Come rondini a primavera

Una stagione che non so definire. L’inverno se ne è andato senza essersi mai presentato. Nonostante tutto non ci siamo mai fermati, abbiamo arrampicato di continuo, su ghiaccio, su roccia, in montagna, in falesia, quasi come inseguiti da un demone, come se la vita potesse finire domani. E a volte ti guardi intorno e realizzi che in fondo non si sbaglia di molto a pensarlo, anzi, è proprio così. Non siamo che foglie al vento; rimanere attaccati al ramo è una probabilità matematica, senza etica alcuna. Di Dio non si fanno più domande.

Il Marguareis torna nei nostri discorsi. Ce l’eravamo lasciato alle spalle dopo la salita della via Aste-Biancardi alla cima Tino Prato, in ottobre. Il freddo alle mani di quella mattina non ha niente di paragonabile con le nuove avventure che stavano per realizzarsi.

23 marzo, canale dei Pancioni

Sopra di noi nel cielo terso e muto volteggiano le sagome di neri uccelli, quieti si cullano sulle correnti. Intorno a noi l’ambiente è freddo e ombroso, solo la cima dell’Armusso scintilla alla luce del sole. Eppure sono in quiete. Siamo un puntino colorato nelle pareti nord del Marguareis, di nuovo, abbiamo fatto ritorno come le rondini a primavera. Per qualche motivo questi posti silenziosi e cupi mi piacciono, entro in sintonia con la loro melanconica pace, lontano dagli schiamazzi delle felicità ordinarie. Non c’è spazio per me laggiù, non c’è riposo dalle angosce, dai fallimenti, dalle delusioni, dalle sofferenze derivanti dalle relazioni umane. Mi viene il magone piuttosto quando fuori dalla via, mi metto a sedere sul colle, con lo zaino sotto il sedere, nella luce accecante, quasi irritante. Di lì a poco inizierà la discesa. Tra le fotografie di questa salita e le letture di questi giorni c’è una figura che torna e ritorna alla mia mente: la linea d’ombra. La linea che mi separa dalla luce, dall’uscita a pochi metri dal colle, l’uscita che per l’appunto mi turba più dell’attacco, della via, della montagna stessa, perché rappresenta sia la fine che un nuovo inizio, che corrisponde con il compito – talvolta persino più delicato dell’ascesa – di tornare a casa. Mi sovviene una canzone di Battiato, che parla de “la ripida discesa dal cielo alla terra, disperata, verso l’incarcerazione”. Sì, perché dopo tutto, dopo la discesa, che sia facile o difficile, c’è la parte più dura, l’incarcerazione nel quotidiano e in tutto ciò dal quale non siamo in grado di liberarci.

Il Canale dei Pancioni viene percorso per la prima volta nel 1943 dalla cordata formata da Sandro Comino, Bartolomeo Marenco e Arnaldo Colombatto. La via si sviluppa tra la cima Tino Prato e l’Armusso con sezioni di canale, cenge, traversi e tratti di arrampicata su roccia; ad oggi è principalmente percorsa in condizioni invernali, con interessanti e non banali passaggi su terreno misto.

Alcuni momenti della salita nel Canale dei Pancioni. Qui il delicato traverso del terzo tiro. Da questa immagine si deduce abbastanza il senso di ombra che domina la via.
Andrea sul tiro chiave, totalmente secco.
Ancora un traverso prima di immettersi nel canalino d’uscita.
Uscita al colle. Da questa foto in particolare è iniziata la riflessione sul passaggio da ombra a luce.
31 marzo, via diretta biancardi al mongioie

Le discrete condizioni trovate sul Marguareis ci incoraggiano a fare un ultimo tentativo ad una via a cui abbiamo già rinunciato due volte, una a dicembre, annichiliti durante l’avvicinamento da una travolgente tempesta di vento, e una già in marzo, senza nemmeno partire, troppo titubanti a causa delle alte temperature. Ancora Alpi Liguri, questa volta sul Mongioie, sulla cui parete nord-est si snodano la Diretta Biancardi e la via Comino-Garelli. E’ alla prima di queste che ci rivolgiamo. Così torna nei miei pensieri il nome di Armando Biancardi e tra una lettura e l’altra non passano inosservate alcune delle sue più impegnative salite, che aprono il sipario su sogni di grande rilevanza.

