Diretta al Mourjean e Brec de Chambeyron

<< Continua dal racconto della salita della Via Berardo sullo sperone est del Parias Coupà, alta Valle Maira.

Dopo aver risalito ancora qualche metro fino a toccare la vera e propria cima del Parias Coupà, proseguiamo seguendo la cresta: ci ricongiungiamo quindi con quella linea immaginaria che concretizzandosi sul filo di instabili pietre collega il Buc de Nubiera al Brec de Chambeyron. Il nostro prossimo obbiettivo svetta illuminato dai raggi radenti del sole della sera; non lo raggiungeremo in serata. Ciò che dobbiamo fare ora è proseguire fino a trovare un posto che ci aggradi per bivaccare.

il bivacco

A distanza di giorni fatico nel raccontare, ogni parola mi pare banale. Anche nello scrivere le mie aspirazioni sembrano sempre amputate. Ciò su cui si posano i miei occhi è troppo più grande di me per essere degnamente celebrato e la scarna essenzialità delle nostre azioni non si presta a pindarici lirismi.

Al riparo di un grosso masso abbiamo ripulito dalle pietre uno spazio abbastanza pianeggiante dove prepariamo il nostro bivacco, semplicemente stendendo un telo e i sacchi a pelo, e riponendo vicino le attrezzature, i vestiti sudati ad asciugare nell’aria tremolante della sera. Seduti nei sacchi consumiamo la nostra cena: un cartoccio di minestra già pronta, un pezzo di formaggio e della frutta secca; l’acqua permessa non concede soddisfazioni di alcun tipo. Tutto è sacralmente saporito.

Il sole declina poco a poco sull’orizzonte di paesi per me sconosciuti; nei momenti che si inseguono alziamo la testa oltre il masso per ammirare lo spettacolo cangiante. Infine, quasi percependo l’impensabile sensazione della rotazione terrestre, viene buio.

Monviso e Visolotto nella luce radente del tardo pomeriggio
Il sole si agginge a tramontare

Dormo a intervalli: di tanto in tanto cambio leggermente la posizione del mio corpo e volgo lo sguardo al cielo tempestato di stelle che è il più bel tetto sotto cui abbia mai dormito; sul suo tappeto di blu profondo e impenetrabile le figure mitologiche degli avi si inseguono suggerendo suggestioni capaci di variare dal razionale quasi scientifico alla purezza metafisica. Solo il vento attraversa lo smisurato silenzio e la luce pallida della luna delinea il paesaggio nel buio mai completo. La civiltà è lontana, tant’è che in una fantasia passeggera si potrebbe quasi immaginare di essere i primi uomini, scacciati dall’Eden sulla brulla terra abitata dalle altre creature soltanto, oppure gli ultimi di una stirpe estinta, tanto son mute le valli e le pianure. Tuttavia nessuna di queste due immagini può esprimere il senso di grande e fortunato privilegio che caratterizza la nostra condizione. Ricordo un pomeriggio, tornando a casa con mio padre, quando gli dissi – e mi ritorna il suo sorriso pieno di compiacimento e l’entusiasmo del suo rispondere – ch’eravamo dei privilegiati a far quella vita seppur un po’ scomoda: vivere da soli in una casa di una borgata quasi disabitata di montagna. Eravamo veramente simili agli déi, per quanto la morte volle ricordarci d’esser meno di quanto pensassimo: la stessa polvere che calpestavamo sulla via che tanto amavamo percorrere insieme, quella delle vette. Dormendo lì sul filo della cresta mi è sembrato almeno per qualche istante fugace di comprendere come sia bello l’albergo eterno dove egli soggiorna. Da sei anni ormai. Sento sempre nella mia mente il suono della sua risata.

Prime luci
domenica 23 settembre 2018

Non c’è sveglia per alzarsi, il nuovo giorno ci accompagna da sé; tuttavia, tra le prime timide luci ad oriente e l’alba totalizzante godiamo ancora di un ultimo riposante torpore. Non so quanto duri, se siano pochi minuti o quasi un’ora. Non c’è nessuna angoscia, nessun desiderio di fuga, nemmeno un senso di premura. Piuttosto quasi un dispiacere nel doversene andare. Ma si deve tornare in azione: mangiamo qualche barretta e beviamo il solito poco di preziosa acqua, ritiriamo il materiale per la notte, ci vestiamo, indossiamo l’attrezzatura e si parte.

Il sole che sorge ci invita alla partenza

Tra sali e scendi e fragili traversi raggiungiamo il Pas de Jean: da qui, versante Maira, delle cenge scabrose, malsicure, improteggibili, fatte di terra e detriti compattati, conducono alla via normale per il Brec de Chambeyron; sempre qui giunge il momento di mettere in atto i propositi che stanno in principio della nostra venuta in questo luogo: scalare direttamente il Mourjean. Ci è stato riferito che ciò sia già stato fatto seppur da pochi, tuttavia, confrontando i racconti con la linea di salita da noi tentata non possiamo aver certezza della coincidenza dei percorsi. Di tanto in tanto mi ritrovo a sognare che, per quanto breve, la nostra sia una nuova via, per così dire. Di per sé la cosa non ha rilevanza, è bella di per sé, senza ulteriori aspettative, ma nel mio cuore resta comunque un momento importantissimo e per niente scevro di emozione.

