Lyskamm

La notte è lunga e irrequieta: che sembra non finire per quanto poche siano le ore da dormire e che il caldo, gli incubi e i pensieri incessanti la tormentano. La Capanna Gnifetti è affollata all’inverosimile, non vi sono spazi vuoti, ogni angolo è riempito dalle persone o dalle attrezzature, è una continua compressione animalesca con il prossimo, che quasi finisce per diventare un mero fastidio e non certo un compagno, perlomeno spirituale, d’avventura. Troppa gente per me, troppo rumore, troppa spensieratezza, come se fossimo lì per giocare a carte. Scherzo, divago, ma la mia mente resta fondamentalmente occupata nel suo profondo dall’obiettivo dell’indomani: i Lyskamm, Menschenfresser, mangiatori di uomini venivano detti da alcuni. Le previsioni meteo ci sono di turbamento e il buio si fa turbolento tra le folate di vento, la neve e i tuoni che rompono il silenzio glaciale e lampeggiano alla finestrella della nostra stanza. Anche dai bagni si scorgono i crepacci ed i seracchi che bisbigliano il loro memento.

Sguardo sul ghiacciaio dal Rifugio Quintino Sella, lungo la discesa

Alle 3.30 del mattino, quando infine ci allontaniamo dal torpore dei letti, il rifugio è già un formicaio brulicante, quasi tutti sono già in movimento, anche i gruppi diretti alla Capanna Margherita, e c’è chi si lamenta della scarsità della colazione, che invero era stata gentilmente lasciata pronta per chi si alza prima per necessità dovute alla strada da intraprendere, mentre sarebbe stata servita a tutti gli altri un’ora dopo. Mi scrollo di dosso il vociare e la noia uscendo nell’aria pungente e nera, ferita dalla luce delle torce frontali, e non appena riusciamo a scendere dalle rocce sulle quali è abbarbicato il rifugio, anche qui facendo la coda un po’ come per tutto, in breve ci allontaniamo dall’agitazione collettiva e dal caos. Anche questi luoghi non sono immuni alla morsa del commercio, del denaro e della moda. Nel contatto forzato con la massa caleidoscopica ritrovo la mia insofferenza e la mia vocazione alla quiete dell’isolamento, laddove la solitudine è condivisa con pochi prediletti. Nonostante la gamba mi dia nuovamente fastidio ci inoltriamo velocemente sugli oscuri ma conosciuti pendii del ghiacciaio del Lys. Alle nostre spalle una scia di lumini torna a calpestare la traccia che conduce alla Capanna Margherita, e nel raggiungere il Colle del Lys ci distacchiamo dalla grande processione con altre poche anime silenziose. Abbiamo preferito abbandonare il proposito di percorrere la cresta Sella al Lyskamm Orientale dopo la nevicata, così con rinnovata convinzione ci accingiamo ad attaccare la classica cresta est, sferzata dal vento gelido che di tanto in tanto ci sputa in faccia folate cariche di granelli di neve ghiacciata.

Primo sole sulla Parrot
Ci aggingiamo ad iniziare la salita lungo la cresta est mentre i primi raggi iniziano ad illuminare la montagna

“E così, tenacemente e metodicamente, sempre più in alto, nell’aria che sempre più si fa sottile e che in un senso di ebbrezza lieve ti distrugge quasi ogni stanchezza corporale, sino a raggiungere la linea delle vette.

