Come i piccioni al mare

Un uomo dà pane ai piccioni alla foce del fiume, sorride, se ne va.

L’indaco del mare alla sera, nubi all’orizzonte, mi consola un po’, ma voglio ribellarmi all’abitudine della malinconia. D’un tratto mi accorgo che la mia vita è infine tanto felice.

Quelle anatre grasse: ci fermiamo a guardarle con l’occhio trasognato di chi non ha mangiato qualche vita fa o di chi non ebbe tempo di essere bambino. Per nuovi giochi che aggiungono qualche pennellata di colore alla vita raccolgo foglie profumate di eucalipto. L’acqua sfuma dal pallido all’intenso folle.

E’ strano perché non c’è quell’odore di città di mare, il vento non lo restituisce od io perdo ciclicamente qualche senso. E’ una città naufraga, non sta davvero sulla costa, ma naviga nella liquidità del nostro tempo, senza scopo, senza direzione apparente. Pare proseguire giorno dopo giorno in silenziosa inerzia, spontanea, anarchica. Fu estranea, ora apre il ventre e si fa accogliente. Viuzza stretta, antiche mura. La vita dà un altro giro, tremo sulle vibrazioni del cambiamento come alla frescura del vento mattutino che increspa il vasto blu di mille creste bianche scintillanti al sole.

Dormii in terra, odore di piscio. Dormii in un letto, profumo d’amore.

Vita mia ti beffi dell’animale umano, perché quell’uomo che porta il mangiare ai piccioni, mi dici, è una storia che piacerebbe ad uno scrittore bisognoso d’inchiostro e così tutte le anime che in un simile posto – così squallido e bello come un confine travagliato, un paese di passaggio, frontiera – sostano costrette a dormire un’altra notte, attendendo placidi come acque stagnanti un lasciapassare. Certo per alcuni, finite le vacanze leggere dei cittadini che abbandonano la città per un’altra città. Gli altri sognano la via dei monti come contrabbandieri di sale per dare un po’ di sostanza alle lacrime annacquate a forza di troppo sperare. Una notte ancora invece la prenderei per noi, ma tutti si deve partire, ironia della sorte, non c’è nulla da scambiare. Passeranno, passeremo. Ognuno il suo confine. Tutti un po’ come formiche, per come si può, si vive ancora una stagione.

Ha nevicato sui monti, neve di maggio, come un giorno che partii. Ora torniamo. Nella mia terra non fioriscono ancora le rose, solo qualche parola ed è già tanto dono, con un ultimo bacio quasi rubato prima di rintanarci nelle nostre solitudini.

Qualcuno canta in portoghese stanotte. Fado e saudade rimangono un gioco sempre più insensato, non so rinunciare: il bello per il bello a cui l’anima è tanto avvezza e grazie alla cui visione è sopravvissuta negli anni. Ma distante mi pare, più distante seppur mio, questo cantare. Struggentissime note per far conoscere allo spirito orgasmi di gioiosa commozione, qualche lacrima vivace affinché gli occhi brillino come grandi stelle nella notte scura e siano la bussola dell’amato, che ad essi sempre possa tornare! Voglio brindare all’estate che arriva, berremo vino ed ogni giorno sarà tempo d’amore. Si sente nel vento: sta cambiando la stagione. Canto finché arriva.

Volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio

Dal monastero volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio. Da quando eravamo arrivati il mio sguardo era stato immediatamente magnetizzato dalla presenza delle cime debolmente innevate, che parevano così alte e lontane, pur così vicine, da dare all’ambiente una incredibile profondità. Nella penombra della chiesa, oltre al canto dei monaci, vestiti come uomini le cui mani lavorano la terra, giungeva alla mie orecchie ed al mio cuore bisognoso di pace, quello degli uccelli.

Tutto tace. Mi accarezza il vento e trovo immenso riposo nei prati verdi dai quali s’aprono alla luce mille e mille occhi di primavera, minuscoli fiori di tante diverse fatture, poco a poco abbandonando il tedio ed il peso delle sopravvivenza. Al canto costante s’unisce il mormorio del torrente e l’impercettibile vibrazione dell’aria, che m’accompagna dalla umane pietre alle rocche assolate, fino alla cima più alta, che pare densa di presenza. Ho pensato molto prima di scrivere “Dio”, io infedele. Ma non ho bisogno di giustificazioni quando penso e dico che tutto è Dio, non temo il nome della pluralità che dimora nell’Uno, e trovo ancora un senso a collocare ogni cosa in un grande cerchio imperfetto contemplante i suoi opposti e in essi la sua sfuggente identità.