Momenti lungo la cresta, prima di raggiungere il Pas de Jean

Abbiamo quindi attaccato il Mourjean in piena parete, invitati da un sistema di fessure che avevamo già osservato da lontano. I primi tre tiri della salita sono abbastanza simili tra loro: muretto più impegnativo e rocce o cengette più rotte, facili, friabili. Alla fine di queste lunghezze, abbastanza breve la prima, ci troviamo in prossimità dello spigolo sud-est. Davanti ai nostri occhi si presenta una bella parete di calcare rossastro lavorato e – sorpresa – compatto! La scalata, tralasciato un blocco un po’ inquietante in partenza, è finalmente stupenda e culmina a pochi metri dalla cima del Mourjean, segnalata da un ometto di pietre con infisso un minuscolo bastoncino.

Arrampicando sul Mourjean
L’ultimo tiro sul Mourjean

Da questo punto la cima del Brec de Chambeyron, immaginando ancora una salita diretta, è almeno momentaneamente fuori portata: si innalza infatti davanti a noi con un muro severo. Ma sempre lato Maira delle cenge, ora più invitanti, conducono in pochissimi minuti alla via normale. Scoprirò dopo che questo passaggio è la normale per raggiungere il Mourjean, per certo comprensibilmente snobbato in favore della adiacente cima maggiore, verso la quale decidiamo di proseguire, non essendovi io mai stata. Sbuchiamo a pochi metri dal passaggio chiave, attualmente attrezzato con soste moderne e sicure. Decidiamo di abbandonare gli zaini e partiamo con due caramelle in tasca che saranno una strana sorta di premio finale una volta arrivati in vetta.

Andrea sulla normale al Brec, appena superata la caratteristica placca con un passo di IV
Ultimi metri prima del pianoro sommitale

Con due bei tiretti – di cui un altro simpatico caminetto con cui cerco la mia rivincita sul genere – sbuchiamo sul detritico pendio sommitale, e in breve tocchiamo la croce. In questo giorno veramente la quota e il punto d’arrivo non contano nulla: è la scalata, il cammino, il viaggio, insomma ciò sta nel mezzo tra l’idea e la sua realizzazione, quello che conta.

L’arrivo in cima al Brec de Chambeyron
Uno sguardo verso il percorso fatto

Come sempre bisogna affrontare la discesa; la prima parte di essa, per la via normale del Brec percorsa a ritroso, eccezionalmente friabile e scivolosa, sarà snervante. Giunti poi in prossimità del sentiero sarà solo più questione di pazienza e inevitabile necessità, con la croce della sete che non accenna a placarsi e il dolore di due bolle sotto la pianta dei miei piedi, causate dall’attrito maggiore del solito ottenuto arrampicando parecchio con le scarpe da avvicinamento, un po’ troppo morbide, soprattutto nella giornata di sabato, in cui abbiamo indossato le scarpette solo per quattro tiri (ormai il giorno successivo, come si suol dire, la frittata era fatta). Decidiamo di fare una breve deviazione per raggiungere il Bivacco Barenghi, dove troveremo infine un po’ di acqua.

Mi piace ancora ricordare il gesto generoso di un alpinista ligure e del suo compagno, incontrati durante la discesa, che arrivati al Rifugio Stroppia, dove avevano pernottato, ci hanno offerto una bottiglia di acqua fresca che avevano lasciato lì, dove secche erano ormai le fonti. Solo più tardi, incontrato un ruscello, l’acqua tornerà ad essere abbondante, banale e scontata come è nei nostri giorni grigi spesi tra le abitudini e le comodità del mondo contemporaneo. Ma com’è vero che l’acqua è vita, credo in quel giorno d’aver ricevuto da una persona il dono più prezioso.

In questa foto scattata giungendo al Pas de Jean, Andrea ha gentilmente tracciato con una linea rossa dove siamo saliti sul Mourjean (max IV+ secondo noi). Scattate da lui anche le foto in cui compaio, che resteranno tra i piacevoli ricordi di queste giornate. Grazie di tutto, come sempre!

Parias Coupà: via Berardo, Sperone Est

Niente di più sbagliato che credere che la stagione alpinistica potesse in qualche modo finire sul Cervino. Nemmeno è continuata in discesa: dopo qualche bella arrampicata svoltasi principalmente tra le montagne di casa – teatro principale la Serra dell’Argentera – inizia a sorgere una nuova proposta che arriva da Andrea. Il primo spunto riguarda il genere: una lunga traversata per cresta.

Inizialmente le idee sono tre e presto iniziamo a pensare più chiaramente alla Valle Maira e alla zona del Brec de Chambeyron, dove si può compiere la bella traversata classica raggiungendo la cresta sul Buc de Nubiera. Tuttavia in un certo punto ci si discosta dal filo e si percorrono delle malsicure cenge improteggibili che conducono alla via normale del Brec. E fare una salita integrale?

