Ritorno a Pineta Nord

Pubblico queste righe scritte agli ultimi giorni del mese di febbraio.

La prima volta che arrampicai su ghiaccio fu a Pineta Nord. Inizialmente salimmo la goulotte d’accesso e la via originale, i miei primi passi erano estremamente insicuri. Una volta scesi, gli amici mi invitarono caldamente a provare a salire la goulotte da prima. Sinceramente ho un ricordo terribile di quei momenti. La roccia non mi aveva mai dato una sensazione simile. In qualche modo arrivai in cima e tornata a casa pensai che o avrei smesso subito o per qualche motivo assurdo avrei continuato. Non potevo ritirarmi così da quel mondo che mi affascinava inspiegabilmente, mi ero appena affacciata sulla porta, ma mi sentivo intimorita. Siamo tornati altre volte a Pineta Nord, aggirando però la goulotte e salendo direttamente a piedi all’anfiteatro.

All’ingresso della goulotte

Un giovedì mattina di febbraio mi sono ritrovata alla base di quella goulotte. Adesso era mia la volontà di salirla per realizzare cosa fosse cambiato da quella prima volta. Tutto è stravolto. Vedo in me quasi un’altra persona. Ho memoria di come vidi le cose quel giorno: insormontabili. Oggi brevi e semplici. C’è tanta strada da fare, ma non bisogna mai farsi scoraggiare. Può volerci poco oppure molto, ma con dedizione e passione le cose cambiano. Nel breve termine è naturale non avvedersene, ma considerando un periodo più lungo la visione è sorprendente. Al contempo guardo a ciò che oggi sembra semplice e ciò che sembra difficile, così da conoscere la strada fatta e quella da fare. Dopo la goulotte abbiamo deciso di affrontare la bella e più impegnativa linea di Cespuglio (60m, II/4, TD). La qualità del ghiaccio, fragile e cariato, ci ha dato del filo da torcere.

Anfiteatro di Pineta Nord, la colata in centro-sinistra nella foto è Cespuglio.
Passi delicati a 90°

La sensazione più strana è data dal fatto di andare ad arrampicare su una bellissima cascata di ghiaccio e poi entrare al lavoro alle 14.30. Per diverse ore vivi in uno strano stato di sospensione. Sei lì, nel momento presente, la scalata cattura tutta l’attenzione. Poi all’improvviso realizzi che prima di tutto sei fortunato ad poter essere lì, ma anche che presto dovrai fuggire via, che hai una precisa scadenza, che devi viaggiare verso valle veloce e lasciarti assorbire dalle diverse responsabilità del nostro mondo grigio in cui dominano divinità assurde che nulla hanno a che fare con quelle che animano il nostro spirito più profondo. Il contrasto e al contempo la correlazione tra gli opposti turba i miei pensieri. La gabbia e a la libertà convivono e si relazionano. A volte mi chiedo quale sia il vero senso di tutto questo.

Nella goulotte di Pineta Nord

Ma il ritorno a Pineta non finisce qui. La domenica seguente sono di nuovo ai piedi della goulotte, la salgo ancora più fiduciosa di qualche giorno prima e poi volgo gli occhi ad un obbiettivo diverso: avevo infatti notato come fossero invitanti le condizioni della colata Fiammetta Ice (30m, II/3+, D+),  salita l’anno scorso con Andrea e Tomasz per poi continuare per la sovrastante Mistero (20m, II/5+, TD+). Tuttavia quel giorno declinai l’invito a salire Fiammetta da prima. Credo che feci bene. Così come ho fatto bene ora, con un modo di vedere le cose già molto mutato, a provarci. Arrivati nell’anfiteatro di Pineta ho risalito il pendio che porta ai piedi della cascata, ho studiato in quale punto iniziare a salire, ho abbracciato il socio e ho battuto i primi colpi di piccozza. Subito dopo ho piazzato la prima vite. Nel primo tratto verticale vivo un bel faccia a faccia con la parte meno superficiale della mia mente e mi fermo più volte a chiodare, poco più sopra posso rifiatare e fermarmi, posizionando bene e comodamente i piedi e tenendomi alle piccozze ben piantate nel ghiaccio.  Realizzo ogni giorno quanto il più gran lavoro sia mentale, mi chiedo come si possa immaginare che sia solo una disciplina sportiva in cui si è liberi di mettersi come si vuole, fare ciò che si vuole, o che addirittura sia cosa semplice. L’arrampicata su ghiaccio è un’arte e un’alta forma di ricerca della conoscenza e della padronanza di sè, nonchè di una sostanza cangiante ed effimera, proprio come noi.  Il ghiaccio su Fiammetta però e bellissimo, continuare fino in cima è piacevole e giunta in sosta il petto mi trabocca di gioia. Purtroppo il socio non se la sente di raggiungermi e così potrò riabbracciarlo solo dopo essermi calata e aver tolto le viti messe salendo.  Scendendo a valle sono un’inesauribile entusiasta, felice nonostante le temperature troppo alte stiano spazzando via questo mondo che amo ogni giorno di più.