In questo terzo tentativo alla via che aprì in solitaria nel luglio 1940 tutto fila alla perfezione, le condizioni sono favorevoli e per la prima volta ho la possibilità di fare da capocordata in una cordata di tre persone, grazie alla disponibilità e alla fiducia dei miei soci, naturalmente! Un gesto da uomini di spessore che non sono preoccupati né del fatto che io sia donna, né di cosa avrebbero potuto pensare altri nel vederci. Un gesto da veri amici che avrà sempre la mia profonda riconoscenza.

La più bella sensazione è la totale naturalezza del flusso della scalata, tutto si evolve come una danza studiata per tanto tempo, alla ricerca del perfezionismo cercando con l’occhio – e trovando – la fessura ideale per il più piccolo dei nut a disposizione, come se si sapesse che essa è proprio lì. E’ la sensazione di fare la cosa giusta al momento giusto, di farla bene, di coglierne la bellezza. La parete quasi si fa piccola mentre noi la saliamo, eppure l’ambiente è bello, ma più luminoso di quello del Marguareis; per alcune decine di metri arrampichiamo al sole.

Tuttavia questa sensazione significa anche un’altra cosa: che si può posare lo sguardo un po’ oltre e prepararsi a cogliere nuove sfide, nuove avvenure, nuovi sogni.

In traverso nella prima parte della via.
I miei super soci nella parte centrale della via.

Una goulotte fuori programma

La settimana trascorre nella sua solita tranquillità apparente, ma noi sotto sotto, come sempre, già stiamo sognando giorni di rinnovata libertà cercando nuove mete tra le nostre amate montagne. Nonostante le condizioni paiano strane e non ideali, abbiamo fin troppe idee per il tempo disponibile a realizzarle. Inizialmente non consideriamo di tornare nel Vallone di Vallanta, al quale abbiamo fatto visita sul finire dell’anno per Santa Toppa, una bella via di ghiaccio e misto sul Triangolo della Caprera, ma tutta una serie di vicissitudini fanno sì che la cordata formata da me e Tomasz sia diretta verso la classicissima Goulotte del Triangolo. Una cordata guidata dall’amico Andrea viaggerà in parallelo a noi, sulla via percorsa in dicembre, le cui condizioni sono però già rapidamente mutate. Sarà sempre Andrea a renderci possibile questa salita, aiutandoci ad integrare il nostro corredo di viti da ghiaccio ancora incompleto e dandoci degli ottimi consigli prima della partenza.

La nostra goulotte, che si forma principalmente per lo scioglimento della neve autunnale, è stata provata dalle temperature spesso alte e dai tanti passaggi delle ultime settimane in cui è stata letteralmente presa d’assalto, forse perché una delle poche linee di ghiaccio in buone condizioni nel periodo. Nonostante qualche tratto in cui già affiorano le rocce e altri in cui il ghiaccio non è che un sottile strato vetroso e precario, la linea è ancora ben percorribile e ci divertiamo a inseguirne l’elegante logicità.

La goulotte del Triangolo fotografata durante l’avvicinamento

Decidiamo come d’abitudine di partire molto presto, correndo su per la valle nera, poi percorrendo il sentiero d’avvicinamento con le torce frontali e giungendo alla base degli ultimi pendii con le prime luci del giorno. Siamo i primi, solo noi e la Montagna. Qui, nell’immenso silenzio, lo spettacolo della natura, per quanto sembri ripetersi simile ogni mattina, è superbo: la luce dapprima avanza all’orizzonte, per poi esplodere pitturando di rosa, rosso, arancio e d’oro le creste e le vette. Con tanta bellezza la nostra capacità di stupirci continua a rinnovarsi. Tuttavia il nostro cammino alla ricerca di ghiaccio da scalare ci porta a cercare freddo e ombra, e per molto tempo osserveremo la danza del sole di lontano, senza la fretta di unirci ad essa. Intanto vediamo comparire nel vallone la cordata di Andrea, che salutiamo con grandi gesti delle braccia.

Le prime luci del giorno nel vallone di Vallanta

Prima di partire ci fotografiamo sorridenti mentre sto per salire i primi metri di ghiaccio, a cui non voglio rinunciare per la troppa curiosità di verificare immediatamente le condizioni. Si intravedono tanti fori delle viti dei precedenti salitori e non sempre sono del tutto soddisfatta della mia chiodatura, ma posso proseguire ragionevolmente tranquilla verso la prima sosta. Giunta qui realizzo che tutto potrà andare per il meglio e accolgo con entusiasmo il compagno che mi raggiunge.