Andrea mi manda delle fotografie del muro di 150 metri circa prima del quale si abbandona la cresta: si tratta del Mourjean, quasi una spalla del Brec. Inizia quindi la ricerca delle informazioni, che dura parecchi giorni; intanto la voglia di partire non fa che aumentare. Veniamo a sapere che in passato qualcuno si è già avventurato da queste parti scalando in modo più diretto quelle pareti, persino da slegato, superando difficoltà di V grado. Tra i racconti salta fuori anche un consiglio: perché percorrere la cresta, dove la roccia è molto scadente, quando si potrebbe scalare una via diretta al Parias Coupà, grandiosa, lunghissima, poco conosciuta? Siamo intrigati.

Questa montagna, quotata 3248m, seguendo la cresta dal Buc de Nubiera (3215m), si trova tra la Tête de Cibiroles (3236m) e l’Aiguille Fochs (3275m); la sua vetta (in copertina) è composta di compatte placche di calcare, molto estetica, sul versante italiano precipita verticale per centinaia di metri in un abisso impressionante. Proprio sul lato Maira la montagna presenta uno sperone abbastanza evidente nella luce del mattino. Al salirlo nel 1957 fu Renzo Berardo con il compagno Alloa, ma la via, forse penalizzata dalla cattiva qualità della roccia che caratterizza questa zona, ebbe poche ripetizioni.

Lo sperone su cui si sviluppa la via di Berardo, nel sole del mattino

Qualche buona informazione sulla via si trova, sia su internet grazie alla relazione di chi l’ha ripetuta, sia sulle pagine di un buon vecchio libro, Montagne d’Oc di Andrea Parodi, poi ancora tra le parole di quest’ultimo e di qualche amico di Andrea. Insomma, siamo presto convinti ad andare anche noi. Valutiamo quindi di articolare la gita in due giorni: durante il primo saremo impegnati sulla Via Berardo sullo Sperone Est del Parias Coupà, dal quale scenderemo seguendo la cresta verso il Brec fino a trovare un buon posto per bivaccare; l’indomani proseguiremo e cercheremo di scalare direttamente il Mourjean per poi raggiungere l’ultima cima. Per me sarà il primo bivacco all’addiaccio: credo si potrà immaginare la mia trepidazione! Cercheremo di portare con noi lo stretto indispensabile: sacco a pelo e sacco da bivacco, acqua e un po’ di cibo da consumare senza necessità di cucinare con un fornello, un cambio di vestiti e tutta l’attrezzatura per l’arrampicata, di cui due mezze corde, qualche chiodo, martello, un set completo di friend e uno di nuts, moschettoni, rinvii, caschetti, imbraghi, fettucce, cordini… Un bel corredo!

determinati a partire

Sabato 22 settembre, nel buio del primo mattino, siamo di partenza; le previsioni meteo sono ottimali. Salendo per il sentiero Dino Icardi avverto una stanchezza quasi un po’ insolita, strascico della settimana, forse un po’ complici gli allenamenti che non mollo da mesi, a cui direi che mi sono affezionata e che hanno cambiato il mio modo di concepire tutte le cose che faccio, dalle piccolezze del quotidiano alle uscite in montagna, sempre più impegnative. Il senso di sete che si presenta anzitempo mi farà compagnia per tutto il fine settimana: realizzo presto che nei giorni precedenti non mi sono idratata a sufficienza e sono consapevole che soffrirò più del dovuto.

La partenza avviene prima che faccia giorno. Scattiamo questa foto quando stiamo camminando già da un pezzo.

Assistiamo ad una magnifica alba, per quanto non eclatante ed esagerata come in alcune mattine invernali in cui amo essere per monti ad immortalare sfuggevoli istanti in qualche fotografia: tutto all’improvviso si impregna di una luce rosata, pervade ogni cosa: i prati, il sentiero, le montagne, mentre il cielo all’orizzonte rimane di un azzurro intenso; poi le pareti che già si presentano ai nostri occhi si fanno dorate e possiamo osservare lo sperone su cui si sviluppa la via. Gli spazi sono smisurati, tanto che si perde la reale concezione di quanto le montagne siano alte. La nostra linea si sviluppa in verticale per ben 800 metri, eppure giungendo presso di essa appare persino meno imponente del Corno Stella, il cui sviluppo sul versante sud-ovest è ben minore. Sul lato strettamente personale tutto ciò significa praticamente una scalata lunga il doppio della media delle vie fatte finora, e resta comunque una via abbastanza più lunga del normale per la nostra zona. Il materiale presente in loco è inoltre pochissimo: si parla di 7-8 chiodi su tutto lo sviluppo. Tutto ciò contribuisce ad aumentare il mio coinvolgimento e rientra a pieno titolo in alcune dichiarazioni di intenti da me fatte poco tempo fa.

Una tupenda alba rosata ci coglie durante l’avvicinamento

Abbandonato il sentiero tagliamo per pietraie e detriti verso l’attacco dello sperone. Ci prepariamo. Ben presto capiremo come sarà la roccia che ci farà compagnia per tutto il giorno: un bel calcare praticamente vergine… ma abbastanza marcio, soprattutto nei tratti più facili… ma non solo. Inoltrandoci lungo l’itinerario il rumore della caduta delle pietre diventa un’abitudine, talvolta esse sembrano proiettili che sibilano nel vuoto, o meteore che solcano il cielo tracciando la loro traiettoria parabolica più o meno vicino da noi. A volte ci si schiva appena in tempo, a volte basta appiattirsi contro la parete, a volte invece si resta indifferenti, sapendo di essere abbastanza distanti.

