Ritorno a Pineta Nord

Pubblico queste righe scritte agli ultimi giorni del mese di febbraio.

La prima volta che arrampicai su ghiaccio fu a Pineta Nord. Inizialmente salimmo la goulotte d’accesso e la via originale, i miei primi passi erano estremamente insicuri. Una volta scesi, gli amici mi invitarono caldamente a provare a salire la goulotte da prima. Sinceramente ho un ricordo terribile di quei momenti. La roccia non mi aveva mai dato una sensazione simile. In qualche modo arrivai in cima e tornata a casa pensai che o avrei smesso subito o per qualche motivo assurdo avrei continuato. Non potevo ritirarmi così da quel mondo che mi affascinava inspiegabilmente, mi ero appena affacciata sulla porta, ma mi sentivo intimorita. Siamo tornati altre volte a Pineta Nord, aggirando però la goulotte e salendo direttamente a piedi all’anfiteatro.

All’ingresso della goulotte

Un giovedì mattina di febbraio mi sono ritrovata alla base di quella goulotte. Adesso era mia la volontà di salirla per realizzare cosa fosse cambiato da quella prima volta. Tutto è stravolto. Vedo in me quasi un’altra persona. Ho memoria di come vidi le cose quel giorno: insormontabili. Oggi brevi e semplici. C’è tanta strada da fare, ma non bisogna mai farsi scoraggiare. Può volerci poco oppure molto, ma con dedizione e passione le cose cambiano. Nel breve termine è naturale non avvedersene, ma considerando un periodo più lungo la visione è sorprendente. Al contempo guardo a ciò che oggi sembra semplice e ciò che sembra difficile, così da conoscere la strada fatta e quella da fare. Dopo la goulotte abbiamo deciso di affrontare la bella e più impegnativa linea di Cespuglio (60m, II/4, TD). La qualità del ghiaccio, fragile e cariato, ci ha dato del filo da torcere.

Anfiteatro di Pineta Nord, la colata in centro-sinistra nella foto è Cespuglio.
Passi delicati a 90°

La sensazione più strana è data dal fatto di andare ad arrampicare su una bellissima cascata di ghiaccio e poi entrare al lavoro alle 14.30. Per diverse ore vivi in uno strano stato di sospensione. Sei lì, nel momento presente, la scalata cattura tutta l’attenzione. Poi all’improvviso realizzi che prima di tutto sei fortunato ad poter essere lì, ma anche che presto dovrai fuggire via, che hai una precisa scadenza, che devi viaggiare verso valle veloce e lasciarti assorbire dalle diverse responsabilità del nostro mondo grigio in cui dominano divinità assurde che nulla hanno a che fare con quelle che animano il nostro spirito più profondo. Il contrasto e al contempo la correlazione tra gli opposti turba i miei pensieri. La gabbia e a la libertà convivono e si relazionano. A volte mi chiedo quale sia il vero senso di tutto questo.

Nella goulotte di Pineta Nord

Ma il ritorno a Pineta non finisce qui. La domenica seguente sono di nuovo ai piedi della goulotte, la salgo ancora più fiduciosa di qualche giorno prima e poi volgo gli occhi ad un obbiettivo diverso: avevo infatti notato come fossero invitanti le condizioni della colata Fiammetta Ice (30m, II/3+, D+),  salita l’anno scorso con Andrea e Tomasz per poi continuare per la sovrastante Mistero (20m, II/5+, TD+). Tuttavia quel giorno declinai l’invito a salire Fiammetta da prima. Credo che feci bene. Così come ho fatto bene ora, con un modo di vedere le cose già molto mutato, a provarci. Arrivati nell’anfiteatro di Pineta ho risalito il pendio che porta ai piedi della cascata, ho studiato in quale punto iniziare a salire, ho abbracciato il socio e ho battuto i primi colpi di piccozza. Subito dopo ho piazzato la prima vite. Nel primo tratto verticale vivo un bel faccia a faccia con la parte meno superficiale della mia mente e mi fermo più volte a chiodare, poco più sopra posso rifiatare e fermarmi, posizionando bene e comodamente i piedi e tenendomi alle piccozze ben piantate nel ghiaccio.  Realizzo ogni giorno quanto il più gran lavoro sia mentale, mi chiedo come si possa immaginare che sia solo una disciplina sportiva in cui si è liberi di mettersi come si vuole, fare ciò che si vuole, o che addirittura sia cosa semplice. L’arrampicata su ghiaccio è un’arte e un’alta forma di ricerca della conoscenza e della padronanza di sè, nonchè di una sostanza cangiante ed effimera, proprio come noi.  Il ghiaccio su Fiammetta però e bellissimo, continuare fino in cima è piacevole e giunta in sosta il petto mi trabocca di gioia. Purtroppo il socio non se la sente di raggiungermi e così potrò riabbracciarlo solo dopo essermi calata e aver tolto le viti messe salendo.  Scendendo a valle sono un’inesauribile entusiasta, felice nonostante le temperature troppo alte stiano spazzando via questo mondo che amo ogni giorno di più.