Nè qui la vicenda ha termine: qui essa, invece e spesso, ha la sua fase più pericolosa e risolutiva. E’ la traversata delle creste di ghiaccio – è la scalata delle zone di roccia gelata che, di nuovo, al sommo, si svincolano ed emergono su, fuor dai ghiacci. Sui due Lyskamm, fra il Lyskamm orientale ed il «Naso», fra lo Zumstein e la Dufour, vi son per esempio creste quasi come tagli di coltello: da una parte e dall’altra, baratri di centinaia di metri. Un istante di vertigine e di mancamento – e non se ne parla più. Si va avanti scalinando, tenendosi spesso a cavallo, con un piede da una parte della cresta e un piede dall’altra, sì che per un passo falso o per un cedimento del ghiaccio tu possa subito aggrapparti. Linea-limite della catena (di qua l’Italia, di là la Svizzera) è raro che il vento non vi soffi. Allora tenersi in piedi implica ancora un altro problema: devi andare avanti aggrappato a prese della piccozza con mosse rapidissime, precise, felini nella traccia della scalinatura, nelle pause del vento. Di nuovo, il tempo quasi non lo avverti più: sino all’apice, dove finalmente il corpo sosta, e si schiudono orizzonti voraginosi, ciclici, oceanici – di centinaia di chilometri: dal Gran Paradiso al Monte Bianco e al Cervino – e via via sino al rilucere lontano dei ghiacciai dell’Ortler e della Marmolada.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

La meravigliosa eleganza della cresta est ripresa dalla cima del Lyskamm orientale, 4527m

Danziamo sulla lama elegante che si staglia tra gli abissi. L’atto del salire diventa una meditazione totale che dura ore, nessun pensiero esterno può più (e non deve) penetrare la mente e distrarla dal rito in cui sta guidando il corpo, uno strano processo in cui non sono ammessi errori e pertanto le vie di mezzo: o vita o morte. La Montagna ci concede la possibilità di totale fusione con la sua austera perfezione: essere in totale unisono accordo con lei, assecondarla così tanto da sopprimere il nostro ego. E poi l’atto di fede più grande si compie nei confronti dei compagni di scalata: legati in cordata, il passo falso di chiunque di noi può compromettere in un baleno la sopravvivenza di tutti, le responsabilità sono reciproche. Siamo un corpo unico in movimento.

Le linee superbe della cresta durante la traversata tra i due Lyskamm

“Ma per altri, essa (l’Alpe) è nulla, nulla di tutto ciò: è via di liberazione, di superamento, di compimento interiore. I due grandi poli della vita allo stato puro: azione e contemplazione – vi si congiungono.

Azione – attraverso la responsabilità assoluta, l’assoluto sentirsi soli, lasciati alla sola propria forza, al solo proprio ardire cui il più lucido, il più chirurgico controllo deve unirsi.

Contemplazione – come il fiore stesso di questa vicenda eroica, quando lo sguardo diviene ciclico e solare, là dove non esiste che cielo, e nude libere forze che si rispecchiano e fissano l’immensità nel coro titanico delle vette.”

J.Evola, Verso il deserto bianco, 1928, in Meditazioni delle Vette

Oltre la cresta, il Cervino
Perchè queste citazioni

E’ il pomeriggio del giorno successivo. Ho già assolto il dovere quotidiano del lavoro e finalmente ritrovo un po’ di pace e di riposo nel raccoglimento della mia casa. Sembra passato molto più tempo del reale, ma invero sono trascorse poco più di ventiquattro ore dal termine della nostra traversata dei Lyskamm. Erano montagne che non immaginavo di salire quest’anno, le ho sempre temute e proprio per questo l’attesa dell’inaspettata salita è stata tanto febbricitante. Sono arrivati così, dirompendo come un fiume in piena nel mio animo, addirittura prima dell’obiettivo che tanto ho desiderato per i miei venticinque anni, che ancora attende che vi possa fare un tentativo. Transitando al Colle del Lys affiorano gli ultimi pensieri di tipo più “ordinario”.

Tornando a casa scambio qualche messaggio con il caro amico Maurizio, che apre la conversazione con queste parole “Monte Rosa: là dove nasce la luce.” Nemmeno sapeva che tornavo proprio da tale montagna!

Così, appena fatto rientro, prendo in mano un libro di cui mi aveva fatto dono e in breve capito tra le pagine che parlano dei luoghi appena visitati. Quando lessi per la prima volta quelle pagine non avevo ancora avuto la possibilità di andare nel massiccio del Monte Rosa e non ne avevo le capacità necessarie. Ora le stesse parole risuonano di un significato nuovo e sicuramente più pieno, proprio per questo ho desiderato citare alcune frasi, perché nonostante risalgano al 1928 hanno qualcosa di perfettamente attuale alle mie orecchie interiori.