Traverso nella parte iniziale della via

Fatto sta che nel giro di pochi tiri la parete ci fagocita, più che mai me ne rendo conto trovandomi in sosta in un canale pieno di rocce pericolanti, facendo sicurezza ad Andrea mentre è alle prese con uno dei tiri più impegnativi della via. Il silenzio è interrotto solo dal canto di un uccellino curioso che a più riprese si avvicina a noi, poi d’improvviso qualche voce dal fondovalle segnala la presenza di alcuni escursionisti, che appaiono ora come una forma di vita d’un altro pianeta. Il mio orecchio rimane tuttavia concentrato sul silenzio e su ogni minimo segnale del compagno di cordata: tutto il resto non esiste più, nemmeno il brusio dei pensieri ordinari che affollano quotidianamente la nostra mente. Forse, di tanto in tanto, affiora un dove siamo?

All’interno del canale
In uscita dal pilastrino successivo al canale

Non stiamo solo scalando, siamo in ascesi: la mondanità stagna nel fondovalle e metro dopo metro ci addentriamo in una dimensione parallela dotata di caratteristiche del tutto discoste da quelle dell’ingranaggio doloroso in cui siamo abitualmente invischiati. Dopo il faticoso tiro che ci porta fuori dal canale attraversando un vero e proprio buco inaspettato attraverso la parete e risalendo il pilastro seguente, ci aspetta il tiro chiave della via, caratterizzato da un breve traverso di V+. Tuttavia questo passaggio non ci oppone alcun problema, richiedendo forse dei movimenti più risonanti nelle nostre corde; semplicemente la sorpresa è dietro l’angolo, almeno per me: dopo un tratto facile si deve risalire un caminetto. Con l’ingombro abbastanza importante dello zaino riesco solo a inserirmi nella base di esso, ma mossi i primi passi in opposizione al suo interno, rimango incastrata; allora ridiscendo e tento di salire a poca distanza su uno dei due bordi, invitata da una fessurina, e sembra quasi una buona idea finché la presa mi esplode letteralmente in mano, facendomi rimanere appesa come un salame. Scoprirò solo dopo, risolto l’impasse con l’aiuto del compagno, che lui aveva tolto lo zaino e appesolo all’imbrago aveva dunque superato il camino. Mi sento un’incapace.

Sentirsi piccoli con buone ragioni

Ci ritroviamo in una zona di facili rocce e dopo aver sorseggiato un poco d’acqua e uno di quei comodi gel che racchiudono tanta energia in pochi grammi e ingombro minimo ripartiamo. Lo sperone ci rivela le sue reali dimensioni: siamo un puntino insignificante tra abissi che si estendono in tutte le direzioni attorno a noi. Nemmeno abbiamo raggiunto la metà della via. Ci aspettano diversi tiri un po’ tutti uguali per tipologia di roccia e di scalata, con difficoltà contenute; ci sincerano della retta via due chiodi arrugginiti. Ho memoria di una sosta su un comodo terrazzino assolato, dove posiamo gli zaini; a far sicurezza – i metri successivi si preannunciano semplici – mi siedo quasi coricata con la schiena contro la parete e l’orecchio teso verso l’alto. Intanto a pochi metri cadono le solite pietre; di tanto in tanto rivolgo loro la coda dell’occhio, quasi indifferente: fanno parte ormai del nostro ristretto universo.

Nonostante la fatica ecco che spunta il solito sorriso…

Raggiungiamo un piccolo intaglio sul filo dello sperone: da questo punto si può osservare la sottostante Valle Maira, il lago del Vallonasso di Stroppia e il bivacco Barenghi; più oltre il Monviso domina l’orizzonte con il suo elegante profilo piramidale e ciò che rimane della via si snoda davanti ai nostri occhi in modo più logico; pertanto seguiamo pressapoco il filo, percorriamo una bella lunghezza di roccia più solida e ben lavorata, e ci concediamo ancora una piccola pausa in una forcellina ombrosa. Pochi sorsi di acqua, un pezzo di formaggio e qualche quadretto di cioccolato. Sarà l’ora del té, il sole ha ormai cambiato l’inclinazione dei suoi raggi, caldi tuttavia.

Bel tiro con roccia abbastanza solida; in alto intravediamo l’uscita della via: le distanze si accorciano!

Metro dopo metro raggiungiamo la “ventidueesima” sosta (della relazione, noi dovremmo aver spezzato in due un tiro), dove troviamo ben due solidi chiodi; il martello fa il suo canto ribattendoli. Quello che ci aspetta è quindi l’ultimo tiro, ma non concede prematuri entusiasmi: le difficoltà sono di V e la roccia estremamente sdrucciolevole. Dulcis in fundo.