Pochi istanti prima della partenza, un ultimo sorriso
Primi passi nella goulotte
Tomasz a pochi metri dalla prima sosta

Proseguiamo a tiri alterni. Il momento più bello lo vivo sul tratto più ripido, sul terzo tiro: mi sento in armonia con la materia effimera alla quale mi congiungo tramite le punte dei ramponi e delle piccozze, la corda placida sotto di me e sopra la mia testa il futuro, ma nell’istante presente ho una piena consapevolezza del mio respiro, tace ogni pensiero esterno e sono in pace; coesistono la coscienza dell’errore e delle sue conseguenze e la necessità e la certa volontà del compimento, senza umane parole. Giunta in sosta, autoassicurata, guardo indietro, il salto appena superato più non si vede e il mio occhio corre rapido fino al fondo valle. E’ tutto tremendamente giusto.

Tomasz sul secondo tiro
Con una cordata di inseguitori alle spalle, percorro anche io la seconda lunghezza
Un momento in sosta e si riparte per il terzo tiro
In uscita dal terzo tiro

Superato ancora un tratto in condizioni più ostiche e delicate, senza far cadere l’attenzione, seguiamo l’invito aperto verso la cima: continuiamo così nel canale nevoso che segue, caratterizzato da una strettoia a 75°. Nell’ultima parte della salita ci accarezzano i raggi del sole e sul colletto ci sferza il vento freddo. La cima del Triangolo è a pochi passi. Il panorama si dispiega vasto intorno a noi, tra profondi valloni, canali, colatoi, vette innevate, valli più distanti.

Terminata la goulotte ci immettiamo nel canale sovrastante, che percorreremo per circa 150 metri fino al colletto presso la vetta
Giungendo al colletto
La piccola cima del Triangolo, sulla quale ci arrampicheremo per trovare il primo ancoraggio ed iniziare la discesa in corda doppia

Non è né presto né tardi, ma non temporeggiamo e ci apprestiamo alla lunga successione di calate in corda doppia sulle calde placconate del Triangolo, un altro viaggio. Non siamo velocissimi: dobbiamo infatti ricercare le soste a noi sconosciute, che spesso tendono a mimetizzarsi – un po’ arrugginite – sulla roccia; nel processo ne saltiamo una e devo risalire per un tratto.

Dopo la prima calata su grossi blocchi facendo attenzione a non incastrare le corde, ci prepariamo alle successive calate, più lineari
Belle doppie sulle placche del Triangolo
Le altre cordate in discesa, sospese tra luce ed ombra

Giunti al fondo vediamo sbucare dalla fascia di tetti che incide la parete i nostri amici e un’altra cordata: si calano sul filo tra luce e ombra, poi tutti ci inabissiamo giù nel giorno invernale che si eclissa rapido, terminando tra i boschi nuovamente alla luce della torcia frontale, rimanendo immersi in un sogno libero fino alla comparsa delle luci della civiltà.

Un rosso arrivederci

Ephemĕrus: inizio di stagione

Giorno dopo giorno la luce si è affievolita ed è tornato l’inverno sulle nostre montagne, per quanto fino ad ora sia stato avaro di neve, secco e mai eccessivamente freddo, con alcuni momenti di grande inversione termica.  Verso metà dicembre sono giunge le voci delle prime salite su ghiaccio della stagione e così siamo tornati a risalire anche noi la Valle Varaita alla ricerca di qualcuna di quelle effimere linee gelate, per riprendere la pratica e, per me, l’apprendimento dei segreti di questo mondo che tanto mi affascina fin da prima che iniziassi a dedicarmi seriamente all’arrampicata.

Le prime cascate dell’anno sono state Valeria (D, III/3) e il Salto dei Pachidermi (TD-, III/4), situate sopra Chianale, in un quietissimo giorno in cui nessuno abbiamo incontrato ed il silenzio della Montagna era onnipresente compagnia. Scalare su queste difficoltà non elevate (3/3+) mi è di grande giovamento. Scarto con anticipo il mio personalissimo regalo di Natale, se così vogliamo chiamarlo: un bel paio di scarponi ramponabili che mi permettono di utilizzare i ramponi automatici dello stesso amico di cui già iniziai l’anno scorso ad utilizzare le piccozze.  Tutte le percezioni sono leggermente differenti. Mi riempiono il cuore di gioia la compagnia, il supporto, gli insegnamenti ed i consigli di chi è con me.