Ancora mi dilungherei, altri aneddoti vorrei raccontare, ma già la possibilità di essere fraintesi mi ferma e da un canto mi consola, che già troppo è stato forse detto. Già torna ad infastidirmi il brusio del quotidiano, dove la derisione e l’ignoranza sono sempre dietro l’angolo e mi inducono al ritorno alla solitudine. Certi aspetti della contemporaneità, soprattutto nel frangente della comunicazione, mi frastornano. Pertanto, piuttosto di un’insensata vacuità, preferisco trattenermi e ritirarmi. Forse sono nata così, perché così è sempre stato da quando ricordi. Gli animi non son tutti proprio uguali. Quando troppo ti dilunghi sei in errore, parimenti quando non eccedi in dettagli. Qualsiasi azione è sotto perenne accusa e critica, sicché provo una sorta di noia cronica verso le modalità di comunicazione offerteci, specialmente nel mondo della rete, dove il distacco e il relativo anonimato hanno scatenato le manifestazioni dei peggiori sentimenti umani. Perché scrivere allora? Leggeranno forse i fratelli, avvertendo tra i pensieri la fratellanza stessa?

Attesa

C’è qualcosa di strano nell’attesa e più che mai prima di un giorno importante, nonostante ogni giorno di per sé lo sia, ma quando più che in altri si ha l’impressione di mettere in campo la propria esistenza in nome di una passione si innesca un qualcosa di diverso, una consapevolezza più insolita si affianca alla certezza dell’indomani che diamo quotidianamente scontato. Ancora di più, oggi che non sono più sola, a questa sensazione si aggiunge un ulteriore senso di responsabilità.

Durante la settimana mi sono ritrovata a riguardare fotografie che ancora devo fare stampare, e in tante mi sono rivista da sola in cima ad una montagna, poi sono apparse finalmente le immagini che mi ritraggono in compagnia e in cordata. In questi ultimi mesi è molto cambiata la mia idea di solitaria in montagna, non è più il piacere di un tempo, quando spesso era anche l’unica opzione. Ho fatto tante belle scalate in buona compagnia e non sarebbe potuto essere altrimenti, per cui ora, quando mancano i compagni, manca più di una parte fisica del gioco. Manca come un pezzo di me, come un arto senza il quale non posso scrivere la storia che vorrei raccontare, i sogni si realizzano in coro. L’andare in solitaria rimane semmai un allenamento di ripiego o un piccolo piacere sporadico che mi spinge a non restare in casa da sola ad annoiarmi coi doveri domestici.

Così tra una foto e l’altra mi stupivo di come al mio compagno non piacesse mostrare pubblicamente una fotografia che ci ritrae insieme, preferendone una di lui solo; invece io ero felice soltanto nel vedere quella che ci ritraeva insieme in vetta, legati ai capi della stessa corda. Ed essendo legati nella vita, quella corda per me aveva ancora un altro significato e il senso di responsabilità di trasfigurava in un atto di amore.

L’andare in montagna è diventato uno strano divertimento in cui dover mettere in equilibrio il piacere di vivere la bellezza di un’esperienza e il peso delle responsabilità. Non proprio un gioco spensierato. C’è un limite oltre il quale non si possono commettere errori. Andare in cordata è stato un grande insegnamento e un passo evolutivo, in cui i compagni sono sia elementi esterni che interni, altre persone con i loro pensieri, le loro storie, i loro bisogni e al contempo necessariamente un tutt’uno con chi è al loro a fianco, condividendo tutto, in ultimo anche il rischio di non tornare, per quanto remoto.