Uno sguardo verso l’alto dall’ultima sosta, il compagno è un puntino minuscolo. Oltre solo il cielo…

Per tutta la permanenza in sosta mi sposto per evitare le pietre che inevitabilmente cadono dall’alto, talvolta a distanza di sicurezza, talvolta – per fortuna le più piccole – senza altra soluzione sul mio caschetto. Non è divertente, la concentrazione rimane alta, ma non mi scompongo quasi più. Tuttavia, quando dopo un ultimo delicatissimo passaggio che ci fa trattenere il fiato sento il grido di gioia del compagno, mi concedo un profondo respiro di sollievo: ora tocca ancora a me ripercorrere gli stessi metri, ma sarà certamente cosa diversa. Arrampicando non riesco ad evitare qualche crollo; ricordo ancora come una veloce effimera fotografia l’immagine di un appoggio scomparire nel vuoto non appena posatovi sopra il piede… Passando da seconda la cosa non fa paura… ma fa ben riflettere se si considera l’impegno psicologico di chi è appena passato da primo! Scalare su roccia marcia mi fa scoprire come non sia ancora ferrata nel trovare solo gli appigli più sani, lasciandomi ogni tanto affascinare da quelle che sembrano prese invitanti ma che ben presto, alla prima più decisa sollecitazione, si rivelano un bel fiasco e si sgretolano tra le mani. Questa via è una grande lezione sotto tanti aspetti e intanto, mentre ero intenta ad assorbirli possibilmente tutti, ce ne siamo ritrovati al di fuori. A pochi metri da noi l’estetica linea della vetta del Parias Coupà. Le nostre facce stanche ma soddisfatte, catturate da qualche fotografia.

Meraviglioso panorama dalla vetta del Parias Coupà, dominato dall’Aiguille de Chambeyron sulla sinistra; sullo sfondo a destra si nota la piramide perfetta che presenta il Monviso osservato da questa posizione.

Anche questa volta il racconto, già abbastanza lungo, continuerà da dove lo abbiamo interrotto in un prossimo articolo. Ho trovato un nuovo modus vivendi si direbbe! Vi racconterò com’è andato il bivacco e cosa abbiamo fatto il giorno seguente. Intanto cercherò di trovare le parole che ancora mi mancano per continuare a trascrivere le cose vissute.

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post scriptum

Di tanto in tanto, riguardando le fotografie della cima del Parias Coupà, mi torna alla memoria quando – anni fa – ne vidi un’immagine per la prima volta. Fui affascinata dalla forma e dal suono del nome, che significa pressapoco “paretaccia tagliata da cenge”. Scalare questa cima non rientrava nei miei piani più prossimi, ma dopo questa avventura inaspettata, resterà impressa indelebilmente tra i miei ricordi!

La stanchezza più bella del mondo! Andrea mi ha scattato questa foto a pochi metri dalla cima del Parias Coupà, presso l’uscita dalla via. Sue anche diverse altre foto che ho inserito nel racconto.

Piccole cronache di giorni in Marittime, III

9 settembre 2018, cresta sigismondi all’argentera

Dormo di un sonno meravigliosamente ristorante, calmo e intensamente riposante. E’ bello ritrovarsi a passare la notte in rifugio, mi è capitato solo un paio di volte durante l’estate. In questi luoghi c’è per me un senso di appartenenza e un’aura di benessere.

Usciamo quando la luce inizia ad invadere la conca buia e già si distingue la desolazione di pietre ai piedi dell’Argentera e della Nasta; la luce frontale serve per poco tempo. Inizialmente, sulle orme dei primi a partire, seguiamo il sentiero che conduce al passo dei Detriti, e ci portiamo alla base della sua conoide.

Salendo al Colletto Freshfield

Qui attraversiamo sotto le pareti rocciose per raggiungere la base del canale che culmina nel Colletto Freshfield, al quale saliamo senza difficoltà e dove ci leghiamo in cordata per affrontare le prime placche in conserva, dopo le quali inizia la salita vera e propria: davanti a noi si erge la cima Purtscheller, e per raggiungerla facciamo tre tiri di corda seguendo il mio naso, ricompensato, quasi in cima, dalla presenza di un vecchio chiodo che fotografo con un tocco di infantilità e dal ritrovarsi semplicemente “nel posto giusto”, cosa che dà un senso l’imposizione della mia lettura, che a tratti credo possa aver dato qualche dubbio al mio socio.

Un piacevole ritratto “in azione” scattato da Tomasz, bellissimo ricordo: grazie!

A volte ci si sente in imbarazzo nel volersi far dare ragione a tutti i costi, nel mostrarsi convinti pur mai abbandonando del tutto la consapevolezza dell’errore che sempre sta dietro l’angolo, tanto più per un alpinista giovane come me. Io poi, che nel quotidiano ragione non ho quasi mai, giusto o sbagliato che sia. Tuttavia so che in questa gita in cui l’itinerario era incognito ad entrambi ho imposto moltissimo la mia personalità, la mia volontà e la determinazione che vorrei avere anche nei giorni più banali trascorsi a valle. Il processo mentale che tutto ciò mi ha procurato è stato per me intenso, interessante e sicuramente mi ha dato tanto: credo di aver fatto dei passi avanti sia nella conoscenza di sé, sia in quella dell’ambiente alpino. Per alcuni tutto ciò sarà poca cosa, ma per me resta un episodio grandemente arricchente e più significativo per esempio di una via con difficoltà molto maggiori ma segnalate dalla presenza di chiodi o da una tranquillizzante linea di spit. Insomma, per me è stato alpinismo vero, seppur non difficile. Scegliere dove passare e come e quando proteggersi è bellissimo ed rappresenta una strada che desidero tornare a percorrere, approfondire e conoscere meglio.