Su Fiammetta Ice
Felice all’uscita della goulotte

La prima candela

La prima volta che salii in valle per arrampicare sul ghiaccio mi furono indicate dalla strada diverse cascate, tra cui un elegante filo a piombo bianco e rilucente che si perdeva lontano nel versante scuro e selvaggio di una montagna innominata. Chandelle Gàstok, mi dissero, una delle più belle e più dure della Valle Varaita. In quel momento tutto mi scivolò addosso come acqua leggera e non ricevette né considerazione, né rilevanza, era una cosa troppo lontana da concepire.

La Chandelle Gàstok 90° è una impegnativa candela, tra le più difficili salite su ghiaccio della Valle Varaita. Molto ambita e ripetuta, si può osservare dai tornanti della strada che sale verso Casteldelfino. La scalano per la prima volta il 28 febbraio 1982  Guido Ghigo, Fulvio Scotto e Roberto Bonamico, ricordati tra i protagonisti dell’arrampicata su ghiaccio nelle nostre Valli d’Oc.  Fu Ghigo ad individuare la bella stalattite che diventò la più difficile cascata del cuneese e ancora oggi è rinomata nell’ambiente del cascatismo delle nostre zone. Il tiro chiave è costituito di 30 metri continui a 90°, con partenza a 95°. La candela è di origini naturali, ma da qualche anno sono stati posizionati dei cavi per sostenerne la struttura.

Tiro chiave della chandelle

Il tempo cambia gli sguardi, i desideri, la percezione di bellezza. Quest’anno salendo in valle, i miei occhi cercavano quella linea con fare diverso, nonostante la consapevolezza che per molto tempo sarebbe rimasta ancora lì, silenziosa ed austera. Quando poi, in giorni di forte inversione termica, la bella candela crollò, fu abbastanza palese che in ogni caso l’incontro sarebbe stato rimandato. Col passare dei giorni essa tuttavia iniziò a formarsi nuovamente, ma tutti la guardavano con scetticismo. Non si farà.

In un giorno d’inizio febbraio passavo con un amico per la strada, diretti all’Anfiteatro di Pontechianale per fare due tiri prima di rientrare al lavoro, vidi la candela attaccata al basamento, ma riportando molte parole alla mente, commentai “magari si può fare ma dev’essere particolarmente dura, speriamo che nessuno mi inviti perché sarebbe troppo per me, non mi sento all’altezza”.

Nemmeno un’ora dopo ricevo da Andrea un messaggio con una foto un po’ sfocata, presa da lontano, ed una nota “Andiamo?”: ritrae una candela, la Gàstok, inconfondibile. Così, scendendo, avendo con me la macchina fotografica, riesco a catturare meglio la cascata con un buono zoom, per dedurre meglio le sue condizioni.

Visione d’insieme di Chandelle Gàstok 90°

La domenica seguente Andrea, Tomasz ed io, nel primo mattino, siamo in valle, per quanto non i primi. Qualcuno ci ha preceduti nella giornata di sabato e anche adesso, di pochi minuti…Accidenti al caffé! Come corrono le voci! Ci incamminiamo inoltrandoci nei boschi spogli seguendo le tracce nella neve. Fino all’ultimo la presenza della cascata è solo una certezza della nostra mente; poi ecco il primo salto, una candeletta alta circa sei metri che adduce ad un canale nevoso, alla fine del quale ci si ritrova ai piedi della grande stalattite.

