Ritorno a Pineta Nord

Pubblico queste righe scritte agli ultimi giorni del mese di febbraio.

La prima volta che arrampicai su ghiaccio fu a Pineta Nord. Inizialmente salimmo la goulotte d’accesso e la via originale, i miei primi passi erano estremamente insicuri. Una volta scesi, gli amici mi invitarono caldamente a provare a salire la goulotte da prima. Sinceramente ho un ricordo terribile di quei momenti. La roccia non mi aveva mai dato una sensazione simile. In qualche modo arrivai in cima e tornata a casa pensai che o avrei smesso subito o per qualche motivo assurdo avrei continuato. Non potevo ritirarmi così da quel mondo che mi affascinava inspiegabilmente, mi ero appena affacciata sulla porta, ma mi sentivo intimorita. Siamo tornati altre volte a Pineta Nord, aggirando però la goulotte e salendo direttamente a piedi all’anfiteatro.

All’ingresso della goulotte

Un giovedì mattina di febbraio mi sono ritrovata alla base di quella goulotte. Adesso era mia la volontà di salirla per realizzare cosa fosse cambiato da quella prima volta. Tutto è stravolto. Vedo in me quasi un’altra persona. Ho memoria di come vidi le cose quel giorno: insormontabili. Oggi brevi e semplici. C’è tanta strada da fare, ma non bisogna mai farsi scoraggiare. Può volerci poco oppure molto, ma con dedizione e passione le cose cambiano. Nel breve termine è naturale non avvedersene, ma considerando un periodo più lungo la visione è sorprendente. Al contempo guardo a ciò che oggi sembra semplice e ciò che sembra difficile, così da conoscere la strada fatta e quella da fare. Dopo la goulotte abbiamo deciso di affrontare la bella e più impegnativa linea di Cespuglio (60m, II/4, TD). La qualità del ghiaccio, fragile e cariato, ci ha dato del filo da torcere.

Anfiteatro di Pineta Nord, la colata in centro-sinistra nella foto è Cespuglio.
Passi delicati a 90°

La sensazione più strana è data dal fatto di andare ad arrampicare su una bellissima cascata di ghiaccio e poi entrare al lavoro alle 14.30. Per diverse ore vivi in uno strano stato di sospensione. Sei lì, nel momento presente, la scalata cattura tutta l’attenzione. Poi all’improvviso realizzi che prima di tutto sei fortunato ad poter essere lì, ma anche che presto dovrai fuggire via, che hai una precisa scadenza, che devi viaggiare verso valle veloce e lasciarti assorbire dalle diverse responsabilità del nostro mondo grigio in cui dominano divinità assurde che nulla hanno a che fare con quelle che animano il nostro spirito più profondo. Il contrasto e al contempo la correlazione tra gli opposti turba i miei pensieri. La gabbia e a la libertà convivono e si relazionano. A volte mi chiedo quale sia il vero senso di tutto questo.

Nella goulotte di Pineta Nord

Ma il ritorno a Pineta non finisce qui. La domenica seguente sono di nuovo ai piedi della goulotte, la salgo ancora più fiduciosa di qualche giorno prima e poi volgo gli occhi ad un obbiettivo diverso: avevo infatti notato come fossero invitanti le condizioni della colata Fiammetta Ice (30m, II/3+, D+),  salita l’anno scorso con Andrea e Tomasz per poi continuare per la sovrastante Mistero (20m, II/5+, TD+). Tuttavia quel giorno declinai l’invito a salire Fiammetta da prima. Credo che feci bene. Così come ho fatto bene ora, con un modo di vedere le cose già molto mutato, a provarci. Arrivati nell’anfiteatro di Pineta ho risalito il pendio che porta ai piedi della cascata, ho studiato in quale punto iniziare a salire, ho abbracciato il socio e ho battuto i primi colpi di piccozza. Subito dopo ho piazzato la prima vite. Nel primo tratto verticale vivo un bel faccia a faccia con la parte meno superficiale della mia mente e mi fermo più volte a chiodare, poco più sopra posso rifiatare e fermarmi, posizionando bene e comodamente i piedi e tenendomi alle piccozze ben piantate nel ghiaccio.  Realizzo ogni giorno quanto il più gran lavoro sia mentale, mi chiedo come si possa immaginare che sia solo una disciplina sportiva in cui si è liberi di mettersi come si vuole, fare ciò che si vuole, o che addirittura sia cosa semplice. L’arrampicata su ghiaccio è un’arte e un’alta forma di ricerca della conoscenza e della padronanza di sè, nonchè di una sostanza cangiante ed effimera, proprio come noi.  Il ghiaccio su Fiammetta però e bellissimo, continuare fino in cima è piacevole e giunta in sosta il petto mi trabocca di gioia. Purtroppo il socio non se la sente di raggiungermi e così potrò riabbracciarlo solo dopo essermi calata e aver tolto le viti messe salendo.  Scendendo a valle sono un’inesauribile entusiasta, felice nonostante le temperature troppo alte stiano spazzando via questo mondo che amo ogni giorno di più.

