi polmoni, ma con organi eterni ed impalpabili… Per poi lasciarmi ricadere a valle -ed io egualmente debbo amarlo- dove veramente manca l’ossigeno per vivere: no, non stanno le cose come ci sono state dette da bambini, siamo stati ingannati! Sono le città i luoghi mortiferi dove si arranca soffocati dopo che si siano decomposti i nostri migliori organi, accordati in tempi lontanissimi dall’abile mano divina in armonia con le ondulazioni di più alte sfere, sì, le città i luoghi dove l’uomo perde sé stesso e i suoi fratelli e la capacità di provare amore. In virtù di tutto ciò io continuo a far bandiera del motto antico: per aspera ad astra!

Il suono stridulo e mestissimo d’un violino che taglia l’aria con note in minore m’apre il petto e lo riempie di tutti i sentimenti ch’esso possa provare. “Ricordami come sono infelice lontano dalle tue leggi!”. Qualcuno uccida questa lontananza!

(Ascoltando: Concerto per violino e orchestra op.64, Mendelssohn)

Lyskamm

La notte è lunga e irrequieta: che sembra non finire per quanto poche siano le ore da dormire e che il caldo, gli incubi e i pensieri incessanti la tormentano. La Capanna Gnifetti è affollata all’inverosimile, non vi sono spazi vuoti, ogni angolo è riempito dalle persone o dalle attrezzature, è una continua compressione animalesca con il prossimo, che quasi finisce per diventare un mero fastidio e non certo un compagno, perlomeno spirituale, d’avventura. Troppa gente per me, troppo rumore, troppa spensieratezza, come se fossimo lì per giocare a carte. Scherzo, divago, ma la mia mente resta fondamentalmente occupata nel suo profondo dall’obiettivo dell’indomani: i Lyskamm, Menschenfresser, mangiatori di uomini venivano detti da alcuni. Le previsioni meteo ci sono di turbamento e il buio si fa turbolento tra le folate di vento, la neve e i tuoni che rompono il silenzio glaciale e lampeggiano alla finestrella della nostra stanza. Anche dai bagni si scorgono i crepacci ed i seracchi che bisbigliano il loro memento.

Sguardo sul ghiacciaio dal Rifugio Quintino Sella, lungo la discesa

Alle 3.30 del mattino, quando infine ci allontaniamo dal torpore dei letti, il rifugio è già un formicaio brulicante, quasi tutti sono già in movimento, anche i gruppi diretti alla Capanna Margherita, e c’è chi si lamenta della scarsità della colazione, che invero era stata gentilmente lasciata pronta per chi si alza prima per necessità dovute alla strada da intraprendere, mentre sarebbe stata servita a tutti gli altri un’ora dopo. Mi scrollo di dosso il vociare e la noia uscendo nell’aria pungente e nera, ferita dalla luce delle torce frontali, e non appena riusciamo a scendere dalle rocce sulle quali è abbarbicato il rifugio, anche qui facendo la coda un po’ come per tutto, in breve ci allontaniamo dall’agitazione collettiva e dal caos. Anche questi luoghi non sono immuni alla morsa del commercio, del denaro e della moda. Nel contatto forzato con la massa caleidoscopica ritrovo la mia insofferenza e la mia vocazione alla quiete dell’isolamento, laddove la solitudine è condivisa con pochi prediletti. Nonostante la gamba mi dia nuovamente fastidio ci inoltriamo velocemente sugli oscuri ma conosciuti pendii del ghiacciaio del Lys. Alle nostre spalle una scia di lumini torna a calpestare la traccia che conduce alla Capanna Margherita, e nel raggiungere il Colle del Lys ci distacchiamo dalla grande processione con altre poche anime silenziose. Abbiamo preferito abbandonare il proposito di percorrere la cresta Sella al Lyskamm Orientale dopo la nevicata, così con rinnovata convinzione ci accingiamo ad attaccare la classica cresta est, sferzata dal vento gelido che di tanto in tanto ci sputa in faccia folate cariche di granelli di neve ghiacciata.