Il primo saltino di ghiaccio. Non sempre è ben formato ed è possibile aggirarlo. Al momento della nostra salita presenta una bella colonnina verticale ideale per riscaldarci.
Un assaggio di verticalità sul primo salto di ghiaccio.
Chandelle Gàstok. In azione sul tiro chiave la cordata che ci ha preceduti.

Certamente non mi aspettavo di vederla da vicino così presto, di ritrovarmi ai suoi piedi col naso all’insù ed essere lì per tentare di scalarla. Le condizioni del ghiaccio – morbido, a tratti anche molto bagnato – e forse un po’ di naturale adrenalina mi fanno sembrare la scalata più alla portata di quanto le mie previsioni timorose mi avevano dato da pensare. Con questo non dico che si sia stato qualcosa di semplice, anzi! E’ la scalata più impegnativa che abbia mai intrapreso su ghiaccio, pur da seconda di cordata, ma per quanto sia difficile fare paragoni, potrei dire che è stata persino la scalata più dura, almeno tecnicamente e su carta, della mia vita fino ad oggi. Il ghiaccio per me è più complesso e duro dell’arrampicata su roccia e sono meno capace, tuttavia sono tornata a casa piena di soddisfazione e gioia. Inevitabilmente sono seguite tante riflessioni, che come sempre portano frutti, alcuni più immediati -come un libro da studiare e la volontà più prossima di continuare a scalare e migliorare – e altri che solo il tempo saprà mostrare.

Ed infine, sfogliando le pagine di un altro libro ancora – come quando avevo sedici anni negli ultimi giorni ne ho acquistati ben quattro – si è incrinata anche una certa concezione di bellezza. Realizzo che fuori dalle nostre valli ci sono cascate spettacolari e al contempo molto difficili. La Gàstok sembra proporsi come un’iniziazione a questa dimensione in cui bello e difficile sono fortemente intrecciati. Naturalmente questa idea non andrà ad intaccare la concezione quotidiana del bello che sempre nelle manifestazioni della natura ci stupisce e meraviglia anche nelle più semplici cose, tuttavia c’è e non posso negarla, sono caduta anche io nell’incantesimo. Ciò che segue da sè è il desiderio di poter scalare quelle forme effimere e fantastiche, ma questa sarà tutta un’altra storia…

Alcuni momenti della salita nelle nostre fotografie:

Ephemĕrus: inizio di stagione

Giorno dopo giorno la luce si è affievolita ed è tornato l’inverno sulle nostre montagne, per quanto fino ad ora sia stato avaro di neve, secco e mai eccessivamente freddo, con alcuni momenti di grande inversione termica.  Verso metà dicembre sono giunge le voci delle prime salite su ghiaccio della stagione e così siamo tornati a risalire anche noi la Valle Varaita alla ricerca di qualcuna di quelle effimere linee gelate, per riprendere la pratica e, per me, l’apprendimento dei segreti di questo mondo che tanto mi affascina fin da prima che iniziassi a dedicarmi seriamente all’arrampicata.

Le prime cascate dell’anno sono state Valeria (D, III/3) e il Salto dei Pachidermi (TD-, III/4), situate sopra Chianale, in un quietissimo giorno in cui nessuno abbiamo incontrato ed il silenzio della Montagna era onnipresente compagnia. Scalare su queste difficoltà non elevate (3/3+) mi è di grande giovamento. Scarto con anticipo il mio personalissimo regalo di Natale, se così vogliamo chiamarlo: un bel paio di scarponi ramponabili che mi permettono di utilizzare i ramponi automatici dello stesso amico di cui già iniziai l’anno scorso ad utilizzare le piccozze.  Tutte le percezioni sono leggermente differenti. Mi riempiono il cuore di gioia la compagnia, il supporto, gli insegnamenti ed i consigli di chi è con me.

Il Salto dei Pachidermi

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L’anno volge al termine e mi preparo ad una nuova avventura in cordata con Andrea e Tomasz. Saliamo nel Vallone di Vallanta (Valle Varaita) alla ricerca di una linea di rara formazione, avvistata da amici e su recenti fotografie scattate da chi ha percorso la Goulotte del Triangolo al Triangolo della Caprera: è Santa Toppa (TD+, III/3+/M5, 220m). Si tratta di un’esilissima e sottile goulottina che solca come una vena le grandi placche di gneiss del Triangolo, con alcuni passaggi di misto. La troviamo in stato di grazia: c’è persino più ghiaccio che durante la prima salita, risalente al 2012. Qui iniziamo a scaldare i motori: l’esperienza è a dir poco fantastica!

