Piccole cronache di giorni in Marittime, III

9 settembre 2018, cresta sigismondi all’argentera

Dormo di un sonno meravigliosamente ristorante, calmo e intensamente riposante. E’ bello ritrovarsi a passare la notte in rifugio, mi è capitato solo un paio di volte durante l’estate. In questi luoghi c’è per me un senso di appartenenza e un’aura di benessere.

Usciamo quando la luce inizia ad invadere la conca buia e già si distingue la desolazione di pietre ai piedi dell’Argentera e della Nasta; la luce frontale serve per poco tempo. Inizialmente, sulle orme dei primi a partire, seguiamo il sentiero che conduce al passo dei Detriti, e ci portiamo alla base della sua conoide.

Salendo al Colletto Freshfield

Qui attraversiamo sotto le pareti rocciose per raggiungere la base del canale che culmina nel Colletto Freshfield, al quale saliamo senza difficoltà e dove ci leghiamo in cordata per affrontare le prime placche in conserva, dopo le quali inizia la salita vera e propria: davanti a noi si erge la cima Purtscheller, e per raggiungerla facciamo tre tiri di corda seguendo il mio naso, ricompensato, quasi in cima, dalla presenza di un vecchio chiodo che fotografo con un tocco di infantilità e dal ritrovarsi semplicemente “nel posto giusto”, cosa che dà un senso l’imposizione della mia lettura, che a tratti credo possa aver dato qualche dubbio al mio socio.

Un piacevole ritratto “in azione” scattato da Tomasz, bellissimo ricordo: grazie!

A volte ci si sente in imbarazzo nel volersi far dare ragione a tutti i costi, nel mostrarsi convinti pur mai abbandonando del tutto la consapevolezza dell’errore che sempre sta dietro l’angolo, tanto più per un alpinista giovane come me. Io poi, che nel quotidiano ragione non ho quasi mai, giusto o sbagliato che sia. Tuttavia so che in questa gita in cui l’itinerario era incognito ad entrambi ho imposto moltissimo la mia personalità, la mia volontà e la determinazione che vorrei avere anche nei giorni più banali trascorsi a valle. Il processo mentale che tutto ciò mi ha procurato è stato per me intenso, interessante e sicuramente mi ha dato tanto: credo di aver fatto dei passi avanti sia nella conoscenza di sé, sia in quella dell’ambiente alpino. Per alcuni tutto ciò sarà poca cosa, ma per me resta un episodio grandemente arricchente e più significativo per esempio di una via con difficoltà molto maggiori ma segnalate dalla presenza di chiodi o da una tranquillizzante linea di spit. Insomma, per me è stato alpinismo vero, seppur non difficile. Scegliere dove passare e come e quando proteggersi è bellissimo ed rappresenta una strada che desidero tornare a percorrere, approfondire e conoscere meglio.

Usciamo soddisfatti dai tiri di corda, a poca distanza dalla cima Purtscheller

Fatto sta che dalla cima Purtscheller il percorso si fa evidente e logico: siamo in cresta; continuo a ricordare il mantra costituito dalle parole di Andrea prima della partenza: “cerca il facile” e con questo pensiero in mente ci muoviamo su un lato o sull’altro del filo, fino a raggiungere la Cima Genova. Qui abbiamo una possibilità per abbandonare e calarci verso la via normale alla cima sud dell’Argentera, a poca distanza dal Passo dei Detriti. Valutare la discesa in verità ci tocca, perché non è presto come vorrei; tuttavia la giornata è buona, il tempo sufficientemente stabile nonostante qualche nuovo accumulo di umidità che già risale verso le vette.

In lontananza si intravede la vetta

Così continuiamo su alcuni dei più bei passaggi della cresta, sul III superiore, molto esposti: stupendi. Solamente dobbiamo prestare attenzione a non far cadere pietre: sotto di noi si trova infatti la cengia che caratterizza la via normale e molte persone la stanno percorrendo… magari anche senza caschetto e ignare della nostra presenza.

Bei passaggi

Quello che sembra un piccolo torrione ostico si rivela essere come alcuni episodi della vita: un inganno dato da uno sguardo lanciato da troppo lontano; infatti, giunti presso di esso, scorgiamo una facile cengetta che ci permette di aggirarlo, risalendo poi per rocce articolate fino a ritrovare il filo, saltare dal lato opposto fino a trovarci fuori dalle difficoltà. Così in breve ci ritroviamo sulla Spalla: da qui non ci resta che attraversare con entusiasmo l’ultimo tratto di facile cresta, principalmente costituito da massi e roccette, ritrovando velocità fino a scorgere la bella croce di vetta.