Su Fiammetta Ice
Felice all’uscita della goulotte

La prima candela

La prima volta che salii in valle per arrampicare sul ghiaccio mi furono indicate dalla strada diverse cascate, tra cui un elegante filo a piombo bianco e rilucente che si perdeva lontano nel versante scuro e selvaggio di una montagna innominata. Chandelle Gàstok, mi dissero, una delle più belle e più dure della Valle Varaita. In quel momento tutto mi scivolò addosso come acqua leggera e non ricevette né considerazione, né rilevanza, era una cosa troppo lontana da concepire.

La Chandelle Gàstok 90° è una impegnativa candela, tra le più difficili salite su ghiaccio della Valle Varaita. Molto ambita e ripetuta, si può osservare dai tornanti della strada che sale verso Casteldelfino. La scalano per la prima volta il 28 febbraio 1982  Guido Ghigo, Fulvio Scotto e Roberto Bonamico, ricordati tra i protagonisti dell’arrampicata su ghiaccio nelle nostre Valli d’Oc.  Fu Ghigo ad individuare la bella stalattite che diventò la più difficile cascata del cuneese e ancora oggi è rinomata nell’ambiente del cascatismo delle nostre zone. Il tiro chiave è costituito di 30 metri continui a 90°, con partenza a 95°. La candela è di origini naturali, ma da qualche anno sono stati posizionati dei cavi per sostenerne la struttura.

Tiro chiave della chandelle

Il tempo cambia gli sguardi, i desideri, la percezione di bellezza. Quest’anno salendo in valle, i miei occhi cercavano quella linea con fare diverso, nonostante la consapevolezza che per molto tempo sarebbe rimasta ancora lì, silenziosa ed austera. Quando poi, in giorni di forte inversione termica, la bella candela crollò, fu abbastanza palese che in ogni caso l’incontro sarebbe stato rimandato. Col passare dei giorni essa tuttavia iniziò a formarsi nuovamente, ma tutti la guardavano con scetticismo. Non si farà.

In un giorno d’inizio febbraio passavo con un amico per la strada, diretti all’Anfiteatro di Pontechianale per fare due tiri prima di rientrare al lavoro, vidi la candela attaccata al basamento, ma riportando molte parole alla mente, commentai “magari si può fare ma dev’essere particolarmente dura, speriamo che nessuno mi inviti perché sarebbe troppo per me, non mi sento all’altezza”.

Nemmeno un’ora dopo ricevo da Andrea un messaggio con una foto un po’ sfocata, presa da lontano, ed una nota “Andiamo?”: ritrae una candela, la Gàstok, inconfondibile. Così, scendendo, avendo con me la macchina fotografica, riesco a catturare meglio la cascata con un buono zoom, per dedurre meglio le sue condizioni.

Visione d’insieme di Chandelle Gàstok 90°

La domenica seguente Andrea, Tomasz ed io, nel primo mattino, siamo in valle, per quanto non i primi. Qualcuno ci ha preceduti nella giornata di sabato e anche adesso, di pochi minuti…Accidenti al caffé! Come corrono le voci! Ci incamminiamo inoltrandoci nei boschi spogli seguendo le tracce nella neve. Fino all’ultimo la presenza della cascata è solo una certezza della nostra mente; poi ecco il primo salto, una candeletta alta circa sei metri che adduce ad un canale nevoso, alla fine del quale ci si ritrova ai piedi della grande stalattite.

Il primo saltino di ghiaccio. Non sempre è ben formato ed è possibile aggirarlo. Al momento della nostra salita presenta una bella colonnina verticale ideale per riscaldarci.
Un assaggio di verticalità sul primo salto di ghiaccio.
Chandelle Gàstok. In azione sul tiro chiave la cordata che ci ha preceduti.

