Concretizzando sogni

L’acqua calda corre sulla pelle in rivoletti vivaci al ritmo dei pensieri. Un grande canale interminabile in un giorno di tarda primavera. E chi il compagno di viaggio? Una presenza amica o il fischio del vento che rende assordante il silenzio? Si dispiega un sorriso compiaciuto. La solitudine è ancora preferibile all’incomprensione e alla superficialità e talvolta non identifico quale sia l’azzardo maggiore. E poi ancora una imponente piramide di roccia e ghiaccio e una cascata di stravaganti desideri.

Poi divago, mi perdo nel mio senso di fallimento e afferro con forza un filo sottile che mi riporta a galla. L’anno scorso, sul finire di ottobre, mi trovavo in cima alla Rocca Provenzale a seguito di una fuga da una nottataccia, dai mostri e dalla nausea. Dalla vetta un altro sogno da inseguire si presentò ai miei occhi nella gran luce del sole: era la Torre Castello – di una forma follemente bella – e dietro di essa, separarata da una profonda forcella, Rocca Castello. Così distanti, come se l’aria sospesa tra le pareti fosse al contempo una voragine nella mia anima. Incolmabile.

Lottai tutto l’inverno e tutta la primavera fino ad abbozzare un’idea di serenità.

Ora sento ancora i miei piedi nudi a contatto con la roccia fredda di quelle due cime, arrivate per inaspettato caso in un giorno qualsiasi di un altro ottobre, un anno dopo, così solide e reali. E la Provenzale laggiù a valle. Cambio di prospettiva. Sul far del giorno il cielo era verde, verde speranza. Realizzo di essere in grado di concretizzare i sogni generati dalla mia mente. E così sogno ancora più forte.

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Rocca Provenzale arrivando a Chiappera
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Dalla cima della Rocca Provenzale, Torre Castello

Un anno dopo…

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Rocca e Torre Castello avvinandosi al Colle Greguri
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Le croci di vetta

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Nella forcella Castello
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Torre Castello, Placca Gedda
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Rocca Castello – King Line

Il viaggio continua…

Montagna: alpinismo e vita quotidiana

Un nuovo progetto multisensoriale nato da un istante di improvvisazione. In occasione della festa patronale di Valloriate (CN), giovedì 21 settembre 2017, si terrà la presentazione,  che oltre ad essere una prima assoluta è del tutto sperimentale. La serata prevede la lettura espressiva di alcuni brani, accompagnati da musica e fotografie. Il tema quest’anno è la montagna, mondo sul quale verrà dato uno sguardo sul risvolto alpinistico e su quello delle situazioni quotidiane, entrambi vissuti direttamente e testimoniati tramite la scrittura. A dirigere il tutto Stefania Lovera, nella speranza di stimolare piacevolmente il pubblico come l’anno precedente, quando fu organizzata una serata sul tema del cammino di Santiago, da lei percorso partendo da Valloriate nel 2015. Questa volta l’autrice tenterà di farci entrare nella sua personale visione del mondo a cui è fortemente legata: quello montano.

Se ho una preoccupazione è certamente legata al poco tempo che ho avuto per prepararmi, dalla scelta dei testi allo studio personale, tutto è rimasto molto “all’ultimo”, anche i dettagli tecnici e pratici. Per la prima volta leggo dei brani scritti da me e credo sia un passo importante. Spero che anche quest’anno il risultato possa piacere ma soprattutto emozionare almeno parte del pubblico, poichè una volta ancora è questo il tipo di approccio, non certamente una disamina tecnica di salite in montagna o di dettagli della vita quotidiana in una piccola frazione abbandonata. Ancora una volta punto tutto su spiritualità e filosofia, perchè non siamo fatti di sola materia, come per me le montagne non sono fatte di soli ghiaccio, neve e pietre.”