Il Salto dei Pachidermi

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L’anno volge al termine e mi preparo ad una nuova avventura in cordata con Andrea e Tomasz. Saliamo nel Vallone di Vallanta (Valle Varaita) alla ricerca di una linea di rara formazione, avvistata da amici e su recenti fotografie scattate da chi ha percorso la Goulotte del Triangolo al Triangolo della Caprera: è Santa Toppa (TD+, III/3+/M5, 220m). Si tratta di un’esilissima e sottile goulottina che solca come una vena le grandi placche di gneiss del Triangolo, con alcuni passaggi di misto. La troviamo in stato di grazia: c’è persino più ghiaccio che durante la prima salita, risalente al 2012. Qui iniziamo a scaldare i motori: l’esperienza è a dir poco fantastica!

Andrea sul traverso nel secondo tiro di Santa Toppa, appena prima del passaggio di misto più impegnativo.
Mentre Tomasz è in azione si può apprezzare quanto la goulotte sia stretta e esile: è il trionfo dell’effimero!
Sono felice come una pasqua, qui in arrivo alla seconda sosta della via.

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All’anno nuovo la scelta delle destinazioni è piuttosto ristretta: giorni molto caldi e la forte inversione termica hanno bloccato la formazione delle cascate e rovinato le condizioni sulle linee già sufficientemente formate; le poche salite appetibili sono prese d’assalto. Si torna ancora in Valle Varaita, questa volta del Vallone di Bellino, dove finalmente posso vedere da vicino l’anfiteatro di Ciabriera, sopra al Pian Ceiol. In passato avevo sperato di venire a scalare qui ascoltando i racconti dei ghiacciatori di ritorno al rifugio Melezè, dove per qualche combinazione della vita mi sono ritrovata a passare alcuni pomeriggi solitari. Tanti parlavano del Limo Nero (200m, D/D+, III/3+): proprio qui siamo diretti anche noi. Giungendo in vista della bella cascata tuttavia, pur essendo un giorno feriale, notiamo subito numerose cordate già in azione, qualcuna in fuga sulla vicina Black Marasma, altre in ritirata. Improvvisamente il morale è profondato. Un po’ rassegnati continuiamo ancora per un tratto e giunti all’attacco, i quattro ragazzi torinesi  davanti a noi ci sorprendono grandemente, invitandoci a passare prima noi. In tutta la giornata non ci siamo mai disturbati con le altre cordate e anzi, abbiamo solo incontrato persone gentili, tranquille e ben disposte. Quella che al mattino sembrava profilarsi come una giornata infernale è finita in grande allegria e in compagnia davanti ad un té caldo con gli scalatori conosciuti sul ghiaccio poco prima. Ancora una volta la fortuna è stata al nostro fianco!

Avvicinamento verso Limo Nero, sulla destra spicca la bella Rocca Senghi
L’anfiteatro di Ciabriera
Limo Nero nel sole mattutino

Nel frattempo ho recuperato una buona abitudine: scrivere su carta. Ho ricominciato ad annotare qualche riga su un quaderno di carta, anche se mi manca molto la mia vecchia penna stilografica a inchiostro nero. Da quando si ruppe smisi di scrivere! Il tempo a disposizione non è moltissimo e quindi le mie parole sono poche e spesso sintetiche, però sono contenta.

Anche qui non ho più pubblicato nulla e con queste righe torno a raccontare qualche cenno delle nostre peregrinazioni alpine. Ho dedicato un po’ di tempo alle relazioni di qualche via e ne è rimasto poco per trascrivere su carta le riflessioni, che talvolta temo possano essere noiose e ripetitive. Vivo molto il momento presente, le giornate sono intense, piacevoli le compagnie: tutto ciò mi rende felice e credo possa venir prima del resto. Presto continuerò a raccontare, lo prometto: la ricerca dell’effimero continua con grande entusiasmo!