Certamente non mi aspettavo di vederla da vicino così presto, di ritrovarmi ai suoi piedi col naso all’insù ed essere lì per tentare di scalarla. Le condizioni del ghiaccio – morbido, a tratti anche molto bagnato – e forse un po’ di naturale adrenalina mi fanno sembrare la scalata più alla portata di quanto le mie previsioni timorose mi avevano dato da pensare. Con questo non dico che si sia stato qualcosa di semplice, anzi! E’ la scalata più impegnativa che abbia mai intrapreso su ghiaccio, pur da seconda di cordata, ma per quanto sia difficile fare paragoni, potrei dire che è stata persino la scalata più dura, almeno tecnicamente e su carta, della mia vita fino ad oggi. Il ghiaccio per me è più complesso e duro dell’arrampicata su roccia e sono meno capace, tuttavia sono tornata a casa piena di soddisfazione e gioia. Inevitabilmente sono seguite tante riflessioni, che come sempre portano frutti, alcuni più immediati -come un libro da studiare e la volontà più prossima di continuare a scalare e migliorare – e altri che solo il tempo saprà mostrare.

Ed infine, sfogliando le pagine di un altro libro ancora – come quando avevo sedici anni negli ultimi giorni ne ho acquistati ben quattro – si è incrinata anche una certa concezione di bellezza. Realizzo che fuori dalle nostre valli ci sono cascate spettacolari e al contempo molto difficili. La Gàstok sembra proporsi come un’iniziazione a questa dimensione in cui bello e difficile sono fortemente intrecciati. Naturalmente questa idea non andrà ad intaccare la concezione quotidiana del bello che sempre nelle manifestazioni della natura ci stupisce e meraviglia anche nelle più semplici cose, tuttavia c’è e non posso negarla, sono caduta anche io nell’incantesimo. Ciò che segue da sè è il desiderio di poter scalare quelle forme effimere e fantastiche, ma questa sarà tutta un’altra storia…

Alcuni momenti della salita nelle nostre fotografie:

Un indimenticabile Macro-Couloir

Poco a poco il giorno muore, il cielo si fa scuro e dobbiamo fermarci per estrarre le torce frontali dagli zaini. Questa sosta suona persino strana, suona quasi come una resa che tuttavia non è ciò per cui stiamo optando; è il primo istante della giornata in cui cessiamo di avere fretta. Il silenzio della sera ci divora. Con l’occasione tiro fuori una tavoletta di cioccolato da dividere con i compagni; è la prima cosa che mettiamo sotto i denti dopo la colazione, ma fino ad ora siamo stati troppo impegnati per avere fame o sete. Apprezzo smisuratamente questa sorprendente capacità del nostro corpo di adattarsi alle situazioni: comprende, senza dovergli fornire spiegazioni, dalla testa partono tutti gli impulsi necessari alla perfetta coordinazione di tutte le parti. Seppure a molti sembrerà innaturale io sono molto affascinata da questa che definirei una disciplina. Cioè, non siamo propriamente nati così, ma la nostre scelte ci hanno portati a diventare così. Resilienti. Ostinati. Per quanto mai come i nostri predecessori, mitici, tanto da sembrare appartenere ad una razza ormai quasi estinta. E’ come se il nostro alpinismo, la nostra ricerca, richiedesse intrinsecamente una forma di ascesi. Le due cose non riescono ad andar separate. Per ore ed ore riusciamo a dimenticare i bisogni primari e i pensieri ordinari, così come l’individualismo che ci caratterizza nel quotidiano: siamo una cordata. E adesso torniamo a casa, insieme.

Siamo scesi a passo sostenuto per coprire quanta più strada possibile con la luce. Ci è sembrato saggio escludere la via per la quale avremmo dovuto scendere, un canale con pendenze sui 45°-40°, perché la tormenta delle ultime ore non ha fatto che aumentare gli accumuli di neve inconsistente, così stiamo facendo il “giro largo” per pendii più sicuri, passando per i Laghi Blu per poi ricalcare pressapoco l’itinerario di un sentiero estivo fino a valle, dapprima seguendo la logica e individuando alcuni cartelli che sbucano dal manto nevoso, aiutati ora nel buio dal supporto di una traccia gps.