Rene di pecora

Il pastore mi porge un rene sulla punta del coltello. Non ho mai mangiato un organo interno di un animale. Dopo aver saltato il fegato ora non posso tirarmi indietro, tocca a me essere onorata di una delle parti più prelibate. Lo prendo con le dita e lo appoggio nel piatto, non ho coraggio di mangiarlo intero. Ne tasto al consistenza, lo taglio a metà, lo porto alla bocca. Ho il terrore di avere un conato di vomito. Mastico, mastico, guardo gli altri ed esclamo: “E’ buono!”. Non così convinta invero, ma è tutta una cosa mentale. Dopo tre anni riesco a deglutire, bevo e poi sono pronta ad apprezzare meglio la metà che rimane. Rene di pecora. Una madre ha partorito due agnelli, ma uno non può crescerlo, è di troppo. Che fare allora? Si sceglie.

Sui pascoli aridi aleggia umida nebbia. Ogni stelo d’erba prega il cielo per pioggia. Tutti gli animali sono quieti: pecore, asini, cani. E noi un giorno ancora siamo gli eletti: al riparo nella malga condividiamo un pasto nella penombra di una stretta stanza. La carne è cotta nel forno costruito pietra su pietra per tutta la notte. Il formaggio è cagliato dal latte delle due mucche e i pomodori con le cipolle arrivano dalla valle.

Immaginate come possa essere mangiare un animale vero dopo non aver toccato carne per quattro anni e aver ricominciato solo a masticare cose che non paiono essere mai appartenute a qualcosa che fosse vivo. Tuttavia nel tuo codice genetico è impresso l’odore del sangue appena stillato dalle vene recise, quello delle piume bruciacchiate, il rumore dello strappo della pelliccia del coniglio, la visione delle mani che afferrano le interiora ancora tiepide. E la morte che aleggia nell’aria immobile e l’olezzo che fa. Lo sguardo pieno di dignità dell’animale morituro. Non si può che mangiare con devozione, abbassando il capo con rispetto, tenendo a mente la sacralità della vita.

I cani puliscono le ossa tranquilli sul prato. Il piccolo imita i grandi e segue giocosamente il pastore. Abbaia agli asini che placidamente lo ignorano, tutti presi a contendersi le pagnotte secche che sono state lanciate loro. Anche il cane riesce ad accaparrarsene una. Più per gioco che per fame.

Noi restiamo in silenzio, abbiamo ascoltato storie di altri tempi e altri luoghi più selvaggi e remoti, dov’è ancora normale morire da bambini per la mancanza di una qualche medicina, non c’è molto da dire. Sappiamo poi che anche tutto questo sta per finire, forse non solo per questa stagione. Finire e basta. Gli aliti di vento che fan tremare le foglie sono gli ultimi respiri di un tempo separato da tutto, che se non si raccontasse sarebbe come inesistente, protetto dal silenzio delle montagne. Le nostre terre sono piene di queste bolle sospese, sempre sul confine incerto della dissoluzione: resistenze, resistenze contemporanee. Qualche ragazzino ha fatto in tempo a vedere questo universo moribondo che arranca con stanchezza. Ricorderà un giorno?

In ogni punto l’orizzonte annuncia l’autunno, sentiamo l’aria cambiare nella carezza sulla nostra pelle, nella luce del giorno e nell’odore del vento. I pascoli si svuoteranno come le frazioni deserte. Qualche lanterna sparsa resisterà all’inverno, può darsi, chissà. I ragazzini sono spensierati, noi lo sembriamo almeno un po’ per qualche fragile intervallo di tempo sospeso.

Calcoliamo gli anni col passar degli inverni, perché è solo con il naturale assecondarsi delle stagioni che si guadagna un senso più pieno del tempo, ancestrale e vero. Ancora una volta, prima della rinascita, ci prepariamo al tempo solitario e silenzioso, duro e spoglio; ancora una volta ci stringeremo tra di noi pochi volti familiari; ancora una volta accenderemo i nostri focolari. Giorno dopo giorno tentiamo ancora la nostra via disperata: restiamo in montagna.

Stralci rarefatti

Ultimamente faccio fatica a scrivere, ancora di più all’idea di pubblicare qualche riga. Quasi tutto ciò che ho scritto in questi ultimi mesi ruota intorno ad un gruppo di parole chiave ed è lì in una cartella; ogni volta che qualcosa sorge con spontaneità si aggiunge al resto fraternamente.