Andrea sul traverso nel secondo tiro di Santa Toppa, appena prima del passaggio di misto più impegnativo.
Mentre Tomasz è in azione si può apprezzare quanto la goulotte sia stretta e esile: è il trionfo dell’effimero!
Sono felice come una pasqua, qui in arrivo alla seconda sosta della via.

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All’anno nuovo la scelta delle destinazioni è piuttosto ristretta: giorni molto caldi e la forte inversione termica hanno bloccato la formazione delle cascate e rovinato le condizioni sulle linee già sufficientemente formate; le poche salite appetibili sono prese d’assalto. Si torna ancora in Valle Varaita, questa volta del Vallone di Bellino, dove finalmente posso vedere da vicino l’anfiteatro di Ciabriera, sopra al Pian Ceiol. In passato avevo sperato di venire a scalare qui ascoltando i racconti dei ghiacciatori di ritorno al rifugio Melezè, dove per qualche combinazione della vita mi sono ritrovata a passare alcuni pomeriggi solitari. Tanti parlavano del Limo Nero (200m, D/D+, III/3+): proprio qui siamo diretti anche noi. Giungendo in vista della bella cascata tuttavia, pur essendo un giorno feriale, notiamo subito numerose cordate già in azione, qualcuna in fuga sulla vicina Black Marasma, altre in ritirata. Improvvisamente il morale è profondato. Un po’ rassegnati continuiamo ancora per un tratto e giunti all’attacco, i quattro ragazzi torinesi  davanti a noi ci sorprendono grandemente, invitandoci a passare prima noi. In tutta la giornata non ci siamo mai disturbati con le altre cordate e anzi, abbiamo solo incontrato persone gentili, tranquille e ben disposte. Quella che al mattino sembrava profilarsi come una giornata infernale è finita in grande allegria e in compagnia davanti ad un té caldo con gli scalatori conosciuti sul ghiaccio poco prima. Ancora una volta la fortuna è stata al nostro fianco!

Avvicinamento verso Limo Nero, sulla destra spicca la bella Rocca Senghi
L’anfiteatro di Ciabriera
Limo Nero nel sole mattutino

Nel frattempo ho recuperato una buona abitudine: scrivere su carta. Ho ricominciato ad annotare qualche riga su un quaderno di carta, anche se mi manca molto la mia vecchia penna stilografica a inchiostro nero. Da quando si ruppe smisi di scrivere! Il tempo a disposizione non è moltissimo e quindi le mie parole sono poche e spesso sintetiche, però sono contenta.

Anche qui non ho più pubblicato nulla e con queste righe torno a raccontare qualche cenno delle nostre peregrinazioni alpine. Ho dedicato un po’ di tempo alle relazioni di qualche via e ne è rimasto poco per trascrivere su carta le riflessioni, che talvolta temo possano essere noiose e ripetitive. Vivo molto il momento presente, le giornate sono intense, piacevoli le compagnie: tutto ciò mi rende felice e credo possa venir prima del resto. Presto continuerò a raccontare, lo prometto: la ricerca dell’effimero continua con grande entusiasmo!

Cima Tino Prato: benvenuti al lato oscuro

Si guarda malinconicamente il cielo dalla finestra di un ufficio: sempre grigio, sempre pioggia. Fino a venerdì, quando finalmente ricompare l’azzurro e si intravede sui monti la neve fresca che poco a poco scende di quota. Il Marguareis si nasconde dietro bianchi vapori e non riesco a scorgerlo nemmeno durante il giro in auto che faccio appositamente dopo il lavoro. La sua cima supera i 2600 metri, si parla di prima neve sui 2400. Speriamo nel calore delle poche ore di sole che hanno accarezzato la terra e ci prepariamo a salire, contro i pronostici, contro le incertezze e contro il timore di fallire. Sveglia presto, alle 3.30, in modo da poter far colazione prima di raggiungere Andrea all’appuntamento delle 4.30; di lì ci dirigeremo verso la Valle Pesio, dove incontreremo anche il ragazzo invitato da Andrea ad unirsi alla cordata, con il quale aveva salito la primavera scorsa la diretta Biancardi al Mongioie. Un altro Andrea, ma giovane, persino più di me, che si lega alla nostra vicenda recando con sè il nome di una salita firmata da Biancardi. Ed io un po’ spaventata dalla novità, come in una ventata di vecchiaia del pensiero.