La mattina, considerate le diverse previsioni meteo lette il giorno prima, eravamo ottimisti, il cielo era sereno e l’alba dolcissima. Avevamo lasciato l’automobile nel punto in cui è chiusa la strada che percorre tutta la Valle Varaita fino al Colle dell’Agnello, e ci eravamo incamminati alla luce delle torce. Sul fare del giorno eravamo ormai vicini alla base della nostra montagna, la Rocca Bianca (3064m), la cui parete nord-est è solcata da due interessanti vie di ghiaccio, una – la nostra – il Macro-couloir (prima salita il 31 dicembre 1987 da parte di G.C.Grassi, A.Siri, M.Piras, P.Heim, P.Masculier, B.Bouckaert e T.Danville), l’altra la Goulotte degli Apostoli Marrani (prima salita il 27 marzo 1988 ad opera di S.Rossi, A.Siri, G.Tomatis, M.Ariaudo). Entrambe solcano la parete fino alla cresta sommitale per circa 500 metri con lunghezze di ghiaccio che raggiungono la piena verticalità, a volte fragili e sottili. Alcuni tra amici e conoscenti erano già venuti qui nell’ultimo mese e ci avevano restituito relazioni positive. Dopo aver saputo che l’ultima perturbazione non aveva posato che pochi centimetri di neve in valle, speravamo di poter avere anche noi la nostra occasione di salire.

Al cospetto della nostra parete
Preparativi per la partenza accarezzati dai primi raggi del sole
I primi metri nel canale

Così eccoci all’attacco del canale, salendo dapprima slegati per ripidi pendii nevosi fino ai primi salti di ghiaccio. Un po’ di vento inizia a soffiare dal confine, sferzando i pascoli vallivi, e una copertura si affaccia all’orizzonte. Non passa molto tempo che qualche timido fiocco di neve inizia a danzare nell’aria fredda, ancora alternato a raggi di sole. Le previsioni più negative prospettano solo un vago nevischio, in disaccordo con altre più rosee. Per un momento meditiamo sulla possibilità di scendere costruendo degli abalakov e andando via rapidi con un paio di corde doppie. Rincuorati dalle altalenanti schiarite e dalle condizioni della via decidiamo di continuare.

La prima sezione di ghiaccio
Le condizioni meteo traballano. Si vede ancora in lontananza nel fondo valle il lago di Pontechianale… Ma non resisterà a lungo.

La Montagna ci ha appena stretto tra le sue gelide pareti, chiudendoci in un incantesimo che da valle – dove perdura il sole – gli altri, spensierati, non immaginano. Man mano che proseguiamo nella scalata la nevicata si infittisce e le raffiche di vento si rafforzano. Alla fine ci oseremo a chiamarla tormenta, soprattutto quando, sbucando in cima, per qualche istante fantasticheremo ironicamente sull’essere finiti in Patagonia. Magari sulla cornice finale c’era un portale spazio-temporale?

Fino a quel magico momento in cui finalmente vediamo per l’appunto la cornice di cui ci era stato raccontato, non resta che perseverare e tener duro. In sosta si trema per il freddo, ma ci diciamo vicendevolmente che ciò è normale e razionalmente sopportabile, ci facciamo forza a l’uno con l’altro e si prosegue senza che si spenga l’entusiasmo. Da un determinato momento in avanti è stato chiaro che la via d’uscita più semplice fosse la salita, per cui l’obbiettivo va perseguito. L’ultimo tiro di ghiaccio, costituito da una sorta di stalattitino dal quale si esce con un passetto di misto, è il più impegnativo della salita, ma è breve; dopo di esso proseguiamo ancora nel canale e restano da affrontare due tiri con qualche passaggio di misto, in traverso verso sinistra. Qui troviamo l’unica sosta attrezzata di tutta la via, ci sono tre chiodi ed un cordone. Ancora qualche metro, passiamo sotto la cornice, siamo fuori.