C’è un momento in cui realizziamo di “essere fuori”, nonostante resti da percorrere un ultimo tratto di cresta praticamente orizzontale tra la Spalla e la vetta
Sulla cresta finale

Siamo gli ultimi a raggiungere la cima, ma io mi sento come quegli ultimi beati a cui apparterrà il regno dei cieli, al quale ancora una volta sono giunta vivente, credendo ancora al valore allegorico delle parole e non al loro primo banale aspetto più letterale, frutto di tante incomprensioni, mistificazioni, limitanti visioni, senza temere identificazioni di qualsiasi genere ma soltanto ascoltando una voce interiore – che utilizza modalità a lei familiari per abitudine e cultura – in armonia col momento presente.

Una meritata foto di vetta

Per qualche momento ci lasciamo andare, si ride, si scherza, si mangia e si beve, si ripone l’attrezzatura, si scattano fotografie. Poi ancora un po’ di concentrazione: servirà ancora per affrontare in sicurezza la discesa per la via normale, non difficile ma esposta e da non sbagliare. Anche qui purtroppo sono morte diverse persone: fino al passo niente scherzi, niente spazio per stanchezza e distrazioni. Dal Passo dei Detriti scendiamo spensierati, nonostante il cammino fino a valle sia ancora lungo. Si concluderà nella luce soffusa della sera, ancora una volta quando in giro non c’è più nessuno (o quasi: riceveremo infatti un passaggio da altri scalatori facendo ritorno al Gias delle Mosche, dove avevamo lasciato l’auto sabato).

Un bellissimo ritorno nelle montagne di casa, quelle della mia infanzia, le più ritratte nelle vecchie fotografie dei nonni, percorrendo però nuove strade, crescendo e conoscendo, osservandole da nuove angolazioni e in tutti i diversi momenti del giorno, così apprezzabili nella loro diversità, ma con una predilizione per la sera, che quasi sempre si perde lontano dagli occhi. Forse una fine di stagione, pur non sapendo dove vi siano realmente confini, perché a realizzare sogni ormai si sa: io sogno sempre più forte.

Discesa lungo la via normale

Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.

Moti interiori

I Lyskamm sono stati un’esperienza segnante: dall’indomani non sono più stata ciò che prima ero – ciò accade invero ogni volta che vado per monti. Assente al mondo per giorni. Poi l’insofferenza del quotidiano è tornata cavalcando le creste spumeggianti delle mie inquietudini, tutto è tornato ad essere incomunicabile ed il mio spirito è tornato a traboccare come un’anfora abbandonata ad accogliere l’acqua di fonte; ho ripreso a fare il mio caratteristico verso, misto di lamento ebbro di gioie taciute, urlo nel silenzio gelido di questo angolo di cosmo.

Mentre cammino per la strada mi anima un moto interiore, mi spinge avanti, dalle pareti e dalle vette al senso del dovere e l’obbligo spontaneo del sopravvivere, alimentare il corpo come il fuoco che illumina l’inverno. Mi è tornato il desiderio della musica e della lettura, la necessità di ritrovare le tessere che la tristezza ha staccato dal mosaico interiore. La parete di roccia, il corpo vibrante della Montagna, asseconda i moti della mia anima. Verso il cielo, verso qualcosa di più, qualcosa di migliore della noia del nostro carcere quotidiano.

Vorrei essere più forte di tutto ciò che sento dentro: ma esattamente Quello io sono! Un’unica corrente che stenta a riconoscersi allo specchio. Sono tutto ciò che amo e tutto ciò che odio. E amo ciò che questi miei occhi vedono, ciò che le mie mani toccano e ciò di cui il mio spirito rivive e trasale, i sentimenti e le speranze rinnovate, il filo divino che è calato dall’immenso verso la mia infinita piccolezza per riportarmi a respirare aria più sottile, non solo coi polmoni, ma con organi eterni ed impalpabili… Per poi lasciarmi ricadere a valle -ed io egualmente debbo amarlo- dove veramente manca l’ossigeno per vivere: no, non stanno le cose come ci sono state dette da bambini, siamo stati ingannati! Sono le città i luoghi mortiferi dove si arranca soffocati dopo che si siano decomposti i nostri migliori organi, accordati in tempi lontanissimi dall’abile mano divina in armonia con le ondulazioni di più alte sfere, sì, le città i luoghi dove l’uomo perde sé stesso e i suoi fratelli e la capacità di provare amore. In virtù di tutto ciò io continuo a far bandiera del motto antico: per aspera ad astra!