Cima Tino Prato: benvenuti al lato oscuro

Si guarda malinconicamente il cielo dalla finestra di un ufficio: sempre grigio, sempre pioggia. Fino a venerdì, quando finalmente ricompare l’azzurro e si intravede sui monti la neve fresca che poco a poco scende di quota. Il Marguareis si nasconde dietro bianchi vapori e non riesco a scorgerlo nemmeno durante il giro in auto che faccio appositamente dopo il lavoro. La sua cima supera i 2600 metri, si parla di prima neve sui 2400. Speriamo nel calore delle poche ore di sole che hanno accarezzato la terra e ci prepariamo a salire, contro i pronostici, contro le incertezze e contro il timore di fallire. Sveglia presto, alle 3.30, in modo da poter far colazione prima di raggiungere Andrea all’appuntamento delle 4.30; di lì ci dirigeremo verso la Valle Pesio, dove incontreremo anche il ragazzo invitato da Andrea ad unirsi alla cordata, con il quale aveva salito la primavera scorsa la diretta Biancardi al Mongioie. Un altro Andrea, ma giovane, persino più di me, che si lega alla nostra vicenda recando con sè il nome di una salita firmata da Biancardi. Ed io un po’ spaventata dalla novità, come in una ventata di vecchiaia del pensiero.

Le prime luci nel giorno mentre risaliamo il Canale dei Genovesi.

Il buio è completo e noi ci muoviamo tra le sue umide pieghe risalendo boschi e pendii pascolivi dai quali ci giungono l’abbaiare di cani e il belare di pecore, unici segni di vita che sbiadiscono nel nero. Il tempo scivola via, realizziamo che sono passate un po’ meno di due ore dalla partenza nel ritrovarci sulle sponde del laghetto del Marguareis, con un primo accenno all’orizzonte del giorno venturo. Ora ci aspetta la parte più faticosa dell’avvicinamento: risalire la conoide del canalone dei Genovesi, in questa stagione nella sua veste nuda, fatta di pietre, detriti e terra. Instabilità per eccellenza, la tipica progressione “un passo avanti e due indietro”, cercando i punti per così dire migliori, fin a portarci all’altezza del punto di parete in cui dovrebbe trovarsi l’attacco, in una fascia di rocce chiare. Attraversiamo il canale e in un incrocio di sguardi troviamo lo spit con cordino che è stato posto all’inizio della via, come a segnalarla a chi la stia cercando. Negli anni recenti sono state attrezzate con spit e anelli anche le soste, mentre i tiri sono stati preservati, fatta eccezione per due fix aggiunti in uno dei tiri più sdruciolevoli della parte finale della via, che mi piace ricordare con la metafora utilizzata da Andrea: un’instabile pila di piatti.

Un po’ ironia e di stupidità: queste sono le pile di piatti che ho immaginato… L’effetto reale non è così lontano.

Prima luce, roccia bagnata e freddo pungente: non ci sono i migliori presagi per iniziare a scalare. Il primo tiro, che di per sé non sarebbe troppo difficile, diventa rocambolesco. Non vi è nulla di sicuro se non la viscidità più completa della roccia seriamente bagnata, intrisa d’acqua, le dita dopo poche prese sono gelate e insensibili, l’erba è più pericolosa della pietra, e qualsiasi azione – che sia salire o scendere – sembrerebbe inutile follia. Tuttavia Andrea raggiunge la sosta e tocca a noi affrontare i primi metri, senza tirarci pietre addosso l’uno con l’altro, ma impotenti verso gli spostamenti di un quarto socio: la corda che scorre sul fragile terreno. Non percependo più le mani, mi ritrovo a posizionarle non più seguendo il tatto, ma il solo senso della vista: non sento le dita premere, le vedo premere, e in virtù sola di ciò che vedo e di quanto la visione significhi per il cervello, mi muovo in avanti e mi fido del mio corpo. In sosta arriva per tutti e tre la “sbollita”. Mai mi era stata così lancinante prima, tant’è che a turno siamo colti da una forte nausea improvvisa mentre la circolazione torna a scaldare dolorosamente le mani. Per fortuna quando tutto ciò è finito, è finito e basta: come se avessero compreso di doversi adattare ad una situazione, le mani troveranno la loro temperatura e non creeranno altri scompensi durante il giorno.