Oggi è un dono. C’è tutto il necessario ad una più scarna e vera felicità dell’esistere, e lo intuisco nell’assenza del desiderio della scalata alle vette che mi stanno in fronte, e pensando poi al desiderio dell’amato, lo sento tanto vivo nel cuore da accettarne serenamente la momentanea assenza apparente. E mi sovviene un cantico antico.

Ah, la nostra vita è impacciata di tante catene! Grande sollievo mi porta il silenzio, tenuto anche in compagnia degli amici. Cadono così quelle convenzioni che tanto mi fanno soffrire: lo riempire, l’apparire, il giustificare, il razionalizzare tutto a tutti i costi. E finalmente sto un po’ bene. A volte chiederei solo di poter tranquillamente esistere, nel silenzio immenso che a ben ascoltare contiene tutte le voci che si possano udire, quietamente così, in una tacita intesa con il cosmo, che pare rispecchiare il senso che demmo al suo nome nei tempi antichi.

Un giorno che saremo liberi saliremo cime senza nome che non compaiono su alcuna cartina, abbandoneremo le convenzioni, le forzature, le finzioni, e contempleremo dischiudersi i petali della verità dell’esistenza, e non avremo umane parole per essi. E la intuisco lassù, su quel limite che si staglia nel blu, velato di foschia come il mio occhio che si posa sulle cose del mondo.

Sono contenta che oggi le cime davanti ai miei occhi non abbiano per me un nome, e che non le possa raggiungere. Un giorno lassù, in qualche luogo che permane innominato, le visioni si faranno limpide e tremende come il divino dei tempi remoti. Io continuo a venerare, camminare, salire e studiare come lo si possa fare, e lo sogno che sia desta o dormiente, come un sant’uomo che sia sempre in comunione di spirito colla sua deità, componendo di giorno in giorno canti e nuove preghiere.

Ogni uomo ha la sua via ed il proprio modo di pregare. Il mio è legato a quella enorme e indefinibile presenza dai mille volti, che chiamo semplicemente Montagna.

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Per un gruppo di mucche

Martedì mattina c’era una luce diversa al risveglio; c’era proprio luce dopo mattine oscurate dalla tenda, famigliare, rassicurante all’eccesso, entrava insieme all’aria fresca dalla finestra nel tetto di casa. La prima percezione la precedeva tuttavia: campanacci di mucche. Tornando dalla Valle d’Aosta a notte fonda non mi ero accorta di nulla.

La sensazione è dolcissima, così consolatoria, confonde i confini della veglia e del sogno. Dalla porta della cucina contemplo le vacche bianche ad eccezione di una. Giusto e bello mi dico, un regalo.

Non so di chi siano le mucche, solo che hanno dato una sferzata di vita a questo angolo di mondo silenzioso. La loro compagnia costante mi pare colmare un abisso. Torneranno mai? Ancora sono qui!

La sera, mentre riempio gli annaffiatoi alla fontana, arrivano anche i vicini anziani sorridenti come non mai. Lui apre la strada lodando tutte le qualità e le virtù delle bellissime mucche. Prendiamone una! Ride. Torna bambino. E poi arriva la moglie e mi invita: andiamo a guardarle mangiare! Per un momento sgrano gli occhi perplessa e continuo con la mia occupazione, poi chiedo: le avevate anche voi, no?Sì, tre. C’è quasi una nota di commozione nella risposta. Mentre bagno osservo i vecchi guardare da vicino le mucche, insieme, ringiovanendo, rivivendo gli anni intensi. Mi sembra di vederli giovani sposi a far l’amore, e i figli poi, nell’aia tra gli animali. Quello che sembra un miraggio diventa sostanza inacessibile di un passato in cui non è concesso altro che immaginare, là negli occhi che ammirano sognanti las vachas.

Ci sono poi due donne che tirano fuori quattro bambini esagitati dal bagagliaio per mostrar loro le stesse mucche. Urlano come dannati. Non capisco se riescono a prendere la scossa con il filo elettrizzato o se tutta la fibrillazione sia data dalla mirabile visione dei biancheggianti animali o dall’estrazione dall’insolito luogo di trasporto nell’aperto ossigeno al di fuori. Nella stanchezza della sera, come una mosca noiosa, il primo spontaneo pensiero è ma non hanno mai visto nulla? E segue ma quando se ne vanno? E infine stai diventano vecchia, intollerante e intollerabile! L’unica consolazione lo sguardo perplesso che condiviso con las vachas.

Qui tutti parlano delle mucche. Di mattina continuo a svegliarmi con le loro campane che assopiscono la vacua ricerca delle mie mani nel freddo immobile al mio fianco. E di tanto in tanto penso che se ne andranno presto, e altrettanto presto mi chiedo se stringerò quelle altre mani dolcissime, ed esse insieme le rocce eterne. Girano gli occhi, i pensieri via su un alito di vento. Il sonno. L’orecchio si tende nella notte: dormono las vachas.