Le prime luci nel giorno mentre risaliamo il Canale dei Genovesi.

Il buio è completo e noi ci muoviamo tra le sue umide pieghe risalendo boschi e pendii pascolivi dai quali ci giungono l’abbaiare di cani e il belare di pecore, unici segni di vita che sbiadiscono nel nero. Il tempo scivola via, realizziamo che sono passate un po’ meno di due ore dalla partenza nel ritrovarci sulle sponde del laghetto del Marguareis, con un primo accenno all’orizzonte del giorno venturo. Ora ci aspetta la parte più faticosa dell’avvicinamento: risalire la conoide del canalone dei Genovesi, in questa stagione nella sua veste nuda, fatta di pietre, detriti e terra. Instabilità per eccellenza, la tipica progressione “un passo avanti e due indietro”, cercando i punti per così dire migliori, fin a portarci all’altezza del punto di parete in cui dovrebbe trovarsi l’attacco, in una fascia di rocce chiare. Attraversiamo il canale e in un incrocio di sguardi troviamo lo spit con cordino che è stato posto all’inizio della via, come a segnalarla a chi la stia cercando. Negli anni recenti sono state attrezzate con spit e anelli anche le soste, mentre i tiri sono stati preservati, fatta eccezione per due fix aggiunti in uno dei tiri più sdruciolevoli della parte finale della via, che mi piace ricordare con la metafora utilizzata da Andrea: un’instabile pila di piatti.

Un po’ ironia e di stupidità: queste sono le pile di piatti che ho immaginato… L’effetto reale non è così lontano.

Prima luce, roccia bagnata e freddo pungente: non ci sono i migliori presagi per iniziare a scalare. Il primo tiro, che di per sé non sarebbe troppo difficile, diventa rocambolesco. Non vi è nulla di sicuro se non la viscidità più completa della roccia seriamente bagnata, intrisa d’acqua, le dita dopo poche prese sono gelate e insensibili, l’erba è più pericolosa della pietra, e qualsiasi azione – che sia salire o scendere – sembrerebbe inutile follia. Tuttavia Andrea raggiunge la sosta e tocca a noi affrontare i primi metri, senza tirarci pietre addosso l’uno con l’altro, ma impotenti verso gli spostamenti di un quarto socio: la corda che scorre sul fragile terreno. Non percependo più le mani, mi ritrovo a posizionarle non più seguendo il tatto, ma il solo senso della vista: non sento le dita premere, le vedo premere, e in virtù sola di ciò che vedo e di quanto la visione significhi per il cervello, mi muovo in avanti e mi fido del mio corpo. In sosta arriva per tutti e tre la “sbollita”. Mai mi era stata così lancinante prima, tant’è che a turno siamo colti da una forte nausea improvvisa mentre la circolazione torna a scaldare dolorosamente le mani. Per fortuna quando tutto ciò è finito, è finito e basta: come se avessero compreso di doversi adattare ad una situazione, le mani troveranno la loro temperatura e non creeranno altri scompensi durante il giorno.

Nella parte iniziale della via

Anche il secondo tiro è tragicamente bagnato. A forzare il passo forse ci vuole un briciolo di pazzia più che di determinazione, quasi una fede irrazionale in qualcosa che onestamente non saprei cosa sia. Ancora una volta la Montagna approva la nostra presenza e il nostro tentativo ostinato e speranzoso. Poco a poco la situazione migliora, e superati il terzo e quarto tiro, trovandoci ad una comoda sosta alla base di una nuova balza dello spigolo, iniziamo a trovare roccia più asciutta, tuttavia ancora di instabile natura, con prese e appoggi tra blocchi poco rassicuranti. La missione di non scaraventare pietre sulla testa del socio che segue è un testimone che ci passiamo l’uno con l’altro. Quando passo per seconda con l’altro Andrea a poca distanza da me la concentrazione è alle stelle, più intensa che mai, con la consapevolezza che un più piccolo errore mio può causare un grande danno. Scalo con delicatezza sulla punta delle dita e dei piedi come mai prima, in quello che, meditandovi sopra ad ogni sosta, mi pare uno stato di grazia.

