Come rondini a primavera

Una stagione che non so definire. L’inverno se ne è andato senza essersi mai presentato. Nonostante tutto non ci siamo mai fermati, abbiamo arrampicato di continuo, su ghiaccio, su roccia, in montagna, in falesia, quasi come inseguiti da un demone, come se la vita potesse finire domani. E a volte ti guardi intorno e realizzi che in fondo non si sbaglia di molto a pensarlo, anzi, è proprio così. Non siamo che foglie al vento; rimanere attaccati al ramo è una probabilità matematica, senza etica alcuna. Di Dio non si fanno più domande.

Il Marguareis torna nei nostri discorsi. Ce l’eravamo lasciato alle spalle dopo la salita della via Aste-Biancardi alla cima Tino Prato, in ottobre. Il freddo alle mani di quella mattina non ha niente di paragonabile con le nuove avventure che stavano per realizzarsi.

23 marzo, canale dei Pancioni

Sopra di noi nel cielo terso e muto volteggiano le sagome di neri uccelli, quieti si cullano sulle correnti. Intorno a noi l’ambiente è freddo e ombroso, solo la cima dell’Armusso scintilla alla luce del sole. Eppure sono in quiete. Siamo un puntino colorato nelle pareti nord del Marguareis, di nuovo, abbiamo fatto ritorno come le rondini a primavera. Per qualche motivo questi posti silenziosi e cupi mi piacciono, entro in sintonia con la loro melanconica pace, lontano dagli schiamazzi delle felicità ordinarie. Non c’è spazio per me laggiù, non c’è riposo dalle angosce, dai fallimenti, dalle delusioni, dalle sofferenze derivanti dalle relazioni umane. Mi viene il magone piuttosto quando fuori dalla via, mi metto a sedere sul colle, con lo zaino sotto il sedere, nella luce accecante, quasi irritante. Di lì a poco inizierà la discesa. Tra le fotografie di questa salita e le letture di questi giorni c’è una figura che torna e ritorna alla mia mente: la linea d’ombra. La linea che mi separa dalla luce, dall’uscita a pochi metri dal colle, l’uscita che per l’appunto mi turba più dell’attacco, della via, della montagna stessa, perché rappresenta sia la fine che un nuovo inizio, che corrisponde con il compito – talvolta persino più delicato dell’ascesa – di tornare a casa. Mi sovviene una canzone di Battiato, che parla de “la ripida discesa dal cielo alla terra, disperata, verso l’incarcerazione”. Sì, perché dopo tutto, dopo la discesa, che sia facile o difficile, c’è la parte più dura, l’incarcerazione nel quotidiano e in tutto ciò dal quale non siamo in grado di liberarci.

Il Canale dei Pancioni viene percorso per la prima volta nel 1943 dalla cordata formata da Sandro Comino, Bartolomeo Marenco e Arnaldo Colombatto. La via si sviluppa tra la cima Tino Prato e l’Armusso con sezioni di canale, cenge, traversi e tratti di arrampicata su roccia; ad oggi è principalmente percorsa in condizioni invernali, con interessanti e non banali passaggi su terreno misto.

Alcuni momenti della salita nel Canale dei Pancioni. Qui il delicato traverso del terzo tiro. Da questa immagine si deduce abbastanza il senso di ombra che domina la via.
Andrea sul tiro chiave, totalmente secco.
Ancora un traverso prima di immettersi nel canalino d’uscita.
Uscita al colle. Da questa foto in particolare è iniziata la riflessione sul passaggio da ombra a luce.
31 marzo, via diretta biancardi al mongioie

Le discrete condizioni trovate sul Marguareis ci incoraggiano a fare un ultimo tentativo ad una via a cui abbiamo già rinunciato due volte, una a dicembre, annichiliti durante l’avvicinamento da una travolgente tempesta di vento, e una già in marzo, senza nemmeno partire, troppo titubanti a causa delle alte temperature. Ancora Alpi Liguri, questa volta sul Mongioie, sulla cui parete nord-est si snodano la Diretta Biancardi e la via Comino-Garelli. E’ alla prima di queste che ci rivolgiamo. Così torna nei miei pensieri il nome di Armando Biancardi e tra una lettura e l’altra non passano inosservate alcune delle sue più impegnative salite, che aprono il sipario su sogni di grande rilevanza.