Primo sole sulla Parrot
Ci aggingiamo ad iniziare la salita lungo la cresta est mentre i primi raggi iniziano ad illuminare la montagna

“E così, tenacemente e metodicamente, sempre più in alto, nell’aria che sempre più si fa sottile e che in un senso di ebbrezza lieve ti distrugge quasi ogni stanchezza corporale, sino a raggiungere la linea delle vette.

Nè qui la vicenda ha termine: qui essa, invece e spesso, ha la sua fase più pericolosa e risolutiva. E’ la traversata delle creste di ghiaccio – è la scalata delle zone di roccia gelata che, di nuovo, al sommo, si svincolano ed emergono su, fuor dai ghiacci. Sui due Lyskamm, fra il Lyskamm orientale ed il «Naso», fra lo Zumstein e la Dufour, vi son per esempio creste quasi come tagli di coltello: da una parte e dall’altra, baratri di centinaia di metri. Un istante di vertigine e di mancamento – e non se ne parla più. Si va avanti scalinando, tenendosi spesso a cavallo, con un piede da una parte della cresta e un piede dall’altra, sì che per un passo falso o per un cedimento del ghiaccio tu possa subito aggrapparti. Linea-limite della catena (di qua l’Italia, di là la Svizzera) è raro che il vento non vi soffi. Allora tenersi in piedi implica ancora un altro problema: devi andare avanti aggrappato a prese della piccozza con mosse rapidissime, precise, felini nella traccia della scalinatura, nelle pause del vento. Di nuovo, il tempo quasi non lo avverti più: sino all’apice, dove finalmente il corpo sosta, e si schiudono orizzonti voraginosi, ciclici, oceanici – di centinaia di chilometri: dal Gran Paradiso al Monte Bianco e al Cervino – e via via sino al rilucere lontano dei ghiacciai dell’Ortler e della Marmolada.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

La meravigliosa eleganza della cresta est ripresa dalla cima del Lyskamm orientale, 4527m

Danziamo sulla lama elegante che si staglia tra gli abissi. L’atto del salire diventa una meditazione totale che dura ore, nessun pensiero esterno può più (e non deve) penetrare la mente e distrarla dal rito in cui sta guidando il corpo, uno strano processo in cui non sono ammessi errori e pertanto le vie di mezzo: o vita o morte. La Montagna ci concede la possibilità di totale fusione con la sua austera perfezione: essere in totale unisono accordo con lei, assecondarla così tanto da sopprimere il nostro ego. E poi l’atto di fede più grande si compie nei confronti dei compagni di scalata: legati in cordata, il passo falso di chiunque di noi può compromettere in un baleno la sopravvivenza di tutti, le responsabilità sono reciproche. Siamo un corpo unico in movimento.

Le linee superbe della cresta durante la traversata tra i due Lyskamm

“Ma per altri, essa (l’Alpe) è nulla, nulla di tutto ciò: è via di liberazione, di superamento, di compimento interiore. I due grandi poli della vita allo stato puro: azione e contemplazione – vi si congiungono.

Azione – attraverso la responsabilità assoluta, l’assoluto sentirsi soli, lasciati alla sola propria forza, al solo proprio ardire cui il più lucido, il più chirurgico controllo deve unirsi.

Contemplazione – come il fiore stesso di questa vicenda eroica, quando lo sguardo diviene ciclico e solare, là dove non esiste che cielo, e nude libere forze che si rispecchiano e fissano l’immensità nel coro titanico delle vette.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

Oltre la cresta, il Cervino
Perchè queste citazioni

E’ il pomeriggio del giorno successivo. Ho già assolto il dovere quotidiano del lavoro e finalmente ritrovo un po’ di pace e di riposo nel raccoglimento della mia casa. Sembra passato molto più tempo del reale, ma invero sono trascorse poco più di ventiquattro ore dal termine della nostra traversata dei Lyskamm. Erano montagne che non immaginavo di salire quest’anno, le ho sempre temute e proprio per questo l’attesa dell’inaspettata salita è stata tanto febbricitante. Sono arrivati così, dirompendo come un fiume in piena nel mio animo, addirittura prima dell’obiettivo che tanto ho desiderato per i miei venticinque anni, che ancora attende che vi possa fare un tentativo. Transitando al Colle del Lys affiorano gli ultimi pensieri di tipo più “ordinario”.

