Finalmente Oronaye

Pensieri dopo una bella salita autunnale al Monte Oronaye, che svetta coi suoi 3100 metri di calcare sulle valli Stura, Ubayette e Maira. Cima desiderata da tempo, ottima occasione per studiare quello che potrà essere un interessante ambiente invernale-primaverile e per tenersi in allenamento per i progetti dell’anno nuovo.

Davanti ai miei occhi scorrono verso valle lente cascate di detriti. Non si sale, si arranca incapaci di restare propriamente eretti. Eppure due sagome in lontananza incedono lentamente come vi fosse veramente una traccia. Ogni movimento sconvolge il silenzio della quiete autunnale. Le montagne sono state abbandonate quasi da tutti; non è più estate, eppure le condizioni rimangono quasi le stesse ed il mio spirito è attratto come da un buco nero, in attesa del grande cambiamento invernale. Non esistono più ordinarie stagione, soltanto il tempo d’andare.

La mente decide di ignorare l’evoluzione che ci ha condotti a porci in assetto verticale e – per ritrovare la stessa verticalità fino alla sua compiutezza – ci induce ad avvicinarci al piano inclinato del suolo instabile, facendoci incedere come un animale in preda a gran furore. Finchè si possa nuovamente camminare, per poi raggiungere il confine della forcella.

Mi affaccio su una Valle Maira ombrosa e muta; oltre, verso il sol levante, ciò che rimane della strada da compiere. Finalmente si arrampica un po’, su quella roccia marcia miracolosamente solida, almeno per il necessario. Si cavalca il filo tra i due poli, tra sud e nord, tra luce ed ombra, tra convinzione e tarlo mentale, ma trovando il giusto equilibrio e sbucando così sulla vetta inondata di luce dorata.

Ben fatto, mi dico. Dopo un’immersione nella concentrazione, si scia sui detriti fino a valle, ci si lascia trasportare da questo destino felice, incapaci di realizzare la verità dell’azione fisica ma proiettati in un mondo di idee e stati mentali, come se il corpo non fosse che una mera estensione di una potenza invisibile chiusa al suo interno, che troppo spesso ci inganna del contrario. Viviamo in una splendida allucinazione. La vetta, alle spalle, è un altro segno dentro di noi. E si annulla, per chimera quale era, svelando i simboli e lasciandoci nudi allo specchio.

Con la mente lucida si può trattare adeguatamente con le inclinazioni apparentemente tipiche della gioventù; l’irrequietezza, l’avventatezza, l’incoscienza, l’imprudenza possono essere analizzate dalla coscienza che abbia fatto tesoro negli anni degli insegnamenti della montagna. Innanzi ad essa l’alpinista non ha né sesso né età: è il suo stato coscienziale a renderlo più incline al successo lieve o al tragico fallimento.

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Concretizzando sogni

L’acqua calda corre sulla pelle in rivoletti vivaci al ritmo dei pensieri. Un grande canale interminabile in un giorno di tarda primavera. E chi il compagno di viaggio? Una presenza amica o il fischio del vento che rende assordante il silenzio? Si dispiega un sorriso compiaciuto. La solitudine è ancora preferibile all’incomprensione e alla superficialità e talvolta non identifico quale sia l’azzardo maggiore. E poi ancora una imponente piramide di roccia e ghiaccio e una cascata di stravaganti desideri.

Poi divago, mi perdo nel mio senso di fallimento e afferro con forza un filo sottile che mi riporta a galla. L’anno scorso, sul finire di ottobre, mi trovavo in cima alla Rocca Provenzale a seguito di una fuga da una nottataccia, dai mostri e dalla nausea. Dalla vetta un altro sogno da inseguire si presentò ai miei occhi nella gran luce del sole: era la Torre Castello – di una forma follemente bella – e dietro di essa, separarata da una profonda forcella, Rocca Castello. Così distanti, come se l’aria sospesa tra le pareti fosse al contempo una voragine nella mia anima. Incolmabile.

Lottai tutto l’inverno e tutta la primavera fino ad abbozzare un’idea di serenità.

Ora sento ancora i miei piedi nudi a contatto con la roccia fredda di quelle due cime, arrivate per inaspettato caso in un giorno qualsiasi di un altro ottobre, un anno dopo, così solide e reali. E la Provenzale laggiù a valle. Cambio di prospettiva. Sul far del giorno il cielo era verde, verde speranza. Realizzo di essere in grado di concretizzare i sogni generati dalla mia mente. E così sogno ancora più forte.

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Rocca Provenzale arrivando a Chiappera
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Dalla cima della Rocca Provenzale, Torre Castello

Un anno dopo…

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Rocca e Torre Castello avvinandosi al Colle Greguri
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Le croci di vetta

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Nella forcella Castello
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Torre Castello, Placca Gedda
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Rocca Castello – King Line

Il viaggio continua…

Montagna: alpinismo e vita quotidiana

Un nuovo progetto multisensoriale nato da un istante di improvvisazione. In occasione della festa patronale di Valloriate (CN), giovedì 21 settembre 2017, si terrà la presentazione,  che oltre ad essere una prima assoluta è del tutto sperimentale. La serata prevede la lettura espressiva di alcuni brani, accompagnati da musica e fotografie. Il tema quest’anno è la montagna, mondo sul quale verrà dato uno sguardo sul risvolto alpinistico e su quello delle situazioni quotidiane, entrambi vissuti direttamente e testimoniati tramite la scrittura. A dirigere il tutto Stefania Lovera, nella speranza di stimolare piacevolmente il pubblico come l’anno precedente, quando fu organizzata una serata sul tema del cammino di Santiago, da lei percorso partendo da Valloriate nel 2015. Questa volta l’autrice tenterà di farci entrare nella sua personale visione del mondo a cui è fortemente legata: quello montano.