In questo terzo tentativo alla via che aprì in solitaria nel luglio 1940 tutto fila alla perfezione, le condizioni sono favorevoli e per la prima volta ho la possibilità di fare da capocordata in una cordata di tre persone, grazie alla disponibilità e alla fiducia dei miei soci, naturalmente! Un gesto da uomini di spessore che non sono preoccupati né del fatto che io sia donna, né di cosa avrebbero potuto pensare altri nel vederci. Un gesto da veri amici che avrà sempre la mia profonda riconoscenza.

La più bella sensazione è la totale naturalezza del flusso della scalata, tutto si evolve come una danza studiata per tanto tempo, alla ricerca del perfezionismo cercando con l’occhio – e trovando – la fessura ideale per il più piccolo dei nut a disposizione, come se si sapesse che essa è proprio lì. E’ la sensazione di fare la cosa giusta al momento giusto, di farla bene, di coglierne la bellezza. La parete quasi si fa piccola mentre noi la saliamo, eppure l’ambiente è bello, ma più luminoso di quello del Marguareis; per alcune decine di metri arrampichiamo al sole.

Tuttavia questa sensazione significa anche un’altra cosa: che si può posare lo sguardo un po’ oltre e prepararsi a cogliere nuove sfide, nuove avvenure, nuovi sogni.

In traverso nella prima parte della via.
I miei super soci nella parte centrale della via.

Una goulotte fuori programma

La settimana trascorre nella sua solita tranquillità apparente, ma noi sotto sotto, come sempre, già stiamo sognando giorni di rinnovata libertà cercando nuove mete tra le nostre amate montagne. Nonostante le condizioni paiano strane e non ideali, abbiamo fin troppe idee per il tempo disponibile a realizzarle. Inizialmente non consideriamo di tornare nel Vallone di Vallanta, al quale abbiamo fatto visita sul finire dell’anno per Santa Toppa, una bella via di ghiaccio e misto sul Triangolo della Caprera, ma tutta una serie di vicissitudini fanno sì che la cordata formata da me e Tomasz sia diretta verso la classicissima Goulotte del Triangolo. Una cordata guidata dall’amico Andrea viaggerà in parallelo a noi, sulla via percorsa in dicembre, le cui condizioni sono però già rapidamente mutate. Sarà sempre Andrea a renderci possibile questa salita, aiutandoci ad integrare il nostro corredo di viti da ghiaccio ancora incompleto e dandoci degli ottimi consigli prima della partenza.

La nostra goulotte, che si forma principalmente per lo scioglimento della neve autunnale, è stata provata dalle temperature spesso alte e dai tanti passaggi delle ultime settimane in cui è stata letteralmente presa d’assalto, forse perché una delle poche linee di ghiaccio in buone condizioni nel periodo. Nonostante qualche tratto in cui già affiorano le rocce e altri in cui il ghiaccio non è che un sottile strato vetroso e precario, la linea è ancora ben percorribile e ci divertiamo a inseguirne l’elegante logicità.

La goulotte del Triangolo fotografata durante l’avvicinamento

Decidiamo come d’abitudine di partire molto presto, correndo su per la valle nera, poi percorrendo il sentiero d’avvicinamento con le torce frontali e giungendo alla base degli ultimi pendii con le prime luci del giorno. Siamo i primi, solo noi e la Montagna. Qui, nell’immenso silenzio, lo spettacolo della natura, per quanto sembri ripetersi simile ogni mattina, è superbo: la luce dapprima avanza all’orizzonte, per poi esplodere pitturando di rosa, rosso, arancio e d’oro le creste e le vette. Con tanta bellezza la nostra capacità di stupirci continua a rinnovarsi. Tuttavia il nostro cammino alla ricerca di ghiaccio da scalare ci porta a cercare freddo e ombra, e per molto tempo osserveremo la danza del sole di lontano, senza la fretta di unirci ad essa. Intanto vediamo comparire nel vallone la cordata di Andrea, che salutiamo con grandi gesti delle braccia.