Nella parte iniziale della via

Anche il secondo tiro è tragicamente bagnato. A forzare il passo forse ci vuole un briciolo di pazzia più che di determinazione, quasi una fede irrazionale in qualcosa che onestamente non saprei cosa sia. Ancora una volta la Montagna approva la nostra presenza e il nostro tentativo ostinato e speranzoso. Poco a poco la situazione migliora, e superati il terzo e quarto tiro, trovandoci ad una comoda sosta alla base di una nuova balza dello spigolo, iniziamo a trovare roccia più asciutta, tuttavia ancora di instabile natura, con prese e appoggi tra blocchi poco rassicuranti. La missione di non scaraventare pietre sulla testa del socio che segue è un testimone che ci passiamo l’uno con l’altro. Quando passo per seconda con l’altro Andrea a poca distanza da me la concentrazione è alle stelle, più intensa che mai, con la consapevolezza che un più piccolo errore mio può causare un grande danno. Scalo con delicatezza sulla punta delle dita e dei piedi come mai prima, in quello che, meditandovi sopra ad ogni sosta, mi pare uno stato di grazia.

Nella sezione centrale della via veniamo accarezzati da un raggio di sole.
Il Canalone dei Genovesi fa da cupo sfondo alla nostra salita.

Sempre in una di queste pause intrinseche al nostro incedere mi ritrovo a socchiudere gli occhi appoggiando il capo alla corda tesa tra il mio imbrago e gli ancoraggi della sosta, quasi perdendomi in un minuto di sonno eterno; tra un battito e l’altro delle ciglia la montagna, il compagno di avventura che di tanto in tanto mi parla, l’altro orecchio sempre teso verso un segnale dell’altro socio. E ancora la montagna e l’ombra di lei che ci tiene chiusi in un mondo a tinte fredde, eppure l’aria pesante che ci preme contro le pareti non riesce a penetrare nel mio cuore. Persino la situazione inizialmente sconveniente, abbastanza da desiderare la fuga o di non essere nemmeno saliti fin all’attacco, è superata da un qualcosa di irrazionale e indescrivibile che la rende preferibile ai giorni spesi giù, tra casa e città, tra lavoro e tempo libero.

Sceglierei ancora questa montagna, sceglierei ancora il freddo che attacca il corpo invece di quello che tra gli agi quotidiani si insinua nell’anima, sceglierei ancora il silenzio a tratti quasi spettrale piuttosto le migliaia di parole inutili sputate a forza nel teatro sociale, dove per ciò che vorrei dire non ho più la voglia di farlo, perché un po’ non ne sono in grado, un po’ perché un dialogo vero non c’è. E poi faccio noia, ma piuttosto che le solite farse, ipocrisie, competizioni, comparazioni, idolatrie, condanne, inadeguatezze, giudizi, costrizioni… meglio sbattere il muso contro una roccia marcia, che per qualcuno invero è qualcosa di bello e desiderabile. Per noi lo è: profuma di libertà.

Sì, è vero, fermarsi a questa frase può lasciare un senso di incompletezza. La vetta, l’essere riusciti nonostante tutto, la discesa, la soddisfazione, la gioia e il mutare di orizzonti, con nuovi progetti e rinnovate aspirazioni. Eppure tutto questo non mi viene da renderlo esplicito, che mi pare così scontato reso dalle parole, così lontano dal vivere, dal momento presente, così superfluo, almeno per me. Lascio la vita alla vita. Sarò compresa o sarò in errore? Porterà l’inverno un po’ di tempo e un po’ di silenzio?

Durante il settimo tiro costeggiamo un particolare gendarme.
Andrea in partenza sul sesto tiro.
Andrea in partenza sul settimo tiro
Sul pericolante dodicesimo tiro

Diretta al Mourjean e Brec de Chambeyron

<< Continua dal racconto della salita della Via Berardo sullo sperone est del Parias Coupà, alta Valle Maira.

Dopo aver risalito ancora qualche metro fino a toccare la vera e propria cima del Parias Coupà, proseguiamo seguendo la cresta: ci ricongiungiamo quindi con quella linea immaginaria che concretizzandosi sul filo di instabili pietre collega il Buc de Nubiera al Brec de Chambeyron. Il nostro prossimo obbiettivo svetta illuminato dai raggi radenti del sole della sera; non lo raggiungeremo in serata. Ciò che dobbiamo fare ora è proseguire fino a trovare un posto che ci aggradi per bivaccare.

il bivacco

A distanza di giorni fatico nel raccontare, ogni parola mi pare banale. Anche nello scrivere le mie aspirazioni sembrano sempre amputate. Ciò su cui si posano i miei occhi è troppo più grande di me per essere degnamente celebrato e la scarna essenzialità delle nostre azioni non si presta a pindarici lirismi.