Oggi pomeriggio l’attesa si è fatta un po’ schiacciante e se non altro mi ha fatto tornare a scrivere senza dover preparare nulla, modalità in cui ultimamente sono abbastanza assorbita, perché come al solito prendo sempre tutto troppo sul serio. Divento più suggestionabile e non devo soffermarmi troppo sulle storie di chi è morto esattamente nei luoghi verso i quali mi dirigo, magari proprio sulla stessa via. Non si deve prendere niente alla leggera ma nemmeno lasciarsi impressionare. Ancora una volta si deve trovare una giusta via di mezzo, come dicevano gli antichi… Chi ricorda l’aurea mediocritas?

Ripenso a quelle bellissime e grandiose montagne che sempre corro per poter rivedere, le cime che mi hanno stregato lo spirito, e oltre alla loro bellezza traspare ai miei occhi la loro ostilità, ma nulla mi è mai stato ostile quanto l’essere umano, seppure alla fine io continui ad amare entrambi, tanto da continuare a voler tornare a casa e subito dopo voler tornare alle cime, in una infinita catena. E ogni volta si sposta un po’ oltre l’asticella del limite che si è disposti a sopportare o di superare. E ogni volta i sentimenti si fanno ombre ingigantite che si susseguono contrastanti nel teatro dell’anima. Fino a che punto saremo disposti ad andare?

Intanto il riposo ed il suo eccessivo silenzio che rende lento il tempo mi disturbano. No, non sono una roccia, nemmeno quelle se ne stanno imperturbabili a veder vivere il mondo organico. Il gelo le insidia e il sole le stuzzica, poi balzano via come missili verso nuovi pendii.  Ho voglia di partire. E poi di tornare. Sennò poi chi lo tenta il Cervino?

Insieme a 4000 metri

Ci conosciamo da un po’ ormai e viviamo insieme da quasi un anno, eppure lassù a 4000 metri non ci siamo mai stati insieme. Probabilmente ci siamo limitati a desiderarlo, forse sempre di più negli ultimi mesi, ma ecco che si presenta una motivazione, o forse una scusa, che finalmente ci mette in moto. Io mi sto allenando in vista del tentativo di una salita importante che ho in progetto da un anno e girare un po’ in alta quota non può che farmi bene, ma ovviamente serve un compagno di cordata! E’ così che chiedo apertamente al mio compagno se desidera venire con me. Lui è stato una volta sul Monte Rosa soffrendo parecchio di mal di montagna, per cui la sua volontà di tornare in quota è un po’ inficiata dal timore di stare nuovamente tanto male e di compromettere sia la riuscita della gita che la sicurezza della cordata. Allora cerco di incoraggiarlo non solamente a parole, ma spingendolo a fare attenzione all’alimentazione e all’idratazione, specialmente nei giorni precedenti all’uscita.

Non resta che scegliere una destinazione: il Breithorn, con la possibilità dell’avvicinamento con gli impianti di risalita, fattibile in giornata e con un dislivello da superare contenuto, mi sembra un’ottima idea. Fatto sta che bisogna essere a Breuil prima dell’apertura delle funivie, il che significa alzarsi presto… Molto presto. 2.30. Io un po’ ci sono abituata: negli ultimi mesi ho tentato un po’ tutte le tacche dell’orologio della notte per alzarmi e correre verso le montagne. Ma sarà il mio compagno disposto ad alzarsi anche lui a quell’ora? Dopo i primi tentennamenti accetta la proposta, e così eccoci per strada nel cuore della notte.

Arriviamo in Valle d’Aosta persino con un po’ di anticipo, ci prepariamo ed aspettiamo la partenza della funivia, mentre poco a poco altra gente appare e si accoda per i biglietti. Inutile dire che una volta giunti a Plateau Rosà ci mettiamo in cammino con entusiasmo e tentiamo quanto programmato, cioè di raggiungere prima di Breithorn Centrale e poi attraversando in cresta, quello Occidentale. E ci riusciamo senza particolari intoppi, discostandoci anche dalla più trafficata via normale al Breithorn Occidentale. Un po’ di mal di testa si affaccia a preoccupare il mio socio per qualche istante e l’ultima parte della discesa, sotto un sole rovente, ci fiacca un po’, ma sicuramente questa gita ben riuscita è ciò che ci serviva per iniziare a sognare un po’ di alpinismo in alta quota finalmente insieme!