Nella sezione centrale della via veniamo accarezzati da un raggio di sole.
Il Canalone dei Genovesi fa da cupo sfondo alla nostra salita.

Sempre in una di queste pause intrinseche al nostro incedere mi ritrovo a socchiudere gli occhi appoggiando il capo alla corda tesa tra il mio imbrago e gli ancoraggi della sosta, quasi perdendomi in un minuto di sonno eterno; tra un battito e l’altro delle ciglia la montagna, il compagno di avventura che di tanto in tanto mi parla, l’altro orecchio sempre teso verso un segnale dell’altro socio. E ancora la montagna e l’ombra di lei che ci tiene chiusi in un mondo a tinte fredde, eppure l’aria pesante che ci preme contro le pareti non riesce a penetrare nel mio cuore. Persino la situazione inizialmente sconveniente, abbastanza da desiderare la fuga o di non essere nemmeno saliti fin all’attacco, è superata da un qualcosa di irrazionale e indescrivibile che la rende preferibile ai giorni spesi giù, tra casa e città, tra lavoro e tempo libero.

Sceglierei ancora questa montagna, sceglierei ancora il freddo che attacca il corpo invece di quello che tra gli agi quotidiani si insinua nell’anima, sceglierei ancora il silenzio a tratti quasi spettrale piuttosto le migliaia di parole inutili sputate a forza nel teatro sociale, dove per ciò che vorrei dire non ho più la voglia di farlo, perché un po’ non ne sono in grado, un po’ perché un dialogo vero non c’è. E poi faccio noia, ma piuttosto che le solite farse, ipocrisie, competizioni, comparazioni, idolatrie, condanne, inadeguatezze, giudizi, costrizioni… meglio sbattere il muso contro una roccia marcia, che per qualcuno invero è qualcosa di bello e desiderabile. Per noi lo è: profuma di libertà.

Sì, è vero, fermarsi a questa frase può lasciare un senso di incompletezza. La vetta, l’essere riusciti nonostante tutto, la discesa, la soddisfazione, la gioia e il mutare di orizzonti, con nuovi progetti e rinnovate aspirazioni. Eppure tutto questo non mi viene da renderlo esplicito, che mi pare così scontato reso dalle parole, così lontano dal vivere, dal momento presente, così superfluo, almeno per me. Lascio la vita alla vita. Sarò compresa o sarò in errore? Porterà l’inverno un po’ di tempo e un po’ di silenzio?

Durante il settimo tiro costeggiamo un particolare gendarme.
Andrea in partenza sul sesto tiro.
Andrea in partenza sul settimo tiro
Sul pericolante dodicesimo tiro

Cima Tino Prato: prima di una scalata

Nel finire di maggio 2017 mi ritrovai per la prima volta in autonomia – o in solitudine? – ai piedi del Marguareis; anche se da bambina mio padre doveva avermici portata, io non avevo assolutamente memoria delle cime che si innalzano sullo sfondo del rifugio Garelli. Con gli occhi di oggi direi poi più che delle cime… delle pareti: di aspetto dolomitico, rivolte principalmente a nord, spesso oscure e sdruciolevoli, separate da profondi canaloni detritici. Una strana fama le precede. Ed ero lì proprio per salire uno dei più conosciuti tra questi canali, quello dei dei Genovesi, percorso per la prima volta – ma in discesa – nel 1923 da B.Acquasciati, G.Kleudgen, G.Miraglio, ad oggi un itinerario classico dell’alpinismo primaverile.

Canalone dei Genovesi in ottime condizioni osservato dal sentiero tra il Rifugio Garelli e Porta Sestrera.
Cenni storici