Il suono stridulo e mestissimo d’un violino che taglia l’aria con note in minore m’apre il petto e lo riempie di tutti i sentimenti ch’esso possa provare. “Ricordami come sono infelice lontano dalle tue leggi!”. Qualcuno uccida questa lontananza!

(Ascoltando: Concerto per violino e orchestra op.64, Mendelssohn)

Lyskamm

La notte è lunga e irrequieta: che sembra non finire per quanto poche siano le ore da dormire e che il caldo, gli incubi e i pensieri incessanti la tormentano. La Capanna Gnifetti è affollata all’inverosimile, non vi sono spazi vuoti, ogni angolo è riempito dalle persone o dalle attrezzature, è una continua compressione animalesca con il prossimo, che quasi finisce per diventare un mero fastidio e non certo un compagno, perlomeno spirituale, d’avventura. Troppa gente per me, troppo rumore, troppa spensieratezza, come se fossimo lì per giocare a carte. Scherzo, divago, ma la mia mente resta fondamentalmente occupata nel suo profondo dall’obiettivo dell’indomani: i Lyskamm, Menschenfresser, mangiatori di uomini venivano detti da alcuni. Le previsioni meteo ci sono di turbamento e il buio si fa turbolento tra le folate di vento, la neve e i tuoni che rompono il silenzio glaciale e lampeggiano alla finestrella della nostra stanza. Anche dai bagni si scorgono i crepacci ed i seracchi che bisbigliano il loro memento.

Sguardo sul ghiacciaio dal Rifugio Quintino Sella, lungo la discesa

Alle 3.30 del mattino, quando infine ci allontaniamo dal torpore dei letti, il rifugio è già un formicaio brulicante, quasi tutti sono già in movimento, anche i gruppi diretti alla Capanna Margherita, e c’è chi si lamenta della scarsità della colazione, che invero era stata gentilmente lasciata pronta per chi si alza prima per necessità dovute alla strada da intraprendere, mentre sarebbe stata servita a tutti gli altri un’ora dopo. Mi scrollo di dosso il vociare e la noia uscendo nell’aria pungente e nera, ferita dalla luce delle torce frontali, e non appena riusciamo a scendere dalle rocce sulle quali è abbarbicato il rifugio, anche qui facendo la coda un po’ come per tutto, in breve ci allontaniamo dall’agitazione collettiva e dal caos. Anche questi luoghi non sono immuni alla morsa del commercio, del denaro e della moda. Nel contatto forzato con la massa caleidoscopica ritrovo la mia insofferenza e la mia vocazione alla quiete dell’isolamento, laddove la solitudine è condivisa con pochi prediletti. Nonostante la gamba mi dia nuovamente fastidio ci inoltriamo velocemente sugli oscuri ma conosciuti pendii del ghiacciaio del Lys. Alle nostre spalle una scia di lumini torna a calpestare la traccia che conduce alla Capanna Margherita, e nel raggiungere il Colle del Lys ci distacchiamo dalla grande processione con altre poche anime silenziose. Abbiamo preferito abbandonare il proposito di percorrere la cresta Sella al Lyskamm Orientale dopo la nevicata, così con rinnovata convinzione ci accingiamo ad attaccare la classica cresta est, sferzata dal vento gelido che di tanto in tanto ci sputa in faccia folate cariche di granelli di neve ghiacciata.

Primo sole sulla Parrot
Ci aggingiamo ad iniziare la salita lungo la cresta est mentre i primi raggi iniziano ad illuminare la montagna

“E così, tenacemente e metodicamente, sempre più in alto, nell’aria che sempre più si fa sottile e che in un senso di ebbrezza lieve ti distrugge quasi ogni stanchezza corporale, sino a raggiungere la linea delle vette.