E noi no.

La guerra inizia in casa

Fatti ecclatanti: ne sono accaduti molti negli ultimi anni, negli ultimi mesi. Non mi sono mai pronunciata e non lo farò nemmeno oggi. Non posso fare grandi teorie su come cambiare i grandi sistemi; posso parlare solamente di quel che vedo uscendo dalla porta di casa e dire che vi trovo qualcosa di ugualmente inquietante: questo azzardo che tale non mi pare perchè tutto è collegato e perchè credo che i grandi sistemi siano tali perchè c’è un tacito consenso e un’alimentazione dal basso.

Oggi il mio pranzo è diventato freddo perchè sono rimasta coinvolta nelle discussioni tra i miei vicini. Non siamo in un condominio: siamo in una minuscola frazione di montagna, uno di quei posti che a chi vive in città spesso appare come un paradiso. Forse se avete visto il film Il vento fa il suo giro potete immaginare che spesso sia solo un’idea platonica. Vi dico: se volete andare in montagna per vivere tranquilli premuratevi di non avere vicini nè presenti nè potenziali in futuro. Andate a fare gli eremiti. Con le altre durezze dell’ambiente potrete mediare se la vostra fibra è buona, ma credo che farlo con i vecchi montanari incalliti sia pura illusione. Non giocate a fare l’americano che porta a tutti la democrazia con convizione più o meno spiccata. Aspettatevi le bombe sotto il culo. Aspettatevele in ogni caso. E se volete fare gli antropologi assicuratevi di essere almeno gandhiani e lasciatevi una via di fuga.

Sono sgomenta di fronte all’attaccamento per la proprietà privata a livelli che mai avevo immaginato. Sono sgomenta di fronte alla nuda validità della vecchia legge occhio per occhio, dente per dente, alla giustizia fatta da sé, alla resistenza del meccanismo della vendetta e della faida. Tu non passi qui con il trattore: allora tu non parcheggi la macchina lì. Tu non mi fai passare di qui: io ti lascio tutto sporco attaccato a casa perchè tanto è mio ed è mio diritto lasciare sporco, non ci sono leggi che mi dicano di pulire. Qui la vita è grezza, è pura materia, sfruttamento, sopravvivenza, interesse egoistico. Una ritorsione continua, un eterno tentativo di fottere l’altro al meglio delle proprie possibilità, tutto coperto dallo slogan del vivi e lascia vivere.

Non crediate che il montanaro debba per forza essere un uomo interessato a mantenere l’ambiente che lo circondi, nè a rispettarlo, nè a volerlo lasciare bene per il futuro. Non aspettatevi che abbia gusto per il pulito e per il bello, non aspettatevi case in pietre e fiori alle finestre. Non aspettatevi che lo salvi la fede in Dio o l’andare in chiesa: è tutta ipocrisia, apparenza, il rito della domenica. Non aspettatevi fiducia, dialogo, comprensione, purezza di intenti. Aspettatevi piuttosto le ortiche fatte crescere lungo i confini, dispetti, furti, insulti e intimidazioni che non potrete mai denunciare. Aspettatevi persone che somigliano di più alle pietre. Quelle che si staccano dalle pareti, non quelle che si calpestano.

Ho cercato inutilmente di calmare le acque. Non si può pretendere di indurre questa gente a ragionare in termini diversi dai loro. Noi siamo qui da ben prima, l’eterna difesa. Mi sono ricordata che non sarò mai ben accetta qui. Perchè io faccio parte dei signori, anche se a volte non arrivo a fine mese. Perchè non sono nata qui ma a ben 15 km di distanza e non ho vissuto della sola terra, perchè ho studiato, perchè vado in città, perchè mangio cose diverse, perchè mi vesto in modo diverso e non come ultima cosa perchè sono una donna (che fa troppo di testa sua).

Il gusto dei miei zucchini e dei miei lamponi oggi è un po’ più amaro. In fondo non avevo scordato tutte queste cose, erano solo state latenti per un po’. Ritornano alla memoria certi dialoghi avuti sul futuro della montagna, ricordo molto bene quando si ipotizzava che le terre alte dovessero morire davvero per poi poter rivivere. Con una certa impotenza mi chiedo se non sia davvero così, se non sia necessario perdere le vecchie generazioni (che non voglio per forza generalizzare nelle descrizioni portate oggi) con tutto il bene e tutto il male, con tutte le loro conoscenze e la loro ignoranza.

La montagna rimane per me un grande amore e una grande amarezza.