La prima salita salita ad uno di questi canali è tuttavia ancora precedente: nel giugno 1898 una compagnia di sette alpinisti torinesi sale infatti quello che oggi chiamiamo Canale dei Torinesi. Nel 1930 il monregalese Sandro Comino sale con Tino Prato la parete nord e la cresta ovest del Marguareis: questo episodio fu certamente il preambolo alle scalate sul versante nord di questa montagna, il cui protagonista doveva ancora entrare in scena. Si tratta dell’allora diciannovenne Armando Biancardi, torinese, la cui famiglia si recava il Valle Pesio in villeggiatura. Iniziò a frequentare Comino, fino a compiere con lui numerose scalate: nel solo 1940 scalarono insieme le pareti nord della Cima Bozano, di Punta Emma, di Punta Carmelina, del Marguareis per una via direttissima e della Punta Pareto; non compiuto invece fu il tentativo alla Cima dell’Armusso. Nonostante la successiva separazione dei due, entrambi continuarono a scalare al Marguareis. Comino salì con Marenco quella che battezzò cima Tino Prato nel 1943, in memoria dell’amico scomparso, ed infine quello che oggi si chiama Canale dei Pancioni. Biancardi invece, di vent’anni più giovane, si apprestò a diventare il più grande conoscitore del massiccio, se si considera, oltre alle numerose prime, che non vi sia via che egli non abbia salito. Nel 1952 scala la Punta Garelli e la Cima dell’Armusso, l’anno successivo ripeterà la via di Billò al Castello delle Aquile; nel 1955 battezza il canale tra la Punta Garelli e l’Armusso “Canale dei Monregalesi”. Nel 1960 riesce ad invitare il fortissimo Armando Aste, celebre per molte scalate in Dolomiti, e con lui realizza la salita alla Cima Oreste Gastone e nel 1961, di nuovo insieme, la via sullo sperone nord-est della punta Tino Prato.

Proprio questa cima, che si protende esattamente sul Canale dei Genovesi, catturò con le sue forme la mia attenzione già la sera prima della salita: erano infatti giunti in rifugio nel tardo pomeriggio due alpinisti genovesi che condividevano il mio progetto per il giorno successivo. Io non sapevo con esattezza quale fosse la cima del Marguareis stesso, tuttavia ero rimasta in rifugio a scrivere con la schiena scaldata dai raggi dell’ultimo sole, sicura che con le indicazioni lette in precedenza non avrei dovuto riscontrare difficoltà nel reperire il canale, e da lì tutto il resto. Dietro proposta dei genovesi, decidemmo di fare due passi verso il laghetto del Marguareis per vedere con sicurezza l’attacco. Fu però la mattina successiva che fui definitivamente magnetizzata dalla Tino Prato: si illuminò tutta di luce infuocata proprio mentre noi risalivamo la conoide. Durante la giornata continuai a guardarla ossessivamente da tutte le angolazioni che mi si offrivano, fino a lasciarmela alle spalle in discesa, avendone solo ottenuta la conoscenza del nome. Arrivata a casa feci immediatamente una ricerca e scoprii che vi era una via di salita storica proprio dove l’avevo immaginata con occhi sognanti, pur essendo consapevole che andarci non rientrava tra le mie possibilità più prossime.

Prime luci del giorno ai piedi del Marguareis; in centro la punta Tino Prato domina il canalone dei Genovesi
Ottobre 2018

E’ passato un po’ più di un anno da quel giorno di fine maggio. Qualche settimana fa con Andrea eravamo stati coinvolti in una intensa avventura in Valle Maira, al culmine di un anno denso di scalate, di evoluzione e di cambiamenti. Meditando su una nuova via da provare e su alcuni suggerimenti ricevuti, un po’ per caso mandai ad Andrea una foto di una pagina del libro Montagne d’Oc, che avevo preso in biblioteca per avere più informazioni sulla via al Parias Coupà: parla proprio dello spigolo nord-est della punta Tino Prato, esattamente quella linea che ora riemergeva dal burrascoso cassetto dei miei sogni alpinistici. Poco a poco il nostro interesse vira con forza verso di essa. Sono nuovamente in fibrillazione. Nel giro di pochi giorni leggo e fagocito con grande curiosità informazioni sulla via e sui suoi apritori, Armando Biancardi e Armando Aste, scoprendo così due personaggi interessanti e di spessore.

aste e biancardi
Armando Aste durante l’apertura della via sulla Tino Prato

Sono impressionata dalle imprese di Aste, tra cui la partecipazione alla prima salita italiana della parete nord dell’Eiger nel 1962, e le numerose prime in Dolomiti, celebre la Via dell’Ideale sulla Marmolada nel 1964, la cui prima ripetizione sarà ad opera di niente poco di meno che Reinhold Messner; intensa anche la sua attività intellettuale con la stesura di diversi libri, purtroppo ad oggi difficilmente reperibili.