Quasi in cima al Breithorn Centrale
Breithorn Occidentale e Cervino dal Breithorn Centrale
In cresta

So che sono solo un mucchietto di semplici parole che raccontano un giorno bello per noi ma semplice, non certo un’avventura che vi possa tenere col fiato sospeso; sarà il periodo o sarà che non riesco a fare diversamente, ma queste sono le uniche parole che riesco a spendere oggi, un po’ perchè mi va, un po’ perchè me ne sento quasi in dovere. La nostra vita a volte sembra un treno che corre via a tutta velocità, come sempre mi immergo nel quotidiano e cerco di viverlo fino in fondo. Facciamo incredibili incastri che sembrano quasi opere d’arte, ma fragili come cristallo, un po’ come la sera di ritorno dal Breithorn, quando siamo ancora arrivati ben in tempo per la cena tra amici a cui eravamo stati invitati. E sì, o sono al lavoro o sono in montagna – che sia casa o che sia arrampicata o alpinismo.  Sono sempre in movimento e fermarmi sul pc non sempre mi riesce, anche perchè come sempre, come già raccontavo negli anni scorsi, la cosa non mi appassiona tanto come la vita vera e, per essere antipatici a tutti i costi, mi infastidisce addirittura qualora mi ritrovo a leggere di fretta le tante idiozie che affollano il web. Mi passa proprio la voglia. Sarà che invecchio ma sopporto sempre meno, più imparo cose più prendo consapevolezza della mia passione e più mi sento isolata da un mondo che fa di tutto un business, purchè si venda, anche se di tanto in tanto ci scappa il morto. Perchè anche i morti fanno business…aumentano il pil…

Ma in fondo tutto questo è stupido perché logicamente
io se fossi Dio la terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano
io se fossi Dio non mi interesserei di odio o di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono

E allora va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna come ho fatto io

Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

Ghiacciai in regressione
Uno sguardo verso il Monte Rosa

 

Ricordare da dove si arriva

Giravo ancora con la piccozza di mio nonno. Le mie possibilità erano poche, molto poche. Salire un canale nella mia valle o in una vicina era qualcosa di grande, qualcosa per cui piangere una volta in cima. E’ vero che i sogni si deformano e si ingigantiscono, danno alla testa, portano a compiere assurdi sacrifici e lotte quotidiane, finché quasi non ci si riconosce più; ma ogni tanto bisogna ricordarsi da dove si viene, per non perdere la strada.

I più giovani erano portati a sorridere della mia attrezzatura, mentre qualche anziano montanaro vi riconosceva qualcosa di prezioso; per me è stata qualcosa di più: un vincolo iniziatico e una staffetta da portare avanti, il cui testimone era passato tra le mani di mio nonno prima e di mio padre poi, ora nelle mie. Quella picca era enorme, totalmente fuori misura per me; per certo doveva essere divertente incontrare qualcuno che se ne andava in giro così. Pantaloni neri vecchi di anni, un po’ sgualciti, che tuttavia uso ancora adesso, riparati già tante volte e utilizzati con delle vecchie bretelle perché nel frattempo un po’ si saranno lasciati andare loro, un po’ sarò dimagrita io a furia di muovermi; una vecchia giacca rossa che mio padre mi aveva comprato “per la crescita” e che probabilmente era da maschio e maglie termiche comprate per pochi soldi. E poi io che insomma, non sono mai stata nelle fila di quelle belle. Poco accettabile per un mondo che si nutre di apparenze. Sia i miei conoscenti che gli sconosciuti che vedevo qua e là per i monti, a mio confronto sembravano dei fotomodelli. Sembrava di rivivere i tempi delle scuole, tra elementari e medie, quando avevo i brufoli, indossavo delle cosacce brutte e tristi da mercato, tutti già iniziavano a fare i fighetti e il mio soprannome era “cesso”. Insomma, una vita da classici sfigati, corredata dalle prese in giro e dalle umiliazioni del bullo di turno. Orribili anni.