Se ho una preoccupazione è certamente legata al poco tempo che ho avuto per prepararmi, dalla scelta dei testi allo studio personale, tutto è rimasto molto “all’ultimo”, anche i dettagli tecnici e pratici. Per la prima volta leggo dei brani scritti da me e credo sia un passo importante. Spero che anche quest’anno il risultato possa piacere ma soprattutto emozionare almeno parte del pubblico, poichè una volta ancora è questo il tipo di approccio, non certamente una disamina tecnica di salite in montagna o di dettagli della vita quotidiana in una piccola frazione abbandonata. Ancora una volta punto tutto su spiritualità e filosofia, perchè non siamo fatti di sola materia, come per me le montagne non sono fatte di soli ghiaccio, neve e pietre.”

Rene di pecora

Il pastore mi porge un rene sulla punta del coltello. Non ho mai mangiato un organo interno di un animale. Dopo aver saltato il fegato ora non posso tirarmi indietro, tocca a me essere onorata di una delle parti più prelibate. Lo prendo con le dita e lo appoggio nel piatto, non ho coraggio di mangiarlo intero. Ne tasto al consistenza, lo taglio a metà, lo porto alla bocca. Ho il terrore di avere un conato di vomito. Mastico, mastico, guardo gli altri ed esclamo: “E’ buono!”. Non così convinta invero, ma è tutta una cosa mentale. Dopo tre anni riesco a deglutire, bevo e poi sono pronta ad apprezzare meglio la metà che rimane. Rene di pecora. Una madre ha partorito due agnelli, ma uno non può crescerlo, è di troppo. Che fare allora? Si sceglie.

Sui pascoli aridi aleggia umida nebbia. Ogni stelo d’erba prega il cielo per pioggia. Tutti gli animali sono quieti: pecore, asini, cani. E noi un giorno ancora siamo gli eletti: al riparo nella malga condividiamo un pasto nella penombra di una stretta stanza. La carne è cotta nel forno costruito pietra su pietra per tutta la notte. Il formaggio è cagliato dal latte delle due mucche e i pomodori con le cipolle arrivano dalla valle.

Immaginate come possa essere mangiare un animale vero dopo non aver toccato carne per quattro anni e aver ricominciato solo a masticare cose che non paiono essere mai appartenute a qualcosa che fosse vivo. Tuttavia nel tuo codice genetico è impresso l’odore del sangue appena stillato dalle vene recise, quello delle piume bruciacchiate, il rumore dello strappo della pelliccia del coniglio, la visione delle mani che afferrano le interiora ancora tiepide. E la morte che aleggia nell’aria immobile e l’olezzo che fa. Lo sguardo pieno di dignità dell’animale morituro. Non si può che mangiare con devozione, abbassando il capo con rispetto, tenendo a mente la sacralità della vita.

I cani puliscono le ossa tranquilli sul prato. Il piccolo imita i grandi e segue giocosamente il pastore. Abbaia agli asini che placidamente lo ignorano, tutti presi a contendersi le pagnotte secche che sono state lanciate loro. Anche il cane riesce ad accaparrarsene una. Più per gioco che per fame.

Noi restiamo in silenzio, abbiamo ascoltato storie di altri tempi e altri luoghi più selvaggi e remoti, dov’è ancora normale morire da bambini per la mancanza di una qualche medicina, non c’è molto da dire. Sappiamo poi che anche tutto questo sta per finire, forse non solo per questa stagione. Finire e basta. Gli aliti di vento che fan tremare le foglie sono gli ultimi respiri di un tempo separato da tutto, che se non si raccontasse sarebbe come inesistente, protetto dal silenzio delle montagne. Le nostre terre sono piene di queste bolle sospese, sempre sul confine incerto della dissoluzione: resistenze, resistenze contemporanee. Qualche ragazzino ha fatto in tempo a vedere questo universo moribondo che arranca con stanchezza. Ricorderà un giorno?

In ogni punto l’orizzonte annuncia l’autunno, sentiamo l’aria cambiare nella carezza sulla nostra pelle, nella luce del giorno e nell’odore del vento. I pascoli si svuoteranno come le frazioni deserte. Qualche lanterna sparsa resisterà all’inverno, può darsi, chissà. I ragazzini sono spensierati, noi lo sembriamo almeno un po’ per qualche fragile intervallo di tempo sospeso.

Calcoliamo gli anni col passar degli inverni, perché è solo con il naturale assecondarsi delle stagioni che si guadagna un senso più pieno del tempo, ancestrale e vero. Ancora una volta, prima della rinascita, ci prepariamo al tempo solitario e silenzioso, duro e spoglio; ancora una volta ci stringeremo tra di noi pochi volti familiari; ancora una volta accenderemo i nostri focolari. Giorno dopo giorno tentiamo ancora la nostra via disperata: restiamo in montagna.