Mi manca scrivere di montagna, per quanto la mia vita quotidiana ne sia fortemente pervasa sia attivamente che spiritualmente. In questo mese di luglio che sta volgendo al termine ho continuato a rimanere molto vicina alla neve, che quest’anno non riesco ad abbandonare, spostandomi dalle quote moderate, ai canali, ai ghiacciai e all’alta quota. Quelli che una volta erano solo sogni distanti ora sembrano diventare sogni realizzabili: un bel salto di qualità! Eventi giusti, persone giuste, congiunture ottimali, belle sensazioni. Non resta che continuare ad allenarsi, perchè questa volta servirà. Il solo spirito non basta più.

Posso solo condividere qualche piccolo stralcio riguardante le ultime uscite in montagna, a livello del tutto sperimentale, perchè non ho niente di concluso o più coerente di questo. Ogni tanto mi chiedo: perchè non raccontare qualcosa? Perchè non abbandonare il costante senso di inadeguatezza e incompiutezza?

*  *  *

Eravamo in silenzio sulla cresta e avevamo ormai volto i piedi sulla via del ritorno; poco prima, facendo sicurezza ad uno dei compagni avevo detto qualcosa di cui mi stupii io stessa. “Voglio tornare a casa”. Eppure ero là dove avevo tanto desiderato essere da così tanto tempo, che la volontà era ormai intrecciata alle pulsazioni del sangue nelle mie vene! Ero lassù stordita dalla bellezza allucinante del mondo gelato che resiste ancora al cuore dell’estate che soffoca le pianure e morde i piedi dei monti. Era forse perché i tempi si stavano dilatando, o perché il cielo dava i primi segni certi di cambiamento nelle ore a venire, o sarà che non mi è mai piaciuto dover scendere o ancora perché mancava qualcosa che non si poteva recuperare se non facendo ritorno. In tal caso sarebbe stata la seconda volta ed il fatto continuava a stupirmi.

Negli ultimi cinque anni ero stata molto sola, anche volontariamente, viaggiando ed andando in montagna e non avevo mai avuto nostalgia di casa né delle persone lontane. Pensavo forse di essere immune? La montagna era l’unica dimensione in cui riuscivo a sentirmi davvero felice, eppure ora comparivano delle virgole qua e là, il desiderio della felicità condivisa, forse perchè sapevo che esisteva chi era in grado di vibrare sulla stessa frequenza. Mancava sempre qualcosa. Anche se in compagnia.

Accadde che di rientro al rifugio Torino a Punta Helbronner dopo un’escursione con i compagni di corso ed il maestro, con il tardo pomeriggio per riposare e godere degli immensi panorami offerti dal massiccio del Bianco, la prospettiva della notte in quota e di un’altra giornata di permanenza, provai per la prima volta momenti di agrodolce nostalgia.

*  *  *

Rifugio Torino, 8 luglio 2017

Molto vari sono i pensieri che si sono accavallati tra ieri e oggi. Quando ho saputo che saremmo venuti al Monte Bianco è scattato qualcosa in me. Saranno state le letture sulle grandi salite dei pionieri, le visioni di Gervasutti, i nomi di vie moderne di cui m’erano giunte l’eco. La prima riflessione corre a mio padre, con un senso di gratitudine per avermi infuso l’amore per la montagna, seminando un terreno fertile. La picca del nonno affonda in nuovi ghiacciai che non conobbe. Credo non vi sia battesimo migliore.

Il re è incoronato di nubi. Ancora una volta sono incapace di descrivere. La bellezza stravolge l’anima in forme immense e terribili, di per sé spaventose, mortifere, lugubri crepacci, ghiaccio vivo annerito, pareti vertiginose, folli pendenze e impennate verso il cielo. La morte aleggia con grazia tra le nubi di temporale e si nasconde tra gli sfasciumi instabili alla luce del sole, o sotto fragili ponti sospesi a cui ci affidiamo con fede e prudenza, ma con l’idea di vivere un giorno ancora per rubare senza posa altre estatiche visioni a questo giardino di cristallo. Sto innanzi al grande dio ancestrale d’Europa che tutta la contempla dai soffitti celesti.

