Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.

Attesa

C’è qualcosa di strano nell’attesa e più che mai prima di un giorno importante, nonostante ogni giorno di per sé lo sia, ma quando più che in altri si ha l’impressione di mettere in campo la propria esistenza in nome di una passione si innesca un qualcosa di diverso, una consapevolezza più insolita si affianca alla certezza dell’indomani che diamo quotidianamente scontato. Ancora di più, oggi che non sono più sola, a questa sensazione si aggiunge un ulteriore senso di responsabilità.

Durante la settimana mi sono ritrovata a riguardare fotografie che ancora devo fare stampare, e in tante mi sono rivista da sola in cima ad una montagna, poi sono apparse finalmente le immagini che mi ritraggono in compagnia e in cordata. In questi ultimi mesi è molto cambiata la mia idea di solitaria in montagna, non è più il piacere di un tempo, quando spesso era anche l’unica opzione. Ho fatto tante belle scalate in buona compagnia e non sarebbe potuto essere altrimenti, per cui ora, quando mancano i compagni, manca più di una parte fisica del gioco. Manca come un pezzo di me, come un arto senza il quale non posso scrivere la storia che vorrei raccontare, i sogni si realizzano in coro. L’andare in solitaria rimane semmai un allenamento di ripiego o un piccolo piacere sporadico che mi spinge a non restare in casa da sola ad annoiarmi coi doveri domestici.

Così tra una foto e l’altra mi stupivo di come al mio compagno non piacesse mostrare pubblicamente una fotografia che ci ritrae insieme, preferendone una di lui solo; invece io ero felice soltanto nel vedere quella che ci ritraeva insieme in vetta, legati ai capi della stessa corda. Ed essendo legati nella vita, quella corda per me aveva ancora un altro significato e il senso di responsabilità di trasfigurava in un atto di amore.

L’andare in montagna è diventato uno strano divertimento in cui dover mettere in equilibrio il piacere di vivere la bellezza di un’esperienza e il peso delle responsabilità. Non proprio un gioco spensierato. C’è un limite oltre il quale non si possono commettere errori. Andare in cordata è stato un grande insegnamento e un passo evolutivo, in cui i compagni sono sia elementi esterni che interni, altre persone con i loro pensieri, le loro storie, i loro bisogni e al contempo necessariamente un tutt’uno con chi è al loro a fianco, condividendo tutto, in ultimo anche il rischio di non tornare, per quanto remoto.

Oggi pomeriggio l’attesa si è fatta un po’ schiacciante e se non altro mi ha fatto tornare a scrivere senza dover preparare nulla, modalità in cui ultimamente sono abbastanza assorbita, perché come al solito prendo sempre tutto troppo sul serio. Divento più suggestionabile e non devo soffermarmi troppo sulle storie di chi è morto esattamente nei luoghi verso i quali mi dirigo, magari proprio sulla stessa via. Non si deve prendere niente alla leggera ma nemmeno lasciarsi impressionare. Ancora una volta si deve trovare una giusta via di mezzo, come dicevano gli antichi… Chi ricorda l’aurea mediocritas?

Ripenso a quelle bellissime e grandiose montagne che sempre corro per poter rivedere, le cime che mi hanno stregato lo spirito, e oltre alla loro bellezza traspare ai miei occhi la loro ostilità, ma nulla mi è mai stato ostile quanto l’essere umano, seppure alla fine io continui ad amare entrambi, tanto da continuare a voler tornare a casa e subito dopo voler tornare alle cime, in una infinita catena. E ogni volta si sposta un po’ oltre l’asticella del limite che si è disposti a sopportare o di superare. E ogni volta i sentimenti si fanno ombre ingigantite che si susseguono contrastanti nel teatro dell’anima. Fino a che punto saremo disposti ad andare?

Intanto il riposo ed il suo eccessivo silenzio che rende lento il tempo mi disturbano. No, non sono una roccia, nemmeno quelle se ne stanno imperturbabili a veder vivere il mondo organico. Il gelo le insidia e il sole le stuzzica, poi balzano via come missili verso nuovi pendii.  Ho voglia di partire. E poi di tornare. Sennò poi chi lo tenta il Cervino?