Al corso di alpinismo: con la picca e le ghette “di famiglia” e vestiti vecchi di anni comprati ancora con mio padre, lo zaino del regalo per i miei 18 anni, i bastoncini che mi regalò Peter venendo in Europa dall’Australia per il Cammino di Santiago. Scarponi e ramponi comprati a Natale e un caschetto in super sconto. Et voila!

Per fortuna così tanto tempo dopo tutto ciò mi importava molto di meno. Perlomeno ero in montagna a fare qualcosa che mi rendeva felice. Avevo comprato un libro fantastico per capire dove andare a ravanare con i miei ramponi nuovi di Natale e la vecchia picca: una collezione di itinerari di sci ripido, mentre gli sci li sognavo come uno strano miraggio e non avrei creduto di poterli usare mai. Quelle pagine rivoluzionarono in un baleno la mia visione della montagna invernale. E la fortuna maggiore era che le condizioni per andare c’erano, nonostante l’inverno poco abbondante di precipitazioni nevose, c’erano eccome, probabilmente più per me che per gli ultimi ostinati sciatori. Da quel momento una parte di me si innamorò del lato scuro delle montagne, della parete in ombra, dell’esposizione nord. Volevo assolutamente arrampicare su ghiaccio, ma questa è una storia che ho già raccontato.

Nel frattempo colui che stava diventando seriamente il mio compagno, aveva fatto la conoscenza di un rifugista della valle, presso il quale aveva lavorato per l’installazione di una parabola satellitare per internet. Avevo la mia lista di itinerari papabili, come tuttora ho, e uno di quelli passava proprio per quelle zone. Una sera, proprio mentre cenavamo assieme, il rifugista fece una chiamata di prova al mio ragazzo utilizzando il nuovo servizio, invitandoci poi ad andare a fargli visita. Chiesi com’erano le condizioni su e alla risposta… “Domani salgo”. Probabilmente il nostro buon Gianfranco non aveva inteso che davvero sarei arrivata, finché il pomeriggio successivo, mentre lavorava sotto il caldo sole, vide giungere una ragazza con lo zaino in spalle.

La mattina seguente, partita all’ultimo buio, salivo con due picche – quella di mio nonno e una che Gianfranco volle a tutti i costi prestarmi – e in zaino una radio per eventuali comunicazioni. Pochi minuti alle otto ed ecco che sbucavo dal tratto più ripido dell’uscita del canale nel raggi del sole mattutino, in vista delle croci di vetta. E tutto il resto del mondo giù a valle.

Prime luci del mattino avvicinandosi ai canali nord del Tenibres
ancora prima

Ero stata sul Tenibres per la prima volta tanti anni addietro insieme a mio padre, gita da lui preventivamente descritta lunga a me che ero solo ragazzina e avrei potuto stufarmi anzitempo del lungo camminare. Una giornata un po’ nebbiosa, come tante ne prendevamo, come avessimo avuto un abbonamento al tempaccio. Una fotografia di quel giorno mi ritrae mentre cammino lungo il nevaio al di sotto della cima, lungo la via normale. Proprio di lì andai per scendere. Tra le roccette mi colpì come una saetta la sensazione della presenza di lui. Un saluto commosso e ripresi la mia via verso valle. Giornate che rimangono impresse nei dettagli anche dopo tanto tempo, giornate che nutrono lo spirito, giornate che lasciano dietro di sé un significato che ci modella come un abile scalpello e contribuisce a creare ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani.

In cima al canale
Uno sguardo dalla cima

Un anno dopo quella salita mi sono ritrovata a volerla ripercorrere preparandone una recensione; molte righe le ho scritte esattamente nei giorni esatti in cui ero lassù – nemmeno a farlo apposta – e ho terminato nei successivi. Il tempo per scrivere devo sempre un po’ ritagliarlo, ho ancora tanto da raccontare di quanto vissuto nelle ultime settimane, ma non riesco a star dietro alla vita. Solitamente ci riesco quando non lavoro al mattino e non impiego tali ore all’aria aperta… diventa complesso! Magari ci sarebbero altri momenti ma allora non vengono proprio le parole e allora mi perdo in qualcos’altro. Intanto quest’anno non sono riuscita a salire dei canali nelle mie valli, per diversi motivi, di cui il maltempo in primis o l’essere spesso altrove nei finesettimana; così eccomi a ripercorrere quelli dell’anno scorso e la cosa mi turba sempre un po’, poichè la mia vita è cambiata tanto da allora.