Le prime luci del giorno nel vallone di Vallanta

Prima di partire ci fotografiamo sorridenti mentre sto per salire i primi metri di ghiaccio, a cui non voglio rinunciare per la troppa curiosità di verificare immediatamente le condizioni. Si intravedono tanti fori delle viti dei precedenti salitori e non sempre sono del tutto soddisfatta della mia chiodatura, ma posso proseguire ragionevolmente tranquilla verso la prima sosta. Giunta qui realizzo che tutto potrà andare per il meglio e accolgo con entusiasmo il compagno che mi raggiunge.

Pochi istanti prima della partenza, un ultimo sorriso
Primi passi nella goulotte
Tomasz a pochi metri dalla prima sosta

Proseguiamo a tiri alterni. Il momento più bello lo vivo sul tratto più ripido, sul terzo tiro: mi sento in armonia con la materia effimera alla quale mi congiungo tramite le punte dei ramponi e delle piccozze, la corda placida sotto di me e sopra la mia testa il futuro, ma nell’istante presente ho una piena consapevolezza del mio respiro, tace ogni pensiero esterno e sono in pace; coesistono la coscienza dell’errore e delle sue conseguenze e la necessità e la certa volontà del compimento, senza umane parole. Giunta in sosta, autoassicurata, guardo indietro, il salto appena superato più non si vede e il mio occhio corre rapido fino al fondo valle. E’ tutto tremendamente giusto.

Tomasz sul secondo tiro
Con una cordata di inseguitori alle spalle, percorro anche io la seconda lunghezza
Un momento in sosta e si riparte per il terzo tiro
In uscita dal terzo tiro

Superato ancora un tratto in condizioni più ostiche e delicate, senza far cadere l’attenzione, seguiamo l’invito aperto verso la cima: continuiamo così nel canale nevoso che segue, caratterizzato da una strettoia a 75°. Nell’ultima parte della salita ci accarezzano i raggi del sole e sul colletto ci sferza il vento freddo. La cima del Triangolo è a pochi passi. Il panorama si dispiega vasto intorno a noi, tra profondi valloni, canali, colatoi, vette innevate, valli più distanti.

Terminata la goulotte ci immettiamo nel canale sovrastante, che percorreremo per circa 150 metri fino al colletto presso la vetta
Giungendo al colletto
La piccola cima del Triangolo, sulla quale ci arrampicheremo per trovare il primo ancoraggio ed iniziare la discesa in corda doppia

Non è né presto né tardi, ma non temporeggiamo e ci apprestiamo alla lunga successione di calate in corda doppia sulle calde placconate del Triangolo, un altro viaggio. Non siamo velocissimi: dobbiamo infatti ricercare le soste a noi sconosciute, che spesso tendono a mimetizzarsi – un po’ arrugginite – sulla roccia; nel processo ne saltiamo una e devo risalire per un tratto.

Dopo la prima calata su grossi blocchi facendo attenzione a non incastrare le corde, ci prepariamo alle successive calate, più lineari
Belle doppie sulle placche del Triangolo
Le altre cordate in discesa, sospese tra luce ed ombra

Giunti al fondo vediamo sbucare dalla fascia di tetti che incide la parete i nostri amici e un’altra cordata: si calano sul filo tra luce e ombra, poi tutti ci inabissiamo giù nel giorno invernale che si eclissa rapido, terminando tra i boschi nuovamente alla luce della torcia frontale, rimanendo immersi in un sogno libero fino alla comparsa delle luci della civiltà.