Il sole è un ricordo lontano
A pochi metri dall’ultima sosta
Ultimi passi sotto la cornice che sporge dalla cresta sommitale, incalzati dal vento e dalla neve

Piegati dietro un masso e incalzati dal forte vento, per la prima volta in tutta la giornata ci soffermiamo a guardare l’ora: è tardissimo. I tanti tratti di neve inconsistente ed il maltempo ci hanno rallentati più di quanto immaginato. Già durante i lunghi minuti trascorsi nelle ultime soste abbiamo ragionato insieme sulla discesa. Il canale sarebbe più veloce ma non ci fidiamo. Così iniziamo la nostra lunga marcia verso valle, ma questa storia forse già la sapete… Nonostante tutto, una volta fatto ritorno, è stato impossibile non concordare sull’aver vissuto un’esperienza intensa, bella, formativa e sicuramente indimenticabile!

Discesa passando per i Laghi Blu… Poco a poco la luce si fa flebile…

Il Macro-couloir è considerato una delle più belle e complete salite invernali della Valle Varaita. Magari un giorno ci torneremo con il sole. Ci è rimasta la curiosità di andare a provare anche la goulotte vicina, gli Apostoli Marrani, ma in questo momento non sappiamo quando sarà possibile perché le condizioni secche di cui abbiamo approfittato sono finite con la copiosa nevicata dei giorni scorsi. Ma com’è per noi così naturale ed inevitabile, continuiamo a sognare ed agire in modo che un giorno il sogno si trasfigurerà in un’altra giornata condivisa fino in fondo, legati ai capi di una corda tra le nostre meravigliose montagne.

Ancora qualche immagine di alcuni momenti della salita. Qui nella parte alta, penultimo tiro di ghiaccio.
I risalti ghiacciati sono intervallati da ripidi tratti nevosi
Il tiro chiave della via
La Montagna ci ricorda la sua natura severa.

Ghiaccio d’alta quota

Ore 2.00 del mattino, suona la sveglia. Si peggiora, o si migliora, è relativo: le 6, le 5, le 4… Ma ci si alza sempre più volentieri che negli altri giorni.  Una tazza grande di caffè, qualche biscotto controvoglia e presto sono già in auto, qualche disco di Battiato, attrezzatura da alpinismo, in viaggio verso Torino, dove ho appuntamento con Andrea e Tomasz. Alle 4.15 sono al solito bar e mentre aspetto, unica donna tra i tanti camionisti che mi scrutano un po’ perplessi, sorseggio un bel té caldo. Si riparte alla volta della Valle d’Aosta, ma questa volta oltrepassiamo il confine e ci dirigiamo verso Chamonix.

Monte Bianco da Chamonix al mattino.

Parcheggiata l’auto, ci vestiamo, prepariamo gli zaini, controlliamo l’attrezzatura e andiamo ad aspettare l’apertura della biglietteria della funivia. Inizialmente siamo solo poche anime di quelle che aspirano a scalare le montagne, ma nel giro di qualche minuto iniziano a comparire decine di sciatori e tanti turisti. Giusto al pelo riusciamo a salire sulla prima corsa della funivia. Il Monte Bianco scintilla nella prima luce del mattino.

Uscendo dall’Aiguille du Midi

L’Aiguille du Midi è un buffo posto, quasi una normale montagna se non fosse che l’uomo ne ha colonizzato la cima trasformandola in una terrazza turistica affacciata sul Monte Bianco e sulla Vallée Blanche. In sospensione, sul confine tra l’artificiale ed il naturale, quest’ultimo quasi violentato dal primo.  Usciamo dalla stazione della funivia attraversando un ponte sospeso per rientrare poi nei cunicoli scavati nella montagna, fino ad uscire in una grotta di ghiaccio affacciata sulla cresta est, a cavallo della quale scivola giù l’esile traccia che seguiamo fedelmente anche noi per scendere sul pendio sottostante, quasi pianeggiante. Il cielo è terso ma le ultime nebbie del mattino si arruffano ancora a questa quota, dissipandosi piano piano; tra i vapori fanno capolino le cime del Dente del Gigante e delle Grandes Jorasses. Mentre ci allontaniamo le ultime code attraversano ancora veloci le distese glaciali.

Dente del Gigante (dx) e Grandes Jorasses (sx)
Triangle du Tacul

Ci dirigiamo verso il Triangle du Tacul, il nostro obiettivo la Goulotte Cheré, un ripido canalino ghiacciato che rappresenta per me un passo successivo nel  percorso di apprendimento nell’arrampicata su ghiaccio. L’idea di un itinerario di più tiri in alta quota mi entusiasma molto. Ho iniziato con i monotiri, è seguita qualche cascata a più tiri nelle mie valli ed ora questa bella nuova occasione. Imparare, imparare sempre! Poco sappiamo delle condizioni, mancano informazioni sulle ripetizioni recenti; intuiamo presto però che la goulotte è molto magra. Al suo interno troviamo ghiaccio vecchio e un po’ di neve fresca. Comunque si sale bene.