Realizzando uno schizzo del Tenibres e dei suoi canali nord per la recensione
Dulcis in fundo…

Qualche giorno fa, durante il solito sabato piovoso, stavamo mettendo a posto in cantina e tra le varie scatole ne abbiamo trovata una contenente un paio di ramponi della Camp, vecchi ma non vecchissimi. Resta l’enigma su chi fosse stato il proprietario: mio padre o mio nonno? L’altro paio che ho in casa è davvero molto molto vecchio, tanto da far pensare che nessuno dei due l’abbia mai utilizzato, ma bensì trovato da qualche parte, mentre il paio appena scoperto è stato sicuramente usato. E’ stato un ritrovamento emozionante per me.

Un giorno spero potrò ritrovare le fotografie che i nonni ogni tanto tiravano fuori e si mettevano a sfogliare insieme a noi, sempre che non siano state buttate o perdute dopo la loro morte; per il momento sono impossibilitata in tale ricerca, ma se mai riuscirò ad entrare ancora nella loro casa spero di potervi provare. Ricordo tra il resto le foto del Monte Rosa, mentre in casa, tra le foto di mio padre, spiccano quelle di lui e il nonno sul Monviso, che ho riguardato con affetto la sera prima di affrontare la mia prima salita.

Per una cascata di ghiaccio (e non solo)

Nella notte sognavo una cascata di ghiaccio, a tratti mi svegliavo e rimanevo a pensare, ad ascoltare i muscoli che riposanono mentre la mente continuava a far baccano. Ed era buio ogni volta che aprivo gli occhi.

Pronti alla partenza!

Forse sto lenendo i sensi di colpa per non aver fatto molti progressi alpinistici negli ultimi cinque anni: in questo lasso di tempo infatti ho letteralmente dovuto imparare a sopravvivere, ho dovuto scoprire di colpo il mondo dei cosiddetti adulti e farmelo andar bene, che tanto indietro non si sarebbe mai tornati e la vita non avrebbe concesso molti favori. Ho imparato a gestire casa da sola, ho frequentato l’università, ho viaggiato, ho appreso ad autoprodurre molte cose, ad allevare gli animali, a coltivare l’orto, a ballare, ho cercato di costruirmi un lavoro e intanto ne facevo altri, saltuari e sempre miseri. In entrambi i casi lavoravo tante ore e non guadagnavo mai niente. Per un periodo ho provato a portare in giro curriculum, senza risultati. Ho imparato a tirare la cinghia in modi in cui non avrei mai pensato riuscendo ad essere felice comunque, pur sperando che le cose andassero meglio. Ho passato un inverno scaldandomi poco e tenendo spenta la luce, usando le candele tutto dove si poteva. Ho imparato a gestire gli attacchi d’ansia fino a farli sparire. Ho imparato a gestire la solitudine continuativa. Mi sono ostinata a voler rimanere a vivere nella mia casetta in montagna nonostante ci fossero alternative forse più allettanti… ma non per me. Tuttavia, se l’anno scorso sembrava che ci fosse speranza per il mio artigianato, quest’anno il mercato disastroso e l’assottigliarsi ulteriore delle risorse mi hanno convinto definitivamente a prendere un’altra strada. La depressione mi ha nuovamente braccato per mesi. Il senso di fallimento mi mordeva dentro e niente lo metteva a tacere. Ancora sta lì a far capolino di tanto in tanto.