Un rosso arrivederci

Ephemĕrus: inizio di stagione

Giorno dopo giorno la luce si è affievolita ed è tornato l’inverno sulle nostre montagne, per quanto fino ad ora sia stato avaro di neve, secco e mai eccessivamente freddo, con alcuni momenti di grande inversione termica.  Verso metà dicembre sono giunge le voci delle prime salite su ghiaccio della stagione e così siamo tornati a risalire anche noi la Valle Varaita alla ricerca di qualcuna di quelle effimere linee gelate, per riprendere la pratica e, per me, l’apprendimento dei segreti di questo mondo che tanto mi affascina fin da prima che iniziassi a dedicarmi seriamente all’arrampicata.

Le prime cascate dell’anno sono state Valeria (D, III/3) e il Salto dei Pachidermi (TD-, III/4), situate sopra Chianale, in un quietissimo giorno in cui nessuno abbiamo incontrato ed il silenzio della Montagna era onnipresente compagnia. Scalare su queste difficoltà non elevate (3/3+) mi è di grande giovamento. Scarto con anticipo il mio personalissimo regalo di Natale, se così vogliamo chiamarlo: un bel paio di scarponi ramponabili che mi permettono di utilizzare i ramponi automatici dello stesso amico di cui già iniziai l’anno scorso ad utilizzare le piccozze.  Tutte le percezioni sono leggermente differenti. Mi riempiono il cuore di gioia la compagnia, il supporto, gli insegnamenti ed i consigli di chi è con me.

Il Salto dei Pachidermi

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L’anno volge al termine e mi preparo ad una nuova avventura in cordata con Andrea e Tomasz. Saliamo nel Vallone di Vallanta (Valle Varaita) alla ricerca di una linea di rara formazione, avvistata da amici e su recenti fotografie scattate da chi ha percorso la Goulotte del Triangolo al Triangolo della Caprera: è Santa Toppa (TD+, III/3+/M5, 220m). Si tratta di un’esilissima e sottile goulottina che solca come una vena le grandi placche di gneiss del Triangolo, con alcuni passaggi di misto. La troviamo in stato di grazia: c’è persino più ghiaccio che durante la prima salita, risalente al 2012. Qui iniziamo a scaldare i motori: l’esperienza è a dir poco fantastica!

Andrea sul traverso nel secondo tiro di Santa Toppa, appena prima del passaggio di misto più impegnativo.
Mentre Tomasz è in azione si può apprezzare quanto la goulotte sia stretta e esile: è il trionfo dell’effimero!
Sono felice come una pasqua, qui in arrivo alla seconda sosta della via.

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All’anno nuovo la scelta delle destinazioni è piuttosto ristretta: giorni molto caldi e la forte inversione termica hanno bloccato la formazione delle cascate e rovinato le condizioni sulle linee già sufficientemente formate; le poche salite appetibili sono prese d’assalto. Si torna ancora in Valle Varaita, questa volta del Vallone di Bellino, dove finalmente posso vedere da vicino l’anfiteatro di Ciabriera, sopra al Pian Ceiol. In passato avevo sperato di venire a scalare qui ascoltando i racconti dei ghiacciatori di ritorno al rifugio Melezè, dove per qualche combinazione della vita mi sono ritrovata a passare alcuni pomeriggi solitari. Tanti parlavano del Limo Nero (200m, D/D+, III/3+): proprio qui siamo diretti anche noi. Giungendo in vista della bella cascata tuttavia, pur essendo un giorno feriale, notiamo subito numerose cordate già in azione, qualcuna in fuga sulla vicina Black Marasma, altre in ritirata. Improvvisamente il morale è profondato. Un po’ rassegnati continuiamo ancora per un tratto e giunti all’attacco, i quattro ragazzi torinesi  davanti a noi ci sorprendono grandemente, invitandoci a passare prima noi. In tutta la giornata non ci siamo mai disturbati con le altre cordate e anzi, abbiamo solo incontrato persone gentili, tranquille e ben disposte. Quella che al mattino sembrava profilarsi come una giornata infernale è finita in grande allegria e in compagnia davanti ad un té caldo con gli scalatori conosciuti sul ghiaccio poco prima. Ancora una volta la fortuna è stata al nostro fianco!