Usciamo soddisfatti dai tiri di corda, a poca distanza dalla cima Purtscheller

Fatto sta che dalla cima Purtscheller il percorso si fa evidente e logico: siamo in cresta; continuo a ricordare il mantra costituito dalle parole di Andrea prima della partenza: “cerca il facile” e con questo pensiero in mente ci muoviamo su un lato o sull’altro del filo, fino a raggiungere la Cima Genova. Qui abbiamo una possibilità per abbandonare e calarci verso la via normale alla cima sud dell’Argentera, a poca distanza dal Passo dei Detriti. Valutare la discesa in verità ci tocca, perché non è presto come vorrei; tuttavia la giornata è buona, il tempo sufficientemente stabile nonostante qualche nuovo accumulo di umidità che già risale verso le vette.

In lontananza si intravede la vetta

Così continuiamo su alcuni dei più bei passaggi della cresta, sul III superiore, molto esposti: stupendi. Solamente dobbiamo prestare attenzione a non far cadere pietre: sotto di noi si trova infatti la cengia che caratterizza la via normale e molte persone la stanno percorrendo… magari anche senza caschetto e ignare della nostra presenza.

Bei passaggi

Quello che sembra un piccolo torrione ostico si rivela essere come alcuni episodi della vita: un inganno dato da uno sguardo lanciato da troppo lontano; infatti, giunti presso di esso, scorgiamo una facile cengetta che ci permette di aggirarlo, risalendo poi per rocce articolate fino a ritrovare il filo, saltare dal lato opposto fino a trovarci fuori dalle difficoltà. Così in breve ci ritroviamo sulla Spalla: da qui non ci resta che attraversare con entusiasmo l’ultimo tratto di facile cresta, principalmente costituito da massi e roccette, ritrovando velocità fino a scorgere la bella croce di vetta.

C’è un momento in cui realizziamo di “essere fuori”, nonostante resti da percorrere un ultimo tratto di cresta praticamente orizzontale tra la Spalla e la vetta
Sulla cresta finale

Siamo gli ultimi a raggiungere la cima, ma io mi sento come quegli ultimi beati a cui apparterrà il regno dei cieli, al quale ancora una volta sono giunta vivente, credendo ancora al valore allegorico delle parole e non al loro primo banale aspetto più letterale, frutto di tante incomprensioni, mistificazioni, limitanti visioni, senza temere identificazioni di qualsiasi genere ma soltanto ascoltando una voce interiore – che utilizza modalità a lei familiari per abitudine e cultura – in armonia col momento presente.

Una meritata foto di vetta

Per qualche momento ci lasciamo andare, si ride, si scherza, si mangia e si beve, si ripone l’attrezzatura, si scattano fotografie. Poi ancora un po’ di concentrazione: servirà ancora per affrontare in sicurezza la discesa per la via normale, non difficile ma esposta e da non sbagliare. Anche qui purtroppo sono morte diverse persone: fino al passo niente scherzi, niente spazio per stanchezza e distrazioni. Dal Passo dei Detriti scendiamo spensierati, nonostante il cammino fino a valle sia ancora lungo. Si concluderà nella luce soffusa della sera, ancora una volta quando in giro non c’è più nessuno (o quasi: riceveremo infatti un passaggio da altri scalatori facendo ritorno al Gias delle Mosche, dove avevamo lasciato l’auto sabato).

Un bellissimo ritorno nelle montagne di casa, quelle della mia infanzia, le più ritratte nelle vecchie fotografie dei nonni, percorrendo però nuove strade, crescendo e conoscendo, osservandole da nuove angolazioni e in tutti i diversi momenti del giorno, così apprezzabili nella loro diversità, ma con una predilizione per la sera, che quasi sempre si perde lontano dagli occhi. Forse una fine di stagione, pur non sapendo dove vi siano realmente confini, perché a realizzare sogni ormai si sa: io sogno sempre più forte.

Discesa lungo la via normale

Lyskamm

La notte è lunga e irrequieta: che sembra non finire per quanto poche siano le ore da dormire e che il caldo, gli incubi e i pensieri incessanti la tormentano. La Capanna Gnifetti è affollata all’inverosimile, non vi sono spazi vuoti, ogni angolo è riempito dalle persone o dalle attrezzature, è una continua compressione animalesca con il prossimo, che quasi finisce per diventare un mero fastidio e non certo un compagno, perlomeno spirituale, d’avventura. Troppa gente per me, troppo rumore, troppa spensieratezza, come se fossimo lì per giocare a carte. Scherzo, divago, ma la mia mente resta fondamentalmente occupata nel suo profondo dall’obiettivo dell’indomani: i Lyskamm, Menschenfresser, mangiatori di uomini venivano detti da alcuni. Le previsioni meteo ci sono di turbamento e il buio si fa turbolento tra le folate di vento, la neve e i tuoni che rompono il silenzio glaciale e lampeggiano alla finestrella della nostra stanza. Anche dai bagni si scorgono i crepacci ed i seracchi che bisbigliano il loro memento.