L’inevitabile pesantezza dell’essere

Persino si arriva alla sera provando vergogna della propria felicità. Il sole si è nascosto, un po’ come me, nella solitudine di un angolo aperto che farà il suo giro fino al mattino per ripresentarsi al mondo. Ripongo i sogni nel mio cuore e come flagelli tornano a farmi tormento la solitudine e l’indifferenza, la banalità del quotidiano che spesso di fa tremendo. Eppure quanta fortuna, quanta bellezza! Bisogna rendere omaggio alla possibilità del vivere giorni tanto belli, impegnativi e appassionati, spensierati nella loro inseparabile concentrazione, sacerrima. Nemmeno il moderno vocabolario dei computer riconosce questa parola. Siamo dispersi, navi alla deriva in acque di decadenza. Dove stiamo andando a finire? Poco a poco anche io perdo le parole come tessere di un mosaico che invecchia, come una montagna che poco a poco si sgretola.

L’inevitabile pesantezza dell’essere”: mi pare di avere udito queste parole, o forse le ho sognate? Mi si spalancarono gli occhi mentre tenevo tra le mani la corda assicurando il compagno. Chi lo disse, perchè? L’uomo o la montagna, un dio in qualche luogo al di fuori o all’interno di me? Forse è come se vincendo la gravità di vincesse almeno per un po’ quella pesantezza, che non è solo corporea e sostanziale, ma qualcosa che trascende la materia e rintocca nell’anima come la vecchia campana di bronzo d’un campanile lontano.

Mi riempie l’animo questa prima salita su una via classica, una via a soli chiodi, dove ho potuto sentire il suono che fa il martello ribattendoli, riportandomi col pensiero alle letture di Emilio Comici, che descriveva il suono che fa un chiodo buono, dove ho potuto realizzare che quegli stessi chiodi che vedevo erano quelli utilizzati dai primi salitori, immaginandone la creatività e l’impegno, provando per loro solidarietà e rispetto, così come lo provo per colui che ha reso possibile questa appassionante e impegnativa salita, insieme a tanta gratitudine. E dove ho sentito ancora una volta, in modo ancor rinnovato, la voce della Montagna che suona nel grande silenzio mentre noi tendiamo verso di lei. Dove ancora mi sono sentita più che mai viva.

21 giugno 2018 – Pensieri al ritorno dalla Valle Maira, dove siamo saliti per la bellissima combinazione di vie alla Rocca Castello: Sete d’Oriente+Diedro Calcagno+variante Savio. Il più bel modo che si potesse desiderare per brindare all’inizio dell’estate.

Pronti per iniziare il primo tiro
Traverso tra Sete d’Oriente e l’attacco del Diedro Calcagno
Uno sguardo sull’ardita Punta Figari, e in lontananza la Croce Provenzale
Nel fantastico diedro
Il passaggio più duro: la variante di Sergio Savio
Ed infine la discesa in corda doppia…

Ghiaccio d’alta quota

Ore 2.00 del mattino, suona la sveglia. Si peggiora, o si migliora, è relativo: le 6, le 5, le 4… Ma ci si alza sempre più volentieri che negli altri giorni.  Una tazza grande di caffè, qualche biscotto controvoglia e presto sono già in auto, qualche disco di Battiato, attrezzatura da alpinismo, in viaggio verso Torino, dove ho appuntamento con Andrea e Tomasz. Alle 4.15 sono al solito bar e mentre aspetto, unica donna tra i tanti camionisti che mi scrutano un po’ perplessi, sorseggio un bel té caldo. Si riparte alla volta della Valle d’Aosta, ma questa volta oltrepassiamo il confine e ci dirigiamo verso Chamonix.

Monte Bianco da Chamonix al mattino.

Parcheggiata l’auto, ci vestiamo, prepariamo gli zaini, controlliamo l’attrezzatura e andiamo ad aspettare l’apertura della biglietteria della funivia. Inizialmente siamo solo poche anime di quelle che aspirano a scalare le montagne, ma nel giro di qualche minuto iniziano a comparire decine di sciatori e tanti turisti. Giusto al pelo riusciamo a salire sulla prima corsa della funivia. Il Monte Bianco scintilla nella prima luce del mattino.