Nè qui la vicenda ha termine: qui essa, invece e spesso, ha la sua fase più pericolosa e risolutiva. E’ la traversata delle creste di ghiaccio – è la scalata delle zone di roccia gelata che, di nuovo, al sommo, si svincolano ed emergono su, fuor dai ghiacci. Sui due Lyskamm, fra il Lyskamm orientale ed il «Naso», fra lo Zumstein e la Dufour, vi son per esempio creste quasi come tagli di coltello: da una parte e dall’altra, baratri di centinaia di metri. Un istante di vertigine e di mancamento – e non se ne parla più. Si va avanti scalinando, tenendosi spesso a cavallo, con un piede da una parte della cresta e un piede dall’altra, sì che per un passo falso o per un cedimento del ghiaccio tu possa subito aggrapparti. Linea-limite della catena (di qua l’Italia, di là la Svizzera) è raro che il vento non vi soffi. Allora tenersi in piedi implica ancora un altro problema: devi andare avanti aggrappato a prese della piccozza con mosse rapidissime, precise, felini nella traccia della scalinatura, nelle pause del vento. Di nuovo, il tempo quasi non lo avverti più: sino all’apice, dove finalmente il corpo sosta, e si schiudono orizzonti voraginosi, ciclici, oceanici – di centinaia di chilometri: dal Gran Paradiso al Monte Bianco e al Cervino – e via via sino al rilucere lontano dei ghiacciai dell’Ortler e della Marmolada.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

La meravigliosa eleganza della cresta est ripresa dalla cima del Lyskamm orientale, 4527m

Danziamo sulla lama elegante che si staglia tra gli abissi. L’atto del salire diventa una meditazione totale che dura ore, nessun pensiero esterno può più (e non deve) penetrare la mente e distrarla dal rito in cui sta guidando il corpo, uno strano processo in cui non sono ammessi errori e pertanto le vie di mezzo: o vita o morte. La Montagna ci concede la possibilità di totale fusione con la sua austera perfezione: essere in totale unisono accordo con lei, assecondarla così tanto da sopprimere il nostro ego. E poi l’atto di fede più grande si compie nei confronti dei compagni di scalata: legati in cordata, il passo falso di chiunque di noi può compromettere in un baleno la sopravvivenza di tutti, le responsabilità sono reciproche. Siamo un corpo unico in movimento.

Le linee superbe della cresta durante la traversata tra i due Lyskamm

“Ma per altri, essa (l’Alpe) è nulla, nulla di tutto ciò: è via di liberazione, di superamento, di compimento interiore. I due grandi poli della vita allo stato puro: azione e contemplazione – vi si congiungono.

Azione – attraverso la responsabilità assoluta, l’assoluto sentirsi soli, lasciati alla sola propria forza, al solo proprio ardire cui il più lucido, il più chirurgico controllo deve unirsi.

Contemplazione – come il fiore stesso di questa vicenda eroica, quando lo sguardo diviene ciclico e solare, là dove non esiste che cielo, e nude libere forze che si rispecchiano e fissano l’immensità nel coro titanico delle vette.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

Oltre la cresta, il Cervino
Perchè queste citazioni

E’ il pomeriggio del giorno successivo. Ho già assolto il dovere quotidiano del lavoro e finalmente ritrovo un po’ di pace e di riposo nel raccoglimento della mia casa. Sembra passato molto più tempo del reale, ma invero sono trascorse poco più di ventiquattro ore dal termine della nostra traversata dei Lyskamm. Erano montagne che non immaginavo di salire quest’anno, le ho sempre temute e proprio per questo l’attesa dell’inaspettata salita è stata tanto febbricitante. Sono arrivati così, dirompendo come un fiume in piena nel mio animo, addirittura prima dell’obiettivo che tanto ho desiderato per i miei venticinque anni, che ancora attende che vi possa fare un tentativo. Transitando al Colle del Lys affiorano gli ultimi pensieri di tipo più “ordinario”.

Tornando a casa scambio qualche messaggio con il caro amico Maurizio, che apre la conversazione con queste parole “Monte Rosa: là dove nasce la luce.” Nemmeno sapeva che tornavo proprio da tale montagna!