Al riparo di un grosso masso abbiamo ripulito dalle pietre uno spazio abbastanza pianeggiante dove prepariamo il nostro bivacco, semplicemente stendendo un telo e i sacchi a pelo, e riponendo vicino le attrezzature, i vestiti sudati ad asciugare nell’aria tremolante della sera. Seduti nei sacchi consumiamo la nostra cena: un cartoccio di minestra già pronta, un pezzo di formaggio e della frutta secca; l’acqua permessa non concede soddisfazioni di alcun tipo. Tutto è sacralmente saporito.

Il sole declina poco a poco sull’orizzonte di paesi per me sconosciuti; nei momenti che si inseguono alziamo la testa oltre il masso per ammirare lo spettacolo cangiante. Infine, quasi percependo l’impensabile sensazione della rotazione terrestre, viene buio.

Monviso e Visolotto nella luce radente del tardo pomeriggio
Il sole si agginge a tramontare

Dormo a intervalli: di tanto in tanto cambio leggermente la posizione del mio corpo e volgo lo sguardo al cielo tempestato di stelle che è il più bel tetto sotto cui abbia mai dormito; sul suo tappeto di blu profondo e impenetrabile le figure mitologiche degli avi si inseguono suggerendo suggestioni capaci di variare dal razionale quasi scientifico alla purezza metafisica. Solo il vento attraversa lo smisurato silenzio e la luce pallida della luna delinea il paesaggio nel buio mai completo. La civiltà è lontana, tant’è che in una fantasia passeggera si potrebbe quasi immaginare di essere i primi uomini, scacciati dall’Eden sulla brulla terra abitata dalle altre creature soltanto, oppure gli ultimi di una stirpe estinta, tanto son mute le valli e le pianure. Tuttavia nessuna di queste due immagini può esprimere il senso di grande e fortunato privilegio che caratterizza la nostra condizione. Ricordo un pomeriggio, tornando a casa con mio padre, quando gli dissi – e mi ritorna il suo sorriso pieno di compiacimento e l’entusiasmo del suo rispondere – ch’eravamo dei privilegiati a far quella vita seppur un po’ scomoda: vivere da soli in una casa di una borgata quasi disabitata di montagna. Eravamo veramente simili agli déi, per quanto la morte volle ricordarci d’esser meno di quanto pensassimo: la stessa polvere che calpestavamo sulla via che tanto amavamo percorrere insieme, quella delle vette. Dormendo lì sul filo della cresta mi è sembrato almeno per qualche istante fugace di comprendere come sia bello l’albergo eterno dove egli soggiorna. Da sei anni ormai. Sento sempre nella mia mente il suono della sua risata.

Prime luci
domenica 23 settembre 2018

Non c’è sveglia per alzarsi, il nuovo giorno ci accompagna da sé; tuttavia, tra le prime timide luci ad oriente e l’alba totalizzante godiamo ancora di un ultimo riposante torpore. Non so quanto duri, se siano pochi minuti o quasi un’ora. Non c’è nessuna angoscia, nessun desiderio di fuga, nemmeno un senso di premura. Piuttosto quasi un dispiacere nel doversene andare. Ma si deve tornare in azione: mangiamo qualche barretta e beviamo il solito poco di preziosa acqua, ritiriamo il materiale per la notte, ci vestiamo, indossiamo l’attrezzatura e si parte.

Il sole che sorge ci invita alla partenza

Tra sali e scendi e fragili traversi raggiungiamo il Pas de Jean: da qui, versante Maira, delle cenge scabrose, malsicure, improteggibili, fatte di terra e detriti compattati, conducono alla via normale per il Brec de Chambeyron; sempre qui giunge il momento di mettere in atto i propositi che stanno in principio della nostra venuta in questo luogo: scalare direttamente il Mourjean. Ci è stato riferito che ciò sia già stato fatto seppur da pochi, tuttavia, confrontando i racconti con la linea di salita da noi tentata non possiamo aver certezza della coincidenza dei percorsi. Di tanto in tanto mi ritrovo a sognare che, per quanto breve, la nostra sia una nuova via, per così dire. Di per sé la cosa non ha rilevanza, è bella di per sé, senza ulteriori aspettative, ma nel mio cuore resta comunque un momento importantissimo e per niente scevro di emozione.