Su Fiammetta Ice
Felice all’uscita della goulotte

La prima candela

La prima volta che salii in valle per arrampicare sul ghiaccio mi furono indicate dalla strada diverse cascate, tra cui un elegante filo a piombo bianco e rilucente che si perdeva lontano nel versante scuro e selvaggio di una montagna innominata. Chandelle Gàstok, mi dissero, una delle più belle e più dure della Valle Varaita. In quel momento tutto mi scivolò addosso come acqua leggera e non ricevette né considerazione, né rilevanza, era una cosa troppo lontana da concepire.

La Chandelle Gàstok 90° è una impegnativa candela, tra le più difficili salite su ghiaccio della Valle Varaita. Molto ambita e ripetuta, si può osservare dai tornanti della strada che sale verso Casteldelfino. La scalano per la prima volta il 28 febbraio 1982  Guido Ghigo, Fulvio Scotto e Roberto Bonamico, ricordati tra i protagonisti dell’arrampicata su ghiaccio nelle nostre Valli d’Oc.  Fu Ghigo ad individuare la bella stalattite che diventò la più difficile cascata del cuneese e ancora oggi è rinomata nell’ambiente del cascatismo delle nostre zone. Il tiro chiave è costituito di 30 metri continui a 90°, con partenza a 95°. La candela è di origini naturali, ma da qualche anno sono stati posizionati dei cavi per sostenerne la struttura.

Tiro chiave della chandelle

Il tempo cambia gli sguardi, i desideri, la percezione di bellezza. Quest’anno salendo in valle, i miei occhi cercavano quella linea con fare diverso, nonostante la consapevolezza che per molto tempo sarebbe rimasta ancora lì, silenziosa ed austera. Quando poi, in giorni di forte inversione termica, la bella candela crollò, fu abbastanza palese che in ogni caso l’incontro sarebbe stato rimandato. Col passare dei giorni essa tuttavia iniziò a formarsi nuovamente, ma tutti la guardavano con scetticismo. Non si farà.

In un giorno d’inizio febbraio passavo con un amico per la strada, diretti all’Anfiteatro di Pontechianale per fare due tiri prima di rientrare al lavoro, vidi la candela attaccata al basamento, ma riportando molte parole alla mente, commentai “magari si può fare ma dev’essere particolarmente dura, speriamo che nessuno mi inviti perché sarebbe troppo per me, non mi sento all’altezza”.

Nemmeno un’ora dopo ricevo da Andrea un messaggio con una foto un po’ sfocata, presa da lontano, ed una nota “Andiamo?”: ritrae una candela, la Gàstok, inconfondibile. Così, scendendo, avendo con me la macchina fotografica, riesco a catturare meglio la cascata con un buono zoom, per dedurre meglio le sue condizioni.

Visione d’insieme di Chandelle Gàstok 90°

La domenica seguente Andrea, Tomasz ed io, nel primo mattino, siamo in valle, per quanto non i primi. Qualcuno ci ha preceduti nella giornata di sabato e anche adesso, di pochi minuti…Accidenti al caffé! Come corrono le voci! Ci incamminiamo inoltrandoci nei boschi spogli seguendo le tracce nella neve. Fino all’ultimo la presenza della cascata è solo una certezza della nostra mente; poi ecco il primo salto, una candeletta alta circa sei metri che adduce ad un canale nevoso, alla fine del quale ci si ritrova ai piedi della grande stalattite.