Mentre siamo già su, probabilmente tra la seconda e la terza sosta, un boato rompe l’aria. “E’ qui vicino a noi!” ricordo di aver detto. “Dev’essere crollato un seracco!” commenta Andrea. Intanto ci voltiamo verso valle e nel giro di attimi vediamo frantumi di ghiaccio e neve scivolare giù dal pendio, fino a lambire i nostri zaini. Poco dopo uno scialpinista sfreccia via sulla discesa del medesimo pendio, nel ritrovato silenzio, forse ignaro di tutto.

Alla fine il momento peggiore della giornata, per quanto minimo, si rivela tale non per l’azione della montagna o del tempo, che ci offrono una fortunata finestra di bel tempo e di pace, ma dell’essere umano… Davanti a noi c’è una cordata di francesi, dai quali siamo stati distanti a sufficienza per tutta la giornata. Mentre sto salendo il tratto più ripido, Andrea è in sosta e Tomasz lo sta raggiungendo, sento parlare sopra di me. Sono certa che, mancando così poco, raggiungerò gli altri in sosta e vedrò anche i membri dell’altra cordata, due parole e poi via, ognuno nella sua direzione, ma invece, questi iniziano a calarsi proprio sulla mia testa come avessero il diavolo dietro il sedere, aumentando la portata della caduta di neve fresca già sostenuta dal forte vento sopra di noi, una vera e propria doccia fredda; infine mi trovo in faccia la loro corda, che nel poco spazio presente scende proprio tra le mie piccozze e la longe che le lega all’imbrago… che pastis! Nel giro di poco iniziano a scendere. In quel momento sono stata felice di salire da seconda, veramente non avrei voluto ritrovarmi in quella strettoia da prima e con gente addosso… Ne esco bene, pur essendomi presa una delle mie stesse picche in faccia per districarmi dalle corde degli altri, un labbro gonfio come souvenir. Ma va bene così, anche questo fa parte del gioco.

Finalmente da soli, ci godiamo ancora l’ultimo tiro nel silenzio immenso che ci circonda, per poi scendere anche noi veloci, come per magia, sul filo delle corde doppie ed infine far ritorno all’Aiguille du Midi con un’ultima passeggiata sotto il sole caldo. Sul ghiacciaio incontriamo altre cordate ed in una strana atmosfera dove il tempo e la fretta sembrano venir meno, parliamo un po’ con tutti. E’ lì che avverto nelle voci degli altri l’entusiasmo che non trovo quasi mai quando sono a casa, a tutti brillano gli occhi raccontando cosa hanno tentato oggi, e c’è un senso di fratellanza. C’è gente che sogna forte forte, che viene da lontanissimo, persino dalla Nuova Zelanda, pur di essere lì in quel giorno, per scalare ai piedi del Monte Bianco. A noi sembra già lontano, abituati a calcare le Alpi Marittime, eppure è così vicino: basta una levataccia al mattino! Quante volte la pigrizia ci ferma già solo per un itinerario più impegnativo nelle nostre stesse vallate? Quante volte sempre solo per pigrizia ci appoggiamo sugli allori e rinunciamo ad esplorare posti appena fuori dalla porta di casa? Questo atteggiamento mi uccide dentro, non lo posso soffrire. Intanto la vita ci passa addosso e sfuma via. Eppure intorno a me, ogni volta che faccio ritorno dalle montagne, vedo un mondo grigio, un sistema economico opprimente e folle, una società alla deriva, vite buttate come ceneri al vento senza la realizzazione di qualche sogno. Tornata a casa, anche questa volta, dormo tutte le ore che posso e poi? Rientro anche io nel diabolico ingranaggio! Sigillo le ali ed ogni giorno le sento spingere, desiderose di riprendere il volo…

Risalendo all’Aiguille du Midi nel pomeriggio

Mistero e… gioia

Con molte probabilità l’ultima uscita su cascata di ghiaccio della stagione, una grande gioia inaspettata. Avevo parlato della prima, nel frattempo sono accadute molte cose… Finalmente arrivo a casa e scrivo di getto. Non capitava da un sacco di tempo.