Così, appena fatto rientro, prendo in mano un libro di cui mi aveva fatto dono e in breve capito tra le pagine che parlano dei luoghi appena visitati. Quando lessi per la prima volta quelle pagine non avevo ancora avuto la possibilità di andare nel massiccio del Monte Rosa e non ne avevo le capacità necessarie. Ora le stesse parole risuonano di un significato nuovo e sicuramente più pieno, proprio per questo ho desiderato citare alcune frasi, perché nonostante risalgano al 1928 hanno qualcosa di perfettamente attuale alle mie orecchie interiori.

Ancora mi dilungherei, altri aneddoti vorrei raccontare, ma già la possibilità di essere fraintesi mi ferma e da un canto mi consola, che già troppo è stato forse detto. Già torna ad infastidirmi il brusio del quotidiano, dove la derisione e l’ignoranza sono sempre dietro l’angolo e mi inducono al ritorno alla solitudine. Certi aspetti della contemporaneità, soprattutto nel frangente della comunicazione, mi frastornano. Pertanto, piuttosto di un’insensata vacuità, preferisco trattenermi e ritirarmi. Forse sono nata così, perché così è sempre stato da quando ricordi. Gli animi non son tutti proprio uguali. Quando troppo ti dilunghi sei in errore, parimenti quando non eccedi in dettagli. Qualsiasi azione è sotto perenne accusa e critica, sicché provo una sorta di noia cronica verso le modalità di comunicazione offerteci, specialmente nel mondo della rete, dove il distacco e il relativo anonimato hanno scatenato le manifestazioni dei peggiori sentimenti umani. Perché scrivere allora? Leggeranno forse i fratelli, avvertendo tra i pensieri la fratellanza stessa?

L’inevitabile pesantezza dell’essere

Persino si arriva alla sera provando vergogna della propria felicità. Il sole si è nascosto, un po’ come me, nella solitudine di un angolo aperto che farà il suo giro fino al mattino per ripresentarsi al mondo. Ripongo i sogni nel mio cuore e come flagelli tornano a farmi tormento la solitudine e l’indifferenza, la banalità del quotidiano che spesso di fa tremendo. Eppure quanta fortuna, quanta bellezza! Bisogna rendere omaggio alla possibilità del vivere giorni tanto belli, impegnativi e appassionati, spensierati nella loro inseparabile concentrazione, sacerrima. Nemmeno il moderno vocabolario dei computer riconosce questa parola. Siamo dispersi, navi alla deriva in acque di decadenza. Dove stiamo andando a finire? Poco a poco anche io perdo le parole come tessere di un mosaico che invecchia, come una montagna che poco a poco si sgretola.

L’inevitabile pesantezza dell’essere”: mi pare di avere udito queste parole, o forse le ho sognate? Mi si spalancarono gli occhi mentre tenevo tra le mani la corda assicurando il compagno. Chi lo disse, perchè? L’uomo o la montagna, un dio in qualche luogo al di fuori o all’interno di me? Forse è come se vincendo la gravità di vincesse almeno per un po’ quella pesantezza, che non è solo corporea e sostanziale, ma qualcosa che trascende la materia e rintocca nell’anima come la vecchia campana di bronzo d’un campanile lontano.

Mi riempie l’animo questa prima salita su una via classica, una via a soli chiodi, dove ho potuto sentire il suono che fa il martello ribattendoli, riportandomi col pensiero alle letture di Emilio Comici, che descriveva il suono che fa un chiodo buono, dove ho potuto realizzare che quegli stessi chiodi che vedevo erano quelli utilizzati dai primi salitori, immaginandone la creatività e l’impegno, provando per loro solidarietà e rispetto, così come lo provo per colui che ha reso possibile questa appassionante e impegnativa salita, insieme a tanta gratitudine. E dove ho sentito ancora una volta, in modo ancor rinnovato, la voce della Montagna che suona nel grande silenzio mentre noi tendiamo verso di lei. Dove ancora mi sono sentita più che mai viva.

21 giugno 2018 – Pensieri al ritorno dalla Valle Maira, dove siamo saliti per la bellissima combinazione di vie alla Rocca Castello: Sete d’Oriente+Diedro Calcagno+variante Savio. Il più bel modo che si potesse desiderare per brindare all’inizio dell’estate.

Pronti per iniziare il primo tiro
Traverso tra Sete d’Oriente e l’attacco del Diedro Calcagno
Uno sguardo sull’ardita Punta Figari, e in lontananza la Croce Provenzale
Nel fantastico diedro
Il passaggio più duro: la variante di Sergio Savio
Ed infine la discesa in corda doppia…