Uscendo dall’Aiguille du Midi

L’Aiguille du Midi è un buffo posto, quasi una normale montagna se non fosse che l’uomo ne ha colonizzato la cima trasformandola in una terrazza turistica affacciata sul Monte Bianco e sulla Vallée Blanche. In sospensione, sul confine tra l’artificiale ed il naturale, quest’ultimo quasi violentato dal primo.  Usciamo dalla stazione della funivia attraversando un ponte sospeso per rientrare poi nei cunicoli scavati nella montagna, fino ad uscire in una grotta di ghiaccio affacciata sulla cresta est, a cavallo della quale scivola giù l’esile traccia che seguiamo fedelmente anche noi per scendere sul pendio sottostante, quasi pianeggiante. Il cielo è terso ma le ultime nebbie del mattino si arruffano ancora a questa quota, dissipandosi piano piano; tra i vapori fanno capolino le cime del Dente del Gigante e delle Grandes Jorasses. Mentre ci allontaniamo le ultime code attraversano ancora veloci le distese glaciali.

Dente del Gigante (dx) e Grandes Jorasses (sx)
Triangle du Tacul

Ci dirigiamo verso il Triangle du Tacul, il nostro obiettivo la Goulotte Cheré, un ripido canalino ghiacciato che rappresenta per me un passo successivo nel  percorso di apprendimento nell’arrampicata su ghiaccio. L’idea di un itinerario di più tiri in alta quota mi entusiasma molto. Ho iniziato con i monotiri, è seguita qualche cascata a più tiri nelle mie valli ed ora questa bella nuova occasione. Imparare, imparare sempre! Poco sappiamo delle condizioni, mancano informazioni sulle ripetizioni recenti; intuiamo presto però che la goulotte è molto magra. Al suo interno troviamo ghiaccio vecchio e un po’ di neve fresca. Comunque si sale bene.

Mentre siamo già su, probabilmente tra la seconda e la terza sosta, un boato rompe l’aria. “E’ qui vicino a noi!” ricordo di aver detto. “Dev’essere crollato un seracco!” commenta Andrea. Intanto ci voltiamo verso valle e nel giro di attimi vediamo frantumi di ghiaccio e neve scivolare giù dal pendio, fino a lambire i nostri zaini. Poco dopo uno scialpinista sfreccia via sulla discesa del medesimo pendio, nel ritrovato silenzio, forse ignaro di tutto.

Alla fine il momento peggiore della giornata, per quanto minimo, si rivela tale non per l’azione della montagna o del tempo, che ci offrono una fortunata finestra di bel tempo e di pace, ma dell’essere umano… Davanti a noi c’è una cordata di francesi, dai quali siamo stati distanti a sufficienza per tutta la giornata. Mentre sto salendo il tratto più ripido, Andrea è in sosta e Tomasz lo sta raggiungendo, sento parlare sopra di me. Sono certa che, mancando così poco, raggiungerò gli altri in sosta e vedrò anche i membri dell’altra cordata, due parole e poi via, ognuno nella sua direzione, ma invece, questi iniziano a calarsi proprio sulla mia testa come avessero il diavolo dietro il sedere, aumentando la portata della caduta di neve fresca già sostenuta dal forte vento sopra di noi, una vera e propria doccia fredda; infine mi trovo in faccia la loro corda, che nel poco spazio presente scende proprio tra le mie piccozze e la longe che le lega all’imbrago… che pastis! Nel giro di poco iniziano a scendere. In quel momento sono stata felice di salire da seconda, veramente non avrei voluto ritrovarmi in quella strettoia da prima e con gente addosso… Ne esco bene, pur essendomi presa una delle mie stesse picche in faccia per districarmi dalle corde degli altri, un labbro gonfio come souvenir. Ma va bene così, anche questo fa parte del gioco.