Momenti lungo la cresta, prima di raggiungere il Pas de Jean

Abbiamo quindi attaccato il Mourjean in piena parete, invitati da un sistema di fessure che avevamo già osservato da lontano. I primi tre tiri della salita sono abbastanza simili tra loro: muretto più impegnativo e rocce o cengette più rotte, facili, friabili. Alla fine di queste lunghezze, abbastanza breve la prima, ci troviamo in prossimità dello spigolo sud-est. Davanti ai nostri occhi si presenta una bella parete di calcare rossastro lavorato e – sorpresa – compatto! La scalata, tralasciato un blocco un po’ inquietante in partenza, è finalmente stupenda e culmina a pochi metri dalla cima del Mourjean, segnalata da un ometto di pietre con infisso un minuscolo bastoncino.

Arrampicando sul Mourjean
L’ultimo tiro sul Mourjean

Da questo punto la cima del Brec de Chambeyron, immaginando ancora una salita diretta, è almeno momentaneamente fuori portata: si innalza infatti davanti a noi con un muro severo. Ma sempre lato Maira delle cenge, ora più invitanti, conducono in pochissimi minuti alla via normale. Scoprirò dopo che questo passaggio è la normale per raggiungere il Mourjean, per certo comprensibilmente snobbato in favore della adiacente cima maggiore, verso la quale decidiamo di proseguire, non essendovi io mai stata. Sbuchiamo a pochi metri dal passaggio chiave, attualmente attrezzato con soste moderne e sicure. Decidiamo di abbandonare gli zaini e partiamo con due caramelle in tasca che saranno una strana sorta di premio finale una volta arrivati in vetta.

Andrea sulla normale al Brec, appena superata la caratteristica placca con un passo di IV
Ultimi metri prima del pianoro sommitale

Con due bei tiretti – di cui un altro simpatico caminetto con cui cerco la mia rivincita sul genere – sbuchiamo sul detritico pendio sommitale, e in breve tocchiamo la croce. In questo giorno veramente la quota e il punto d’arrivo non contano nulla: è la scalata, il cammino, il viaggio, insomma ciò sta nel mezzo tra l’idea e la sua realizzazione, quello che conta.

L’arrivo in cima al Brec de Chambeyron
Uno sguardo verso il percorso fatto

Come sempre bisogna affrontare la discesa; la prima parte di essa, per la via normale del Brec percorsa a ritroso, eccezionalmente friabile e scivolosa, sarà snervante. Giunti poi in prossimità del sentiero sarà solo più questione di pazienza e inevitabile necessità, con la croce della sete che non accenna a placarsi e il dolore di due bolle sotto la pianta dei miei piedi, causate dall’attrito maggiore del solito ottenuto arrampicando parecchio con le scarpe da avvicinamento, un po’ troppo morbide, soprattutto nella giornata di sabato, in cui abbiamo indossato le scarpette solo per quattro tiri (ormai il giorno successivo, come si suol dire, la frittata era fatta). Decidiamo di fare una breve deviazione per raggiungere il Bivacco Barenghi, dove troveremo infine un po’ di acqua.

Mi piace ancora ricordare il gesto generoso di un alpinista ligure e del suo compagno, incontrati durante la discesa, che arrivati al Rifugio Stroppia, dove avevano pernottato, ci hanno offerto una bottiglia di acqua fresca che avevano lasciato lì, dove secche erano ormai le fonti. Solo più tardi, incontrato un ruscello, l’acqua tornerà ad essere abbondante, banale e scontata come è nei nostri giorni grigi spesi tra le abitudini e le comodità del mondo contemporaneo. Ma com’è vero che l’acqua è vita, credo in quel giorno d’aver ricevuto da una persona il dono più prezioso.

In questa foto scattata giungendo al Pas de Jean, Andrea ha gentilmente tracciato con una linea rossa dove siamo saliti sul Mourjean (max IV+ secondo noi). Scattate da lui anche le foto in cui compaio, che resteranno tra i piacevoli ricordi di queste giornate. Grazie di tutto, come sempre!