Avvicinamento verso Limo Nero, sulla destra spicca la bella Rocca Senghi
L’anfiteatro di Ciabriera
Limo Nero nel sole mattutino

Nel frattempo ho recuperato una buona abitudine: scrivere su carta. Ho ricominciato ad annotare qualche riga su un quaderno di carta, anche se mi manca molto la mia vecchia penna stilografica a inchiostro nero. Da quando si ruppe smisi di scrivere! Il tempo a disposizione non è moltissimo e quindi le mie parole sono poche e spesso sintetiche, però sono contenta.

Anche qui non ho più pubblicato nulla e con queste righe torno a raccontare qualche cenno delle nostre peregrinazioni alpine. Ho dedicato un po’ di tempo alle relazioni di qualche via e ne è rimasto poco per trascrivere su carta le riflessioni, che talvolta temo possano essere noiose e ripetitive. Vivo molto il momento presente, le giornate sono intense, piacevoli le compagnie: tutto ciò mi rende felice e credo possa venir prima del resto. Presto continuerò a raccontare, lo prometto: la ricerca dell’effimero continua con grande entusiasmo!

Parias Coupà: via Berardo, Sperone Est

Niente di più sbagliato che credere che la stagione alpinistica potesse in qualche modo finire sul Cervino. Nemmeno è continuata in discesa: dopo qualche bella arrampicata svoltasi principalmente tra le montagne di casa – teatro principale la Serra dell’Argentera – inizia a sorgere una nuova proposta che arriva da Andrea. Il primo spunto riguarda il genere: una lunga traversata per cresta.

Inizialmente le idee sono tre e presto iniziamo a pensare più chiaramente alla Valle Maira e alla zona del Brec de Chambeyron, dove si può compiere la bella traversata classica raggiungendo la cresta sul Buc de Nubiera. Tuttavia in un certo punto ci si discosta dal filo e si percorrono delle malsicure cenge improteggibili che conducono alla via normale del Brec. E fare una salita integrale?

Andrea mi manda delle fotografie del muro di 150 metri circa prima del quale si abbandona la cresta: si tratta del Mourjean, quasi una spalla del Brec. Inizia quindi la ricerca delle informazioni, che dura parecchi giorni; intanto la voglia di partire non fa che aumentare. Veniamo a sapere che in passato qualcuno si è già avventurato da queste parti scalando in modo più diretto quelle pareti, persino da slegato, superando difficoltà di V grado. Tra i racconti salta fuori anche un consiglio: perché percorrere la cresta, dove la roccia è molto scadente, quando si potrebbe scalare una via diretta al Parias Coupà, grandiosa, lunghissima, poco conosciuta? Siamo intrigati.

Questa montagna, quotata 3248m, seguendo la cresta dal Buc de Nubiera (3215m), si trova tra la Tête de Cibiroles (3236m) e l’Aiguille Fochs (3275m); la sua vetta (in copertina) è composta di compatte placche di calcare, molto estetica, sul versante italiano precipita verticale per centinaia di metri in un abisso impressionante. Proprio sul lato Maira la montagna presenta uno sperone abbastanza evidente nella luce del mattino. Al salirlo nel 1957 fu Renzo Berardo con il compagno Alloa, ma la via, forse penalizzata dalla cattiva qualità della roccia che caratterizza questa zona, ebbe poche ripetizioni.