Valloriate, 25 marzo 2018

L’idea di tornare una terza volta nella stessa stagione a Pineta mi turba un po’, temo la noia come un mostro che possa divorarmi concretamente pezzo a pezzo senza pietà. Domenica delle Palme, la Valle Varaita è muta in un mattino pallido, lattiginoso. Andrea, Tomasz ed io. La goulotte, così familiare, ci accoglie come un caldo utero materno, ma è quando alzo gli occhi all’anfiteatro che la giornata inizia a prendere un’altra piega. Ghiaccio ovunque, azzurro, invitante, abbondante.

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Nella goulotte

La cascata centrale mi incute ancora un po’ di timore reverenziale, mi rigurgita addosso frammenti di ghiaccio mentre ai suoi piedi attendo il mio momento. Niente doccia fredda oggi. Il risalto roccioso poco sotto è interamente coperto di ghiaccio, finalmente lo possiamo attaccare direttamente per poi quasi correre contro il muro finale, sempre così dritto, seppur molto lavorato, ricco di invitanti anfratti e appoggi. Sì, è ancora fatica, ma è un altro salire, questa volta si uscirà con un’altra ottica, è un’altra sensazione, così diversa dalla prima, così diversa dalla seconda. Saliamo, scendiamo. L’eccitazione aumenta: oggi ci sono altre cascate da affrontare.

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Fiammetta e Mistero
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In fronte, Cespuglio e Fantasma

A sinistra sono ben formate Fiammetta, un po’ più appoggiata, e la severa candela di Mistero. Il primo tiro non ci oppone enormi difficoltà, per quanto il traverso finale verso sinistra, fino a raggiungere una gelida cengetta ai piedi della candela, sia delicato e un po’ adrenalinico. La sosta è un piccolo paradiso sospeso in cui trascorrerò molti minuti tra emozioni, quiete e pensieri vagabondi come lembi di nubi lontane.

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Su Fiammetta

Il cielo è terso, i pendii in fronte assolati, la gente laggiù scia baciata dal sole; qui, nell’ombra canticchio e mi muovo per tenermi calda finché tocca a me. E’ dura, continuo ad arrampicare da secondo di cordata ma la cosa non mi cruccia, ho presto un gran male alle braccia, ma mi ritrovo a scherzare e a riconoscere un’ondata di felicità che non provavo da tempo pervadermi.

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Quasi in cima a Mistero

Gli alberi che si affacciano in cima alla candela sembrano lontani, ma Andrea mi incoraggia, mi sento forte, per quanto non come vorrei, eppure abbastanza, e continuo a salire. Salgo, poco a poco, poco a poco, ma arrivo in cima. Un’euforia controllata, un calore dolcissimo. Sono felice, sono davvero felice.

Sotto di noi c’è un grande vuoto, esiste e non esiste contemporaneamente. La mia mente riesce ad escluderlo, farmi salire serenamente, fiduciosa della corda tra le mani dei compagni di cordata. Già da tempo amo questa sensazione, uno stato di coscienza che si rende incredibilmente non disturbante. Il vuoto non esiste ed io invece esisto come una fiamma ardente, stanca ma ostinata. Se esiste lui, concreto, un baratro, fino in fondo, il volo, reale, allora non esisto più io. Siamo i due opposti che si sfiorano come asintoti, fino all’estremo, ma senza il contatto finale, fatale. Mi muovo su di esso trattenendo il corpo addossato al ghiaccio con quel magnete che sta tra le ossa del mio bacino, ed esso accarezza le mie spalle, la mia schiena che ogni tanto si rilassa sull’aria, trattenuta dalla corda amica, oppure quando devo allontanarmi dalla parete per posizionare i piedi. Poi il tuffo finale- la discesa in corda doppia – tra le sue braccia fattesi innocue, fino a riportare i piedi ora quieti sulla sua neve, al contempo vedendolo scomparire nel cielo che si affaccia alla cornice di questo nostro piccolo mondo. Porto a casa la felicità. Una giornata perfetta.

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I miei due fantastici compagni d’avventura, Andrea e Tomasz, in azione su Mistero…

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E quel sorriso finale che salta fuori, nonostante la fatica, piccolo indice di come mi sentivo e mi sento dentro…

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