Quasi non mi spaventano le strutture futuristiche che si aggrappano a questi appicchi, proponendo agli abissi verticali la nostra sfida che pur sempre rimarrà persa in partenza. Eppure con questa consapevolezza stiamo qui in un attimo di sicurezza sospesa, confidando che la Montagna ci tratterrà sulla sua pelle pietosa, che tanto ci è sia dolce, sia dura. Per questo forse l’amiamo.

Ma per la prima volta, in questa bellezza eccessiva e impeditiva, col desiderio delle vette convive chiara la nostalgia di casa. Poi ad una nostalgia ne seguirà un’altra, che quando sarò a valle agognerò le altezze, ugualmente a come d’accordo s’inseguono il giorno e la notte. In questa vita terrena sempre convive il tormento con la gioia.

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Colazione on the road… on the car… letteralmente!

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Dopo l’esperienza ai piedi del Bianco mi parve di capire che ognuno di noi era intenzionato ad allenarsi per tentare la salita alla cima nei mesi successivi, forse a settembre se vi fossero state le condizioni. Sentivo che non sarei più riuscita a stare ferma, avrei tentato di trasformare ogni momento libero in opportunità.

Due settimane dopo eravamo in cima al Gran Paradiso, tre di noi, conosciuti casualmente col pretesto di apprendere tecniche e manovre, legati in una cordata motivata ed affiatata. Eravamo la dimostrazione vivente che certi slanci non si hanno solo a vent’anni, come sostengono alcuni che trascorrono la loro vita nell’immobilità e nella penuria di aspirazioni. I miei compagni di avventura avrebbero finito di lavorare nel tardo pomeriggio a Torino, ma erano comunque intenzionati a partire con me la sera stessa e tentare la salita il giorno successivo, in un’unica ripresa. La domenica non avrei potuto esserci. Avevamo un giorno a disposizione e pareva che avrebbe fatto bello tra tanti squarci di tempo avverso.

Ci incontrammo alle sette in un parcheggio, trasferimmo tutte le attrezzature in una sola macchina e sfrecciammo via verso Valle d’Aosta sotto un nubifragio inesauribile. Arrivammo a Pont, Valsavarenche, alle nove e mezza; faceva buio e non accennava a voler smettere di piovere. Montammo velocemente la tenda a bordo strada, mangiammo e ci coricammo nel cuore della notte muta interrotta solo dal canto del torrente in piena. Ricompensati per la perseveranza, alle tre e mezza uscivamo a respirare l’aria del nuovo giorno sotto un terso tappetto di stelle. E in tarda mattinata contemplavamo il mondo dalla cima.

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Quasi in cima al Gran Paradiso

Se chiudo gli occhi siamo ancora là sulla cresta, da un lato i pendii moderati dai quali arrivammo, dall’altro le rocce che precipitano sul sottostante ghiacciaio della Tribolazione, sterminato e solitario. Su di esso corrono le ombre delle nuvole che sono sospinte a gran velocità dal vento. Continuo a vedere quelle nubi e il loro corpo riflesso a specchio sul suolo bianco, mi sembrano accelerare nella mia mente fino a darmi il capogiro, fino a farmi svanire in esse, come se la loro visione fosse un buco nero. Tanto avevo desiderato di rapportarmi con loro e già la settimana precedente ero stata accontentata, salendo al Pelvo d’Elva, in Valle Maira. Rimase avvolto di nebbie per tutta la mattina, ma ebbi la giusta intuizione di comprendere l’innocenza di tale copertura, perseverai fino a quando, sbucando in cresta, mi ritrovai al di sopra di un mare bianco. Ed esso danzò per me sulle correnti, così che rimasi in cima per un po’ a contemplarlo prima del tuffo della discesa.

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Uno sguardo sul ghiacciaio della Tribolazione
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Nubi dalla cima del Pelvo d’Elva

Notturno

Flusso di pensieri notturni dopo una serata passata ad arrampicare in ottima compagnia.