Lo sperone su cui si sviluppa la via di Berardo, nel sole del mattino

Qualche buona informazione sulla via si trova, sia su internet grazie alla relazione di chi l’ha ripetuta, sia sulle pagine di un buon vecchio libro, Montagne d’Oc di Andrea Parodi, poi ancora tra le parole di quest’ultimo e di qualche amico di Andrea. Insomma, siamo presto convinti ad andare anche noi. Valutiamo quindi di articolare la gita in due giorni: durante il primo saremo impegnati sulla Via Berardo sullo Sperone Est del Parias Coupà, dal quale scenderemo seguendo la cresta verso il Brec fino a trovare un buon posto per bivaccare; l’indomani proseguiremo e cercheremo di scalare direttamente il Mourjean per poi raggiungere l’ultima cima. Per me sarà il primo bivacco all’addiaccio: credo si potrà immaginare la mia trepidazione! Cercheremo di portare con noi lo stretto indispensabile: sacco a pelo e sacco da bivacco, acqua e un po’ di cibo da consumare senza necessità di cucinare con un fornello, un cambio di vestiti e tutta l’attrezzatura per l’arrampicata, di cui due mezze corde, qualche chiodo, martello, un set completo di friend e uno di nuts, moschettoni, rinvii, caschetti, imbraghi, fettucce, cordini… Un bel corredo!

determinati a partire

Sabato 22 settembre, nel buio del primo mattino, siamo di partenza; le previsioni meteo sono ottimali. Salendo per il sentiero Dino Icardi avverto una stanchezza quasi un po’ insolita, strascico della settimana, forse un po’ complici gli allenamenti che non mollo da mesi, a cui direi che mi sono affezionata e che hanno cambiato il mio modo di concepire tutte le cose che faccio, dalle piccolezze del quotidiano alle uscite in montagna, sempre più impegnative. Il senso di sete che si presenta anzitempo mi farà compagnia per tutto il fine settimana: realizzo presto che nei giorni precedenti non mi sono idratata a sufficienza e sono consapevole che soffrirò più del dovuto.

La partenza avviene prima che faccia giorno. Scattiamo questa foto quando stiamo camminando già da un pezzo.

Assistiamo ad una magnifica alba, per quanto non eclatante ed esagerata come in alcune mattine invernali in cui amo essere per monti ad immortalare sfuggevoli istanti in qualche fotografia: tutto all’improvviso si impregna di una luce rosata, pervade ogni cosa: i prati, il sentiero, le montagne, mentre il cielo all’orizzonte rimane di un azzurro intenso; poi le pareti che già si presentano ai nostri occhi si fanno dorate e possiamo osservare lo sperone su cui si sviluppa la via. Gli spazi sono smisurati, tanto che si perde la reale concezione di quanto le montagne siano alte. La nostra linea si sviluppa in verticale per ben 800 metri, eppure giungendo presso di essa appare persino meno imponente del Corno Stella, il cui sviluppo sul versante sud-ovest è ben minore. Sul lato strettamente personale tutto ciò significa praticamente una scalata lunga il doppio della media delle vie fatte finora, e resta comunque una via abbastanza più lunga del normale per la nostra zona. Il materiale presente in loco è inoltre pochissimo: si parla di 7-8 chiodi su tutto lo sviluppo. Tutto ciò contribuisce ad aumentare il mio coinvolgimento e rientra a pieno titolo in alcune dichiarazioni di intenti da me fatte poco tempo fa.

Una tupenda alba rosata ci coglie durante l’avvicinamento

Abbandonato il sentiero tagliamo per pietraie e detriti verso l’attacco dello sperone. Ci prepariamo. Ben presto capiremo come sarà la roccia che ci farà compagnia per tutto il giorno: un bel calcare praticamente vergine… ma abbastanza marcio, soprattutto nei tratti più facili… ma non solo. Inoltrandoci lungo l’itinerario il rumore della caduta delle pietre diventa un’abitudine, talvolta esse sembrano proiettili che sibilano nel vuoto, o meteore che solcano il cielo tracciando la loro traiettoria parabolica più o meno vicino da noi. A volte ci si schiva appena in tempo, a volte basta appiattirsi contro la parete, a volte invece si resta indifferenti, sapendo di essere abbastanza distanti.