Tornando a casa scambio qualche messaggio con il caro amico Maurizio, che apre la conversazione con queste parole “Monte Rosa: là dove nasce la luce.” Nemmeno sapeva che tornavo proprio da tale montagna!

Così, appena fatto rientro, prendo in mano un libro di cui mi aveva fatto dono e in breve capito tra le pagine che parlano dei luoghi appena visitati. Quando lessi per la prima volta quelle pagine non avevo ancora avuto la possibilità di andare nel massiccio del Monte Rosa e non ne avevo le capacità necessarie. Ora le stesse parole risuonano di un significato nuovo e sicuramente più pieno, proprio per questo ho desiderato citare alcune frasi, perché nonostante risalgano al 1928 hanno qualcosa di perfettamente attuale alle mie orecchie interiori.

Ancora mi dilungherei, altri aneddoti vorrei raccontare, ma già la possibilità di essere fraintesi mi ferma e da un canto mi consola, che già troppo è stato forse detto. Già torna ad infastidirmi il brusio del quotidiano, dove la derisione e l’ignoranza sono sempre dietro l’angolo e mi inducono al ritorno alla solitudine. Certi aspetti della contemporaneità, soprattutto nel frangente della comunicazione, mi frastornano. Pertanto, piuttosto di un’insensata vacuità, preferisco trattenermi e ritirarmi. Forse sono nata così, perché così è sempre stato da quando ricordi. Gli animi non son tutti proprio uguali. Quando troppo ti dilunghi sei in errore, parimenti quando non eccedi in dettagli. Qualsiasi azione è sotto perenne accusa e critica, sicché provo una sorta di noia cronica verso le modalità di comunicazione offerteci, specialmente nel mondo della rete, dove il distacco e il relativo anonimato hanno scatenato le manifestazioni dei peggiori sentimenti umani. Perché scrivere allora? Leggeranno forse i fratelli, avvertendo tra i pensieri la fratellanza stessa?

L’inevitabile pesantezza dell’essere

Persino si arriva alla sera provando vergogna della propria felicità. Il sole si è nascosto, un po’ come me, nella solitudine di un angolo aperto che farà il suo giro fino al mattino per ripresentarsi al mondo. Ripongo i sogni nel mio cuore e come flagelli tornano a farmi tormento la solitudine e l’indifferenza, la banalità del quotidiano che spesso di fa tremendo. Eppure quanta fortuna, quanta bellezza! Bisogna rendere omaggio alla possibilità del vivere giorni tanto belli, impegnativi e appassionati, spensierati nella loro inseparabile concentrazione, sacerrima. Nemmeno il moderno vocabolario dei computer riconosce questa parola. Siamo dispersi, navi alla deriva in acque di decadenza. Dove stiamo andando a finire? Poco a poco anche io perdo le parole come tessere di un mosaico che invecchia, come una montagna che poco a poco si sgretola.

L’inevitabile pesantezza dell’essere”: mi pare di avere udito queste parole, o forse le ho sognate? Mi si spalancarono gli occhi mentre tenevo tra le mani la corda assicurando il compagno. Chi lo disse, perchè? L’uomo o la montagna, un dio in qualche luogo al di fuori o all’interno di me? Forse è come se vincendo la gravità di vincesse almeno per un po’ quella pesantezza, che non è solo corporea e sostanziale, ma qualcosa che trascende la materia e rintocca nell’anima come la vecchia campana di bronzo d’un campanile lontano.

Mi riempie l’animo questa prima salita su una via classica, una via a soli chiodi, dove ho potuto sentire il suono che fa il martello ribattendoli, riportandomi col pensiero alle letture di Emilio Comici, che descriveva il suono che fa un chiodo buono, dove ho potuto realizzare che quegli stessi chiodi che vedevo erano quelli utilizzati dai primi salitori, immaginandone la creatività e l’impegno, provando per loro solidarietà e rispetto, così come lo provo per colui che ha reso possibile questa appassionante e impegnativa salita, insieme a tanta gratitudine. E dove ho sentito ancora una volta, in modo ancor rinnovato, la voce della Montagna che suona nel grande silenzio mentre noi tendiamo verso di lei. Dove ancora mi sono sentita più che mai viva.