Tra le parole di Aste si possono rievocare sia i luoghi di cui stiamo parlando, per certo oggi molto mutati – quasi in un senso più ideale che fisico – sull’onda dei fenomeni turistici di massa e dell’evoluzione delle infrastrutture. Nonostante ciò, salendo in maggio e in ottobre, abbiamo potuto vivere in modo purificato, silenzioso, appartato e quasi selvaggio questo angolo di alpi. Tra questi scritti dei giorni nel massiccio del Marguareis troviamo anche un profilo “dell’altro Armando, di Armando Biancardi”:

Rivedo i paretoni della catena del Marguareis, ceneretola reginetta delle marittime orientali, paretoni che si specchiano con i loro toni freddi e caldi insieme nel laghetto. E, su quella “sinfonia” giallo-grigio-rossastra con aspetti dolomitici, via a perdita d’occhio per cinque chilometri in lunghezza, “note” che si alzano, con pareti a piombo, per più di seicento metri. Questa é la montagna dell’altro Armando, di Armando Biancardi. Lassù, al rifugio Garelli, uno di quei rifugietti che erano ancora così come dovrebbero: dove non c’era custode e, per entrarci, bisognava prelevare la chiave a fondovalle. Lassù, dove la vita aveva un sano sapore arcaico, e nessuno veniva a turbare il vostro “ritiro”, abbiamo vissuto giorni indimenticabili. Su quelle rocce, non prive di pericoli per la loro friabilità, abbiamo aperto alcune belle vie: al pilastro della Oreste Gastone, allo spigolo Tino Prato (con un bivacco). Vie sostenute, di quinto e di sesto, che hanno arricchito il bagaglio dell’amico. Un bagaglio cospicuo, se oltre a circa seicento ripetizioni sull’intera cerchia alpina, dalle Marittime alle Dolomiti con “invernali”, salite su ghiaccio, sci-alpinistiche, e un bel pizzico di “quattromila”, conta qualcosa come sessantotto prime ascensioni, di cui alcune da “solo” e da “capo-cordata” e di cui non poche di difficoltà estrema.”

Armando Biancardi

“22 – 23 luglio. Con Armando Biancardi.Dell’amico Armando Biancardi ho già detto del suo notevole bagaglio alpinistico parlando della via alla Punta Oreste Gastone. Ma il suo maggiore titolo alpinistico é quello di aver aperto quasi tutte le vie al Marguareis, ripetendo la altre poche, nessuna esclusa. Si sente spesso parlare di “innamorati” della montagna che vivono per essa. L’altro Armando era uno di questi. Ma egli non era né solo uno sportivo né solo un intellettuale. Ma l’uno e l’altro allo stesso tempo. Per questo, accanto all’azione alpinistica, a sua ispirazione, può vantare qualcosa come più di mille articoli su temi legati alla montagna e all’alpinismo. Ha diretto tre periodici (Sucai, Il frondista, Commercio) e dato alle stampe cinque volumi: La voce delle altezze (1956), Cento anni di alpinismo torinese (1963), Venticinque alpinisti scrittori (1989), Racconti impossibili e dintorni (1994), Il perché dell’alpinismo (1995). Ha ricevuto 20 riconoscimenti letterari in campo nazionale e internazionale fra cui due Saint-Vincent, i premi Chamonix e Cortina. Nel 1995 i delegati del Cai riuniti a Cuneo gli hanno assegnato una medaglia d’oro. È stato accademico degli scrittori di montagna (GISM). Per questo poderoso insieme, e delle “prime” e della parte culturale, io lo considero un “maestro”. Da lui ho imparato e continuo a imparare moltissimo.” A.Aste

Armando Aste nel massiccio del Marguareis in una foto di Biancardi

Era ormai chiaro il nostro intento fosse di salire fin là a tentare di ripetere quella via; ancora una volta ci eravamo nutriti di racconti, consigli e impressioni di chi tra amici e conoscenti, solitamente dal canto di Andrea – che è lui a conoscere e ad avere la stima di molti, mentre io non sono che un’apprendista che timidamente si approccia a chi da più tempo abita questa dimensione parallela, ad ora con scarso successo, dovuto forse ad alcuni tratti del mio carattere. Il meteo non promette grande clemenza e forse questa volta saremo in tre. Determinazione e incertezza convivono fino all’ultimo.

Splendidi panorami lungo il sentiero che dal Rifugio Garelli porta al Laghetto del Marguareis

Seguirà a breve il racconto della scalata