Nel frattempo si muoveva qualcos’altro, già da un po’. Potevo già comprarmi di tanto in tanto qualche vestito nuovo, un paio di scarponi e dei ramponi nuovi a Natale con i soldi donati da mia madre e da mio nonno. Dell’altro nonno recuperai la vecchia picozza che se ne stava sotto il letto e iniziai a salire per i canali innevati. Mi pagai un abbonamento alla palestra di arrampicata. Poi finalmente un’anima pia iniziò a portarmi a scalare con la corda, pezzo dopo pezzo iniziai a mettere da parte la mia attrezzatura. Mi ha sempre fatto ridere mangiare riso bianco e verdure dell’orto per comprare roba superflua. Semplicemente non ritenevo superflui i miei sogni e gestivo le mie risorse di conseguenza, sempre sul filo del rasoio e, non lo nascondo, in perdita di tanto in tanto, ma con una anomala fede nel futuro che chi mi trova pessimista non riesce ad immaginare. Seguì un corso per muoversi su ghiacciaio e a fine luglio la salita indipendente al primo quattromila, il Gran Paradiso, che sognavo da anni. Poi storie di cui ho già raccontato.

Ricordo ancora quando un paio di anni fa centellinavo la benzina e per cui andare in montagna era un lusso, non andavo lontano, continuavo a fare quasi le stesse cose di sempre pur nutrendo anche gli stessi desideri di sempre, desideri che portano oltre. Ricordo poi quando nel dicembre scorso vidi il l’annuncio di un corso di arrampicata su cascate di ghiaccio e – oltre a dover tribolare per permettermelo – esso si svolgeva sempre di sabato e domenica, ed io il sabato e la domenica dovevo assolutamente lavorare, anche con l’influenza intestinale. Ovviamente dovetti rinunciare.

Ora, sul vento di tanti cambiamenti – che pur nella loro positività di tanto in tanto mi provano non poco – ho potuto scalare la mia prima cascata di ghiaccio, esattamente un anno dopo quella rinuncia. Già solo alzarmi la mattina sapendo di incontrare i compagni mi metteva di ottimo umore e quando risalendo la Valle Varaita gli altri iniziarono ad indicare le prime colate di ghiaccio io mi ritrovai in un sogno. Con lo stesso sentimento presi in mano le picozze che mi venivano prestate e dovetti controllare l’emozione non appena attaccai il primo tratto ghiacciato. Mi fecero scalare sia da seconda che da prima di cordata. E ricordo quando, nel tratto verticale della cascata, con gli altri già in sosta, le braccia in fiamme e l’acqua gelida che mi pioveva addosso, avrei voluto farmi calare giù, da qualche parte trovai un lumicino di forza per tirarmi su e sbucare sull’ultimo miracoloso scivolo a 60°. Ne era valsa davvero la pena.

La faccia che uno si ritrova appena uscita dal pezzo che non riusciva a passare…
E ci si cala allegramente in corda doppia…

Quest’anno ci sono davvero molti propositi per quello a venire. Un anno e una stagione fa entrai per la prima volta in una palestra di arrampicata; fino ad allora avevo ripetuto le salite di mio padre e di mio nonno, superando al massimo tratti di II grado. Oggi posso arrampicare sul VI e vedere un orizzonte schiudersi davanti a me. Ho propositi per i quali non basterebbe una vita umana. Intanto mi sto allenando, sto continuando ad imparare, facendo attivamente, leggendo e studiando, carpendo informazioni e conoscenze tutto dove posso. Come sempre coltivo. E’ come se non mi importasse di chi scala enormi pareti su enormi difficoltà: anche se non ho potuto arrampicare nel senso comune del termine, in questi anni ho scalato tutti i muri che mi ha piazzato davanti questa strana vita ed ora posso iniziare a scalare le montagne nel modo ho sempre voluto e andare a vedere dove mi era stato detto: lì non si può salire. E questa possibilità, con le cose che si stanno realizzando, sono già di per sè una grande vetta.

E adesso si prova da primi

Le fotografie nel testo sono state scattate durante la giornata trascorsa con Andrea e Nicola in Valle Varaita, sulla cascata Pineta Nord originale, a Pontechianale.