Sguardo sul ghiacciaio dal Rifugio Quintino Sella, lungo la discesa

Alle 3.30 del mattino, quando infine ci allontaniamo dal torpore dei letti, il rifugio è già un formicaio brulicante, quasi tutti sono già in movimento, anche i gruppi diretti alla Capanna Margherita, e c’è chi si lamenta della scarsità della colazione, che invero era stata gentilmente lasciata pronta per chi si alza prima per necessità dovute alla strada da intraprendere, mentre sarebbe stata servita a tutti gli altri un’ora dopo. Mi scrollo di dosso il vociare e la noia uscendo nell’aria pungente e nera, ferita dalla luce delle torce frontali, e non appena riusciamo a scendere dalle rocce sulle quali è abbarbicato il rifugio, anche qui facendo la coda un po’ come per tutto, in breve ci allontaniamo dall’agitazione collettiva e dal caos. Anche questi luoghi non sono immuni alla morsa del commercio, del denaro e della moda. Nel contatto forzato con la massa caleidoscopica ritrovo la mia insofferenza e la mia vocazione alla quiete dell’isolamento, laddove la solitudine è condivisa con pochi prediletti. Nonostante la gamba mi dia nuovamente fastidio ci inoltriamo velocemente sugli oscuri ma conosciuti pendii del ghiacciaio del Lys. Alle nostre spalle una scia di lumini torna a calpestare la traccia che conduce alla Capanna Margherita, e nel raggiungere il Colle del Lys ci distacchiamo dalla grande processione con altre poche anime silenziose. Abbiamo preferito abbandonare il proposito di percorrere la cresta Sella al Lyskamm Orientale dopo la nevicata, così con rinnovata convinzione ci accingiamo ad attaccare la classica cresta est, sferzata dal vento gelido che di tanto in tanto ci sputa in faccia folate cariche di granelli di neve ghiacciata.

Primo sole sulla Parrot
Ci aggingiamo ad iniziare la salita lungo la cresta est mentre i primi raggi iniziano ad illuminare la montagna

“E così, tenacemente e metodicamente, sempre più in alto, nell’aria che sempre più si fa sottile e che in un senso di ebbrezza lieve ti distrugge quasi ogni stanchezza corporale, sino a raggiungere la linea delle vette.

Nè qui la vicenda ha termine: qui essa, invece e spesso, ha la sua fase più pericolosa e risolutiva. E’ la traversata delle creste di ghiaccio – è la scalata delle zone di roccia gelata che, di nuovo, al sommo, si svincolano ed emergono su, fuor dai ghiacci. Sui due Lyskamm, fra il Lyskamm orientale ed il «Naso», fra lo Zumstein e la Dufour, vi son per esempio creste quasi come tagli di coltello: da una parte e dall’altra, baratri di centinaia di metri. Un istante di vertigine e di mancamento – e non se ne parla più. Si va avanti scalinando, tenendosi spesso a cavallo, con un piede da una parte della cresta e un piede dall’altra, sì che per un passo falso o per un cedimento del ghiaccio tu possa subito aggrapparti. Linea-limite della catena (di qua l’Italia, di là la Svizzera) è raro che il vento non vi soffi. Allora tenersi in piedi implica ancora un altro problema: devi andare avanti aggrappato a prese della piccozza con mosse rapidissime, precise, felini nella traccia della scalinatura, nelle pause del vento. Di nuovo, il tempo quasi non lo avverti più: sino all’apice, dove finalmente il corpo sosta, e si schiudono orizzonti voraginosi, ciclici, oceanici – di centinaia di chilometri: dal Gran Paradiso al Monte Bianco e al Cervino – e via via sino al rilucere lontano dei ghiacciai dell’Ortler e della Marmolada.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

La meravigliosa eleganza della cresta est ripresa dalla cima del Lyskamm orientale, 4527m

Danziamo sulla lama elegante che si staglia tra gli abissi. L’atto del salire diventa una meditazione totale che dura ore, nessun pensiero esterno può più (e non deve) penetrare la mente e distrarla dal rito in cui sta guidando il corpo, uno strano processo in cui non sono ammessi errori e pertanto le vie di mezzo: o vita o morte. La Montagna ci concede la possibilità di totale fusione con la sua austera perfezione: essere in totale unisono accordo con lei, assecondarla così tanto da sopprimere il nostro ego. E poi l’atto di fede più grande si compie nei confronti dei compagni di scalata: legati in cordata, il passo falso di chiunque di noi può compromettere in un baleno la sopravvivenza di tutti, le responsabilità sono reciproche. Siamo un corpo unico in movimento.

Le linee superbe della cresta durante la traversata tra i due Lyskamm

“Ma per altri, essa (l’Alpe) è nulla, nulla di tutto ciò: è via di liberazione, di superamento, di compimento interiore. I due grandi poli della vita allo stato puro: azione e contemplazione – vi si congiungono.