21 giugno 2018 – Pensieri al ritorno dalla Valle Maira, dove siamo saliti per la bellissima combinazione di vie alla Rocca Castello: Sete d’Oriente+Diedro Calcagno+variante Savio. Il più bel modo che si potesse desiderare per brindare all’inizio dell’estate.

Pronti per iniziare il primo tiro
Traverso tra Sete d’Oriente e l’attacco del Diedro Calcagno
Uno sguardo sull’ardita Punta Figari, e in lontananza la Croce Provenzale
Nel fantastico diedro
Il passaggio più duro: la variante di Sergio Savio
Ed infine la discesa in corda doppia…

Ricordare da dove si arriva

Giravo ancora con la piccozza di mio nonno. Le mie possibilità erano poche, molto poche. Salire un canale nella mia valle o in una vicina era qualcosa di grande, qualcosa per cui piangere una volta in cima. E’ vero che i sogni si deformano e si ingigantiscono, danno alla testa, portano a compiere assurdi sacrifici e lotte quotidiane, finché quasi non ci si riconosce più; ma ogni tanto bisogna ricordarsi da dove si viene, per non perdere la strada.

I più giovani erano portati a sorridere della mia attrezzatura, mentre qualche anziano montanaro vi riconosceva qualcosa di prezioso; per me è stata qualcosa di più: un vincolo iniziatico e una staffetta da portare avanti, il cui testimone era passato tra le mani di mio nonno prima e di mio padre poi, ora nelle mie. Quella picca era enorme, totalmente fuori misura per me; per certo doveva essere divertente incontrare qualcuno che se ne andava in giro così. Pantaloni neri vecchi di anni, un po’ sgualciti, che tuttavia uso ancora adesso, riparati già tante volte e utilizzati con delle vecchie bretelle perché nel frattempo un po’ si saranno lasciati andare loro, un po’ sarò dimagrita io a furia di muovermi; una vecchia giacca rossa che mio padre mi aveva comprato “per la crescita” e che probabilmente era da maschio e maglie termiche comprate per pochi soldi. E poi io che insomma, non sono mai stata nelle fila di quelle belle. Poco accettabile per un mondo che si nutre di apparenze. Sia i miei conoscenti che gli sconosciuti che vedevo qua e là per i monti, a mio confronto sembravano dei fotomodelli. Sembrava di rivivere i tempi delle scuole, tra elementari e medie, quando avevo i brufoli, indossavo delle cosacce brutte e tristi da mercato, tutti già iniziavano a fare i fighetti e il mio soprannome era “cesso”. Insomma, una vita da classici sfigati, corredata dalle prese in giro e dalle umiliazioni del bullo di turno. Orribili anni.

Al corso di alpinismo: con la picca e le ghette “di famiglia” e vestiti vecchi di anni comprati ancora con mio padre, lo zaino del regalo per i miei 18 anni, i bastoncini che mi regalò Peter venendo in Europa dall’Australia per il Cammino di Santiago. Scarponi e ramponi comprati a Natale e un caschetto in super sconto. Et voila!

Per fortuna così tanto tempo dopo tutto ciò mi importava molto di meno. Perlomeno ero in montagna a fare qualcosa che mi rendeva felice. Avevo comprato un libro fantastico per capire dove andare a ravanare con i miei ramponi nuovi di Natale e la vecchia picca: una collezione di itinerari di sci ripido, mentre gli sci li sognavo come uno strano miraggio e non avrei creduto di poterli usare mai. Quelle pagine rivoluzionarono in un baleno la mia visione della montagna invernale. E la fortuna maggiore era che le condizioni per andare c’erano, nonostante l’inverno poco abbondante di precipitazioni nevose, c’erano eccome, probabilmente più per me che per gli ultimi ostinati sciatori. Da quel momento una parte di me si innamorò del lato scuro delle montagne, della parete in ombra, dell’esposizione nord. Volevo assolutamente arrampicare su ghiaccio, ma questa è una storia che ho già raccontato.