Finalmente da soli, ci godiamo ancora l’ultimo tiro nel silenzio immenso che ci circonda, per poi scendere anche noi veloci, come per magia, sul filo delle corde doppie ed infine far ritorno all’Aiguille du Midi con un’ultima passeggiata sotto il sole caldo. Sul ghiacciaio incontriamo altre cordate ed in una strana atmosfera dove il tempo e la fretta sembrano venir meno, parliamo un po’ con tutti. E’ lì che avverto nelle voci degli altri l’entusiasmo che non trovo quasi mai quando sono a casa, a tutti brillano gli occhi raccontando cosa hanno tentato oggi, e c’è un senso di fratellanza. C’è gente che sogna forte forte, che viene da lontanissimo, persino dalla Nuova Zelanda, pur di essere lì in quel giorno, per scalare ai piedi del Monte Bianco. A noi sembra già lontano, abituati a calcare le Alpi Marittime, eppure è così vicino: basta una levataccia al mattino! Quante volte la pigrizia ci ferma già solo per un itinerario più impegnativo nelle nostre stesse vallate? Quante volte sempre solo per pigrizia ci appoggiamo sugli allori e rinunciamo ad esplorare posti appena fuori dalla porta di casa? Questo atteggiamento mi uccide dentro, non lo posso soffrire. Intanto la vita ci passa addosso e sfuma via. Eppure intorno a me, ogni volta che faccio ritorno dalle montagne, vedo un mondo grigio, un sistema economico opprimente e folle, una società alla deriva, vite buttate come ceneri al vento senza la realizzazione di qualche sogno. Tornata a casa, anche questa volta, dormo tutte le ore che posso e poi? Rientro anche io nel diabolico ingranaggio! Sigillo le ali ed ogni giorno le sento spingere, desiderose di riprendere il volo…

Risalendo all’Aiguille du Midi nel pomeriggio

Una via qualunque

In una vecchia falesia c’è una via qualunque che a dicembre non riuscii a salire. Uno strapiombetto arancione che dal basso non sembra quasi tale, quel chiodo lassù a cui non riesco a mettere il rinvio, proprio non ci arrivo, il tentativo di tenere piccole prese per arrivare lassù, vano. Prova e prova, ma niente; mi faccio calare al rinvio precedente e prendo la via più semplice che passa lì a fianco. Dall’alto mi calo sul punto cruciale, scopro che forse dovrei tenere il bordo destro della placca, fatto come una crestina, ma comunque non riesco a tenermi su. Si torna a casa con la piva nel sacco.

Torniamo alla piccola vecchia falesia mentre le primule si affacciano dai prati, in alto un timido sole. Ormai è primavera. Torniamo perchè vorrei provare tutte le vie, controllare che esistano tutte quelle dichiarate, vedere in che condizioni sono e poi scrivere un articoletto su quel piccolo posto. All’inizio faccio finta di niente, ma non passa molto tempo che sto di nuovo provando quella via. Un signore gentile che sembra conoscere molto bene il posto mi dà dei consigli e resta alla base della via fino a quando tutto non si è compiuto. Quando si cala dalla sua via mi ritrova intenta proprio in quel passaggio dove mi bloccai. Consigli, incoraggiamenti, tentativi. Finchè finalmente metto il rinvio, poi lo allungo, finalmente ci passo dentro la corda e dopo un ultimo sforzo esco sopra confortata da comode prese.

La bolla di sangue che avevo sul polpastrello del mignolo destro è scoppiata da un po’, ma il dolore arriva in ritardo: finchè il corpo è in azione, spalmato contro la roccia, sarà l’adrenalina, ma qualcosa fa in modo che tutto sia più che sopportabile. Non è la prima volta che mi capita. Il dolore sembra arrivare quando sà di poterlo finalmente fare.

La via è da riprovare, da rifare, perfezionare… ma è fatta. E’ solo una stupida via, ma è qualcosa che prima non ero riuscita a fare. Non svanisce la sensazione della “posizione giusta”, la chiave che lascia passare, l’accordo esatto tra la roccia, la carne e la mente. E’ solo una stupida via, ma ancora una volta sono tornata a casa felice.

In copertina, arrampicata sportiva a Rocca la Meja, Valle Maira.