L’azione dell’ascesa e la sensazione dell’altezza in un istante di equilibrio tra le fragili mani dell’essere umano mi liberano dalla contingenza della fame, della sete e del sonno. Ora nel letto, accanto all’amato, ascolto il suo respiro dormiente mentre rimango desta con le membra ancora vive nell’azione, ancora tutte distese nel tentativo di afferrare e tenere il prossimo appiglio, appena prima dell’ultimo volo.

Intanto nella mia mente vibrano pensieri legati alle equazioni d’onda che descrivono la possibilità di un elettrone di trovarsi in un determinato luogo. No, non ci capisco nulla in profondità, ma le mie recenti letture hanno pur sempre cambiato la mia visione sul mondo ed il mio modo di ragionare. Continuo a trovare immensamente confortante l’idea che gli elettroni tendano a portarsi a livelli di minor energia possibile intorno ai nuclei degli atomi, che tutto sommato è analogo a ciò che tentiamo di educare il nostro corpo a fare per vincere la parete e la gravità. Abbiamo infatti bisogno di assumere posizioni che permettano il maggior risparmio energetico possibile. Non possiamo disporre in modo casuale dei nostri “elettroni”. Credo che la ricerca che deve fare la nostra intelligenza non sia affatto slegata da quella della materia che ci compone.

L’idea di muoversi in armonia con le leggi che sembrano reggere il cosmo è pura bellezza, ed è una bellezza trascendente le mutevolezze transitorie dell’esistenza, simile al cielo che nelle altezze è solcato a gran velocità dalle nubi sospinte ora da un vento, ora da un altro, ora consistenti o tempestose, ora disgregate fino alla totale inconsistenza; essa è qualcosa a cui votare la nostra esistenza priva di senso, questa è una nobile fortuna dell’uomo. La nostra azione è allora arte e come tale è sacra.

Tutto ciò che penso ora inizia a complicarsi nel ragionamento e a sfuggire alla spontaneità dell’attimo insonne, ma so che in quella bellezza risiede la mia unica possibilità di chiamare ancora il nome di dio, per quanto creda ugualmente che io come uomo sia parimenti dio quanto la montagna, per quanto certamente più dormiente nel mare burrascoso della coscienza e delle sue assenze, ancor lontano dalla piena realizzazione della propria natura.

Insegnatemi a scalare le pareti – che più non mi appago del solo camminare fino in cima – e lasciate che possa realizzare il divino che scalpita sotto la superficie non solo della pelle ma della mia anima. Lasciatemi annusare l’aria rarefatta e che il mio cuore ne divenga avvezzo. Lasciate che decadano le ordinarietà della vita terrena e che il corpo sia tramite apparente ma parte irrinunciabile per la grande comunione dell’essere. Lasciatemi andare lassù, lasciate che non abbia paura e che possa tornare se saprò ascoltare le onde ed gli sfuggenti limiti delle cangianti maree. E quando tornerò guardate oltre le mie parole, cercate dio nei miei occhi ed in esso infine, chiaramente specchiata la vostra stessa identità.

Cantano le cicale, allora davvero sta giungendo la nuova stagione! Quando mai ebbi tanta fede? Che grande fatica richiede al mio spirito questo atto di supremo azzardo! Eppure in questa notte essa pare annullarsi nel libero fluire di un gesto naturale. Gli occhi rimangono instancabilmente dilatati, tutti i sensi acuti e distesi nel buio interrotto da una piccola luce artificiale. Cantano, cantano! I miei desideri si sono fatti enormi, eppure non ne traggo tormento. E’ una felicità che non provavo da molto tempo, da esserne dimentica. Per lunghi mesi le mie insonnie furono frutto del dolore che mi dilaniava il petto e l’anima ancor più giù, in una ferita ogni giorno più raccapricciante. Ma ora no, ora la notte è bella e fuori e dentro è tutto un canto! E’ il cosmo intero che canta nel silenzio della nostra valle, della nostra casa e del nostro cuore e col suo canto, nostro canto, è istante presente, immortalità, gioia e perfezione.