Traverso nella parte iniziale della via

Fatto sta che nel giro di pochi tiri la parete ci fagocita, più che mai me ne rendo conto trovandomi in sosta in un canale pieno di rocce pericolanti, facendo sicurezza ad Andrea mentre è alle prese con uno dei tiri più impegnativi della via. Il silenzio è interrotto solo dal canto di un uccellino curioso che a più riprese si avvicina a noi, poi d’improvviso qualche voce dal fondovalle segnala la presenza di alcuni escursionisti, che appaiono ora come una forma di vita d’un altro pianeta. Il mio orecchio rimane tuttavia concentrato sul silenzio e su ogni minimo segnale del compagno di cordata: tutto il resto non esiste più, nemmeno il brusio dei pensieri ordinari che affollano quotidianamente la nostra mente. Forse, di tanto in tanto, affiora un dove siamo?

All’interno del canale
In uscita dal pilastrino successivo al canale

Non stiamo solo scalando, siamo in ascesi: la mondanità stagna nel fondovalle e metro dopo metro ci addentriamo in una dimensione parallela dotata di caratteristiche del tutto discoste da quelle dell’ingranaggio doloroso in cui siamo abitualmente invischiati. Dopo il faticoso tiro che ci porta fuori dal canale attraversando un vero e proprio buco inaspettato attraverso la parete e risalendo il pilastro seguente, ci aspetta il tiro chiave della via, caratterizzato da un breve traverso di V+. Tuttavia questo passaggio non ci oppone alcun problema, richiedendo forse dei movimenti più risonanti nelle nostre corde; semplicemente la sorpresa è dietro l’angolo, almeno per me: dopo un tratto facile si deve risalire un caminetto. Con l’ingombro abbastanza importante dello zaino riesco solo a inserirmi nella base di esso, ma mossi i primi passi in opposizione al suo interno, rimango incastrata; allora ridiscendo e tento di salire a poca distanza su uno dei due bordi, invitata da una fessurina, e sembra quasi una buona idea finché la presa mi esplode letteralmente in mano, facendomi rimanere appesa come un salame. Scoprirò solo dopo, risolto l’impasse con l’aiuto del compagno, che lui aveva tolto lo zaino e appesolo all’imbrago aveva dunque superato il camino. Mi sento un’incapace.

Sentirsi piccoli con buone ragioni

Ci ritroviamo in una zona di facili rocce e dopo aver sorseggiato un poco d’acqua e uno di quei comodi gel che racchiudono tanta energia in pochi grammi e ingombro minimo ripartiamo. Lo sperone ci rivela le sue reali dimensioni: siamo un puntino insignificante tra abissi che si estendono in tutte le direzioni attorno a noi. Nemmeno abbiamo raggiunto la metà della via. Ci aspettano diversi tiri un po’ tutti uguali per tipologia di roccia e di scalata, con difficoltà contenute; ci sincerano della retta via due chiodi arrugginiti. Ho memoria di una sosta su un comodo terrazzino assolato, dove posiamo gli zaini; a far sicurezza – i metri successivi si preannunciano semplici – mi siedo quasi coricata con la schiena contro la parete e l’orecchio teso verso l’alto. Intanto a pochi metri cadono le solite pietre; di tanto in tanto rivolgo loro la coda dell’occhio, quasi indifferente: fanno parte ormai del nostro ristretto universo.

Nonostante la fatica ecco che spunta il solito sorriso…

Raggiungiamo un piccolo intaglio sul filo dello sperone: da questo punto si può osservare la sottostante Valle Maira, il lago del Vallonasso di Stroppia e il bivacco Barenghi; più oltre il Monviso domina l’orizzonte con il suo elegante profilo piramidale e ciò che rimane della via si snoda davanti ai nostri occhi in modo più logico; pertanto seguiamo pressapoco il filo, percorriamo una bella lunghezza di roccia più solida e ben lavorata, e ci concediamo ancora una piccola pausa in una forcellina ombrosa. Pochi sorsi di acqua, un pezzo di formaggio e qualche quadretto di cioccolato. Sarà l’ora del té, il sole ha ormai cambiato l’inclinazione dei suoi raggi, caldi tuttavia.