Il primo saltino di ghiaccio. Non sempre è ben formato ed è possibile aggirarlo. Al momento della nostra salita presenta una bella colonnina verticale ideale per riscaldarci.
Un assaggio di verticalità sul primo salto di ghiaccio.
Chandelle Gàstok. In azione sul tiro chiave la cordata che ci ha preceduti.

Certamente non mi aspettavo di vederla da vicino così presto, di ritrovarmi ai suoi piedi col naso all’insù ed essere lì per tentare di scalarla. Le condizioni del ghiaccio – morbido, a tratti anche molto bagnato – e forse un po’ di naturale adrenalina mi fanno sembrare la scalata più alla portata di quanto le mie previsioni timorose mi avevano dato da pensare. Con questo non dico che si sia stato qualcosa di semplice, anzi! E’ la scalata più impegnativa che abbia mai intrapreso su ghiaccio, pur da seconda di cordata, ma per quanto sia difficile fare paragoni, potrei dire che è stata persino la scalata più dura, almeno tecnicamente e su carta, della mia vita fino ad oggi. Il ghiaccio per me è più complesso e duro dell’arrampicata su roccia e sono meno capace, tuttavia sono tornata a casa piena di soddisfazione e gioia. Inevitabilmente sono seguite tante riflessioni, che come sempre portano frutti, alcuni più immediati -come un libro da studiare e la volontà più prossima di continuare a scalare e migliorare – e altri che solo il tempo saprà mostrare.

Ed infine, sfogliando le pagine di un altro libro ancora – come quando avevo sedici anni negli ultimi giorni ne ho acquistati ben quattro – si è incrinata anche una certa concezione di bellezza. Realizzo che fuori dalle nostre valli ci sono cascate spettacolari e al contempo molto difficili. La Gàstok sembra proporsi come un’iniziazione a questa dimensione in cui bello e difficile sono fortemente intrecciati. Naturalmente questa idea non andrà ad intaccare la concezione quotidiana del bello che sempre nelle manifestazioni della natura ci stupisce e meraviglia anche nelle più semplici cose, tuttavia c’è e non posso negarla, sono caduta anche io nell’incantesimo. Ciò che segue da sè è il desiderio di poter scalare quelle forme effimere e fantastiche, ma questa sarà tutta un’altra storia…

Alcuni momenti della salita nelle nostre fotografie:

Per una cascata di ghiaccio (e non solo)

Nella notte sognavo una cascata di ghiaccio, a tratti mi svegliavo e rimanevo a pensare, ad ascoltare i muscoli che riposanono mentre la mente continuava a far baccano. Ed era buio ogni volta che aprivo gli occhi.

Pronti alla partenza!

Forse sto lenendo i sensi di colpa per non aver fatto molti progressi alpinistici negli ultimi cinque anni: in questo lasso di tempo infatti ho letteralmente dovuto imparare a sopravvivere, ho dovuto scoprire di colpo il mondo dei cosiddetti adulti e farmelo andar bene, che tanto indietro non si sarebbe mai tornati e la vita non avrebbe concesso molti favori. Ho imparato a gestire casa da sola, ho frequentato l’università, ho viaggiato, ho appreso ad autoprodurre molte cose, ad allevare gli animali, a coltivare l’orto, a ballare, ho cercato di costruirmi un lavoro e intanto ne facevo altri, saltuari e sempre miseri. In entrambi i casi lavoravo tante ore e non guadagnavo mai niente. Per un periodo ho provato a portare in giro curriculum, senza risultati. Ho imparato a tirare la cinghia in modi in cui non avrei mai pensato riuscendo ad essere felice comunque, pur sperando che le cose andassero meglio. Ho passato un inverno scaldandomi poco e tenendo spenta la luce, usando le candele tutto dove si poteva. Ho imparato a gestire gli attacchi d’ansia fino a farli sparire. Ho imparato a gestire la solitudine continuativa. Mi sono ostinata a voler rimanere a vivere nella mia casetta in montagna nonostante ci fossero alternative forse più allettanti… ma non per me. Tuttavia, se l’anno scorso sembrava che ci fosse speranza per il mio artigianato, quest’anno il mercato disastroso e l’assottigliarsi ulteriore delle risorse mi hanno convinto definitivamente a prendere un’altra strada. La depressione mi ha nuovamente braccato per mesi. Il senso di fallimento mi mordeva dentro e niente lo metteva a tacere. Ancora sta lì a far capolino di tanto in tanto.