Azione – attraverso la responsabilità assoluta, l’assoluto sentirsi soli, lasciati alla sola propria forza, al solo proprio ardire cui il più lucido, il più chirurgico controllo deve unirsi.

Contemplazione – come il fiore stesso di questa vicenda eroica, quando lo sguardo diviene ciclico e solare, là dove non esiste che cielo, e nude libere forze che si rispecchiano e fissano l’immensità nel coro titanico delle vette.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

Oltre la cresta, il Cervino
Perchè queste citazioni

E’ il pomeriggio del giorno successivo. Ho già assolto il dovere quotidiano del lavoro e finalmente ritrovo un po’ di pace e di riposo nel raccoglimento della mia casa. Sembra passato molto più tempo del reale, ma invero sono trascorse poco più di ventiquattro ore dal termine della nostra traversata dei Lyskamm. Erano montagne che non immaginavo di salire quest’anno, le ho sempre temute e proprio per questo l’attesa dell’inaspettata salita è stata tanto febbricitante. Sono arrivati così, dirompendo come un fiume in piena nel mio animo, addirittura prima dell’obiettivo che tanto ho desiderato per i miei venticinque anni, che ancora attende che vi possa fare un tentativo. Transitando al Colle del Lys affiorano gli ultimi pensieri di tipo più “ordinario”.

Tornando a casa scambio qualche messaggio con il caro amico Maurizio, che apre la conversazione con queste parole “Monte Rosa: là dove nasce la luce.” Nemmeno sapeva che tornavo proprio da tale montagna!

Così, appena fatto rientro, prendo in mano un libro di cui mi aveva fatto dono e in breve capito tra le pagine che parlano dei luoghi appena visitati. Quando lessi per la prima volta quelle pagine non avevo ancora avuto la possibilità di andare nel massiccio del Monte Rosa e non ne avevo le capacità necessarie. Ora le stesse parole risuonano di un significato nuovo e sicuramente più pieno, proprio per questo ho desiderato citare alcune frasi, perché nonostante risalgano al 1928 hanno qualcosa di perfettamente attuale alle mie orecchie interiori.

Ancora mi dilungherei, altri aneddoti vorrei raccontare, ma già la possibilità di essere fraintesi mi ferma e da un canto mi consola, che già troppo è stato forse detto. Già torna ad infastidirmi il brusio del quotidiano, dove la derisione e l’ignoranza sono sempre dietro l’angolo e mi inducono al ritorno alla solitudine. Certi aspetti della contemporaneità, soprattutto nel frangente della comunicazione, mi frastornano. Pertanto, piuttosto di un’insensata vacuità, preferisco trattenermi e ritirarmi. Forse sono nata così, perché così è sempre stato da quando ricordi. Gli animi non son tutti proprio uguali. Quando troppo ti dilunghi sei in errore, parimenti quando non eccedi in dettagli. Qualsiasi azione è sotto perenne accusa e critica, sicché provo una sorta di noia cronica verso le modalità di comunicazione offerteci, specialmente nel mondo della rete, dove il distacco e il relativo anonimato hanno scatenato le manifestazioni dei peggiori sentimenti umani. Perché scrivere allora? Leggeranno forse i fratelli, avvertendo tra i pensieri la fratellanza stessa?

Reinventare una montagna

Una giornata che si presta a qualche scatto in bianco e nero, per cambiare punto di vista.

Per tutto l’inverno ho spesso rivolto gli occhi pensosi alla montagna che definisce in modo così caratteristico lo sfondo della città di Cuneo, la Bisalta, immaginando di compierne la traversata in inverno o in primavera. Rimanda e rimanda, alla fine la neve inizia ad andar via ed è l’ultimo giorno di aprile quando, alle strette tra giorni di maltempo, optiamo per andarci quasi come ripiego dalla mancata possibilità di fare altro. Quello che ho immaginato è ancora concepito senza l’utilizzo degli sci, avendo iniziato da poco. Per qualche motivo speravo di rievocare, con le giuste condizioni, un ambiente che solitamente mi sarei aspettata altrove. Alla fin fine non credo di aver sbagliato di molto, soprattutto capitando lassù in piena mezza stagione, con una neve trasformata e una cresta né colma né spoglia, davvero intrigante. Sarà vero che il misto va di moda… Un bell’approccio alpinistico ad una montagna quasi da scampagnata, indispensabili sono stati piccozza e ramponi… e uno spezzone di corda per assicurare il membro “junior” del gruppo, con un po’ di amore e un po’ di sana follia.

Ogni tanto bisogna cambiare punto di vista per trovare l’inaspettato nello scontato, per trovarsi a scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno anche laddove si è smesso di cercare o si è desistito prima ancora, credendo che non vi fosse nulla di cui entusiasmarsi. O forse è solo la perdita dell’abitudine, l’ostinazione a rimanere a sognare le creste lontane a riempire questa di tanta bellezza. O forse la bellezza sta un po’ dovunque, per l’occhio che voglia contemplarla.

Ho bisogno di occhi con le stesse visioni, una mente con le stesse allucinazioni, un cuore con gli stessi sentimenti per scalare il cielo oltre le cime e varcare finalmente le soglie della pace.