Bel tiro con roccia abbastanza solida; in alto intravediamo l’uscita della via: le distanze si accorciano!

Metro dopo metro raggiungiamo la “ventidueesima” sosta (della relazione, noi dovremmo aver spezzato in due un tiro), dove troviamo ben due solidi chiodi; il martello fa il suo canto ribattendoli. Quello che ci aspetta è quindi l’ultimo tiro, ma non concede prematuri entusiasmi: le difficoltà sono di V e la roccia estremamente sdrucciolevole. Dulcis in fundo.

Uno sguardo verso l’alto dall’ultima sosta, il compagno è un puntino minuscolo. Oltre solo il cielo…

Per tutta la permanenza in sosta mi sposto per evitare le pietre che inevitabilmente cadono dall’alto, talvolta a distanza di sicurezza, talvolta – per fortuna le più piccole – senza altra soluzione sul mio caschetto. Non è divertente, la concentrazione rimane alta, ma non mi scompongo quasi più. Tuttavia, quando dopo un ultimo delicatissimo passaggio che ci fa trattenere il fiato sento il grido di gioia del compagno, mi concedo un profondo respiro di sollievo: ora tocca ancora a me ripercorrere gli stessi metri, ma sarà certamente cosa diversa. Arrampicando non riesco ad evitare qualche crollo; ricordo ancora come una veloce effimera fotografia l’immagine di un appoggio scomparire nel vuoto non appena posatovi sopra il piede… Passando da seconda la cosa non fa paura… ma fa ben riflettere se si considera l’impegno psicologico di chi è appena passato da primo! Scalare su roccia marcia mi fa scoprire come non sia ancora ferrata nel trovare solo gli appigli più sani, lasciandomi ogni tanto affascinare da quelle che sembrano prese invitanti ma che ben presto, alla prima più decisa sollecitazione, si rivelano un bel fiasco e si sgretolano tra le mani. Questa via è una grande lezione sotto tanti aspetti e intanto, mentre ero intenta ad assorbirli possibilmente tutti, ce ne siamo ritrovati al di fuori. A pochi metri da noi l’estetica linea della vetta del Parias Coupà. Le nostre facce stanche ma soddisfatte, catturate da qualche fotografia.

Meraviglioso panorama dalla vetta del Parias Coupà, dominato dall’Aiguille de Chambeyron sulla sinistra; sullo sfondo a destra si nota la piramide perfetta che presenta il Monviso osservato da questa posizione.

Anche questa volta il racconto, già abbastanza lungo, continuerà da dove lo abbiamo interrotto in un prossimo articolo. Ho trovato un nuovo modus vivendi si direbbe! Vi racconterò com’è andato il bivacco e cosa abbiamo fatto il giorno seguente. Intanto cercherò di trovare le parole che ancora mi mancano per continuare a trascrivere le cose vissute.

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post scriptum

Di tanto in tanto, riguardando le fotografie della cima del Parias Coupà, mi torna alla memoria quando – anni fa – ne vidi un’immagine per la prima volta. Fui affascinata dalla forma e dal suono del nome, che significa pressapoco “paretaccia tagliata da cenge”. Scalare questa cima non rientrava nei miei piani più prossimi, ma dopo questa avventura inaspettata, resterà impressa indelebilmente tra i miei ricordi!

La stanchezza più bella del mondo! Andrea mi ha scattato questa foto a pochi metri dalla cima del Parias Coupà, presso l’uscita dalla via. Sue anche diverse altre foto che ho inserito nel racconto.

Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.