Nel frattempo si muoveva qualcos’altro, già da un po’. Potevo già comprarmi di tanto in tanto qualche vestito nuovo, un paio di scarponi e dei ramponi nuovi a Natale con i soldi donati da mia madre e da mio nonno. Dell’altro nonno recuperai la vecchia picozza che se ne stava sotto il letto e iniziai a salire per i canali innevati. Mi pagai un abbonamento alla palestra di arrampicata. Poi finalmente un’anima pia iniziò a portarmi a scalare con la corda, pezzo dopo pezzo iniziai a mettere da parte la mia attrezzatura. Mi ha sempre fatto ridere mangiare riso bianco e verdure dell’orto per comprare roba superflua. Semplicemente non ritenevo superflui i miei sogni e gestivo le mie risorse di conseguenza, sempre sul filo del rasoio e, non lo nascondo, in perdita di tanto in tanto, ma con una anomala fede nel futuro che chi mi trova pessimista non riesce ad immaginare. Seguì un corso per muoversi su ghiacciaio e a fine luglio la salita indipendente al primo quattromila, il Gran Paradiso, che sognavo da anni. Poi storie di cui ho già raccontato.

Ricordo ancora quando un paio di anni fa centellinavo la benzina e per cui andare in montagna era un lusso, non andavo lontano, continuavo a fare quasi le stesse cose di sempre pur nutrendo anche gli stessi desideri di sempre, desideri che portano oltre. Ricordo poi quando nel dicembre scorso vidi il l’annuncio di un corso di arrampicata su cascate di ghiaccio e – oltre a dover tribolare per permettermelo – esso si svolgeva sempre di sabato e domenica, ed io il sabato e la domenica dovevo assolutamente lavorare, anche con l’influenza intestinale. Ovviamente dovetti rinunciare.

Ora, sul vento di tanti cambiamenti – che pur nella loro positività di tanto in tanto mi provano non poco – ho potuto scalare la mia prima cascata di ghiaccio, esattamente un anno dopo quella rinuncia. Già solo alzarmi la mattina sapendo di incontrare i compagni mi metteva di ottimo umore e quando risalendo la Valle Varaita gli altri iniziarono ad indicare le prime colate di ghiaccio io mi ritrovai in un sogno. Con lo stesso sentimento presi in mano le picozze che mi venivano prestate e dovetti controllare l’emozione non appena attaccai il primo tratto ghiacciato. Mi fecero scalare sia da seconda che da prima di cordata. E ricordo quando, nel tratto verticale della cascata, con gli altri già in sosta, le braccia in fiamme e l’acqua gelida che mi pioveva addosso, avrei voluto farmi calare giù, da qualche parte trovai un lumicino di forza per tirarmi su e sbucare sull’ultimo miracoloso scivolo a 60°. Ne era valsa davvero la pena.

La faccia che uno si ritrova appena uscita dal pezzo che non riusciva a passare…
E ci si cala allegramente in corda doppia…

Quest’anno ci sono davvero molti propositi per quello a venire. Un anno e una stagione fa entrai per la prima volta in una palestra di arrampicata; fino ad allora avevo ripetuto le salite di mio padre e di mio nonno, superando al massimo tratti di II grado. Oggi posso arrampicare sul VI e vedere un orizzonte schiudersi davanti a me. Ho propositi per i quali non basterebbe una vita umana. Intanto mi sto allenando, sto continuando ad imparare, facendo attivamente, leggendo e studiando, carpendo informazioni e conoscenze tutto dove posso. Come sempre coltivo. E’ come se non mi importasse di chi scala enormi pareti su enormi difficoltà: anche se non ho potuto arrampicare nel senso comune del termine, in questi anni ho scalato tutti i muri che mi ha piazzato davanti questa strana vita ed ora posso iniziare a scalare le montagne nel modo ho sempre voluto e andare a vedere dove mi era stato detto: lì non si può salire. E questa possibilità, con le cose che si stanno realizzando, sono già di per sè una grande vetta.

E adesso si prova da primi

Le fotografie nel testo sono state scattate durante la giornata trascorsa con Andrea e Nicola in Valle Varaita, sulla cascata Pineta Nord originale, a Pontechianale.