Nel frattempo colui che stava diventando seriamente il mio compagno, aveva fatto la conoscenza di un rifugista della valle, presso il quale aveva lavorato per l’installazione di una parabola satellitare per internet. Avevo la mia lista di itinerari papabili, come tuttora ho, e uno di quelli passava proprio per quelle zone. Una sera, proprio mentre cenavamo assieme, il rifugista fece una chiamata di prova al mio ragazzo utilizzando il nuovo servizio, invitandoci poi ad andare a fargli visita. Chiesi com’erano le condizioni su e alla risposta… “Domani salgo”. Probabilmente il nostro buon Gianfranco non aveva inteso che davvero sarei arrivata, finché il pomeriggio successivo, mentre lavorava sotto il caldo sole, vide giungere una ragazza con lo zaino in spalle.

La mattina seguente, partita all’ultimo buio, salivo con due picche – quella di mio nonno e una che Gianfranco volle a tutti i costi prestarmi – e in zaino una radio per eventuali comunicazioni. Pochi minuti alle otto ed ecco che sbucavo dal tratto più ripido dell’uscita del canale nel raggi del sole mattutino, in vista delle croci di vetta. E tutto il resto del mondo giù a valle.

Prime luci del mattino avvicinandosi ai canali nord del Tenibres
ancora prima

Ero stata sul Tenibres per la prima volta tanti anni addietro insieme a mio padre, gita da lui preventivamente descritta lunga a me che ero solo ragazzina e avrei potuto stufarmi anzitempo del lungo camminare. Una giornata un po’ nebbiosa, come tante ne prendevamo, come avessimo avuto un abbonamento al tempaccio. Una fotografia di quel giorno mi ritrae mentre cammino lungo il nevaio al di sotto della cima, lungo la via normale. Proprio di lì andai per scendere. Tra le roccette mi colpì come una saetta la sensazione della presenza di lui. Un saluto commosso e ripresi la mia via verso valle. Giornate che rimangono impresse nei dettagli anche dopo tanto tempo, giornate che nutrono lo spirito, giornate che lasciano dietro di sé un significato che ci modella come un abile scalpello e contribuisce a creare ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani.

In cima al canale
Uno sguardo dalla cima

Un anno dopo quella salita mi sono ritrovata a volerla ripercorrere preparandone una recensione; molte righe le ho scritte esattamente nei giorni esatti in cui ero lassù – nemmeno a farlo apposta – e ho terminato nei successivi. Il tempo per scrivere devo sempre un po’ ritagliarlo, ho ancora tanto da raccontare di quanto vissuto nelle ultime settimane, ma non riesco a star dietro alla vita. Solitamente ci riesco quando non lavoro al mattino e non impiego tali ore all’aria aperta… diventa complesso! Magari ci sarebbero altri momenti ma allora non vengono proprio le parole e allora mi perdo in qualcos’altro. Intanto quest’anno non sono riuscita a salire dei canali nelle mie valli, per diversi motivi, di cui il maltempo in primis o l’essere spesso altrove nei finesettimana; così eccomi a ripercorrere quelli dell’anno scorso e la cosa mi turba sempre un po’, poichè la mia vita è cambiata tanto da allora.

Realizzando uno schizzo del Tenibres e dei suoi canali nord per la recensione
Dulcis in fundo…

Qualche giorno fa, durante il solito sabato piovoso, stavamo mettendo a posto in cantina e tra le varie scatole ne abbiamo trovata una contenente un paio di ramponi della Camp, vecchi ma non vecchissimi. Resta l’enigma su chi fosse stato il proprietario: mio padre o mio nonno? L’altro paio che ho in casa è davvero molto molto vecchio, tanto da far pensare che nessuno dei due l’abbia mai utilizzato, ma bensì trovato da qualche parte, mentre il paio appena scoperto è stato sicuramente usato. E’ stato un ritrovamento emozionante per me.

Un giorno spero potrò ritrovare le fotografie che i nonni ogni tanto tiravano fuori e si mettevano a sfogliare insieme a noi, sempre che non siano state buttate o perdute dopo la loro morte; per il momento sono impossibilitata in tale ricerca, ma se mai riuscirò ad entrare ancora nella loro casa spero di potervi provare. Ricordo tra il resto le foto del Monte Rosa, mentre in casa, tra le foto di mio padre, spiccano quelle di lui e il nonno sul Monviso, che ho riguardato con affetto la sera prima di affrontare la mia prima salita.