Un inverno diverso

Cambiamenti chiamano altri cambiamenti. Quest’inverno si è rivelato più duro di quelli precedenti, non solo per il freddo e le numerose nevicate, queste sono pur sempre cose normali…almeno per gente come noi. Tuttavia per la prima volta ho seriamente voglia di primavera. In queste settimane ho detto più volte di attendere un finesettimana di bel tempo per “andare a scaldare un po’ le ossa al mare”. Al mare ad arrampicare, come lucertole a scaldarsi sulle rocce. Non ci siamo ancora riusciti.

Nel prolungato “maltempo” mi sono mancati sia l’arrampicata su ghiaccio che gli ambienti baciati dal sole. Spesso siamo andati a sciare, per diversi giorni in dubbie condizioni che non ci hanno però impedito di divertirci, imparare e continuare ad amare ogni giorno di più le nostre montagne e le possibilità da loro offerteci.

In quota spesso nebbia e vento forte…

Ma le settimane sono state più dure. Da quando ho cambiato lavoro ho passato molto più tempo fuori casa e ne è seguito che l’ambiente risultasse freddo e disagevole. Negli ultimi 6 anni (mi rendo conto di come il tempo sia passato!) ho sempre scaldato la casa con una stufa a legna ed un caminetto, ma per quanto io possa aggiungere legna, quando non ci sono poco a poco il fuoco si esaurisce e la temperatura scende repentinamente. Ovviamente ciò accadeva anche quando stavo fuori casa per le fiere e i mercati, ma quest’anno il freddo è diventato una condizione permanente. Arrivare a casa e trovare 10° gradi non è il top dei divertimenti… Stare via qualche giorno e trovarne 4° diventa un po’ inquietante. Brrrr… Abbiamo lungamente meditato su soluzioni alternative, e l’unica che si rende attuabile per questa casa è quella di installare una stufa o un camino a pellet; ed è ciò che abbiamo in programma di fare, è necessario. Ancora una volta la necessità vince sugli idealismi sterili e sui sogni bucolici. Sotto questo aspetto la vita è una sberla continua. Personalmente non vedo l’ora di fare i lavori e sapere che il prossimo inverno la fatica e le spese si riveleranno un prezioso alleato al nostro fianco. Affiancando un sistema più moderno, programmabile e gestito con il supporto dell’elettricità, ad uno tradizionale, indipendente e alimentato con risorse reperibili localmente e anche autonomamente, dovremmo garantirci un poco di sano benessere in più, per continuare a vivere con piacere ancora maggiore in questa piccola borgata montana. Sempre con un occhio alla resilienza.

Un bel giorno è accaduto un fatto che non avevo mai nemmeno considerato in questi anni. Al nostro risveglio abbiamo dovuto constatare che nella notte l’acqua si era congelata nei tubi a causa delle rigide temperature esterne, attestate intorno ai -20°. Ci siamo lavati al lavoro e nel pomeriggio, quando sono tornata a casa, ho potuto solamente confermare che nulla era cambiato nel frattempo. Futile speranza. Con pazienza ho scongelato il tombino sotto al quale si trovano i tubi dell’acqua e solo grazie all’intervento di un tecnico abbiamo potuto ripristinare il servizio idrico, senza fortunatamente avere danni all’impianto. E poi è continuato a nevicare. L’unica pausa è stata data da un paio di giorni di temperature rigide e timidi raggi di sole presto scomparsi dietro alle nuvole.

Il cane scopre la neve

Le strade d’inverno sono quel che sono, specialmente al mattino. Per fortuna il messo comunale fa il possibile in tutto il paese per pulire le strade. Avere un mezzo idoneo a viaggiare in relativa sicurezza in tutte le condizioni è una fortuna che ora si rivela ancora più importante che negli anni precedenti, in cui non mi dovevo preoccupare troppo delle condizioni delle strade, lavorando in un laboratorio casalingo. Se mio padre non avesse mai comprato l’automobile che ora utilizzo io non credo che avrei potuto farlo io. Ancora una sberla, maledetti soldi…

Un fatto che ci ha colpiti, relativamente alle condizioni delle strade, è stato salire in alta valle, ad Argentera, proprio per andare a sciare, durante un weekend durante il quale era nevicato. La strada era pulita e ben praticabile fino a poco oltre l’abitato di Vinadio, dove si trova lo stabilimento industriale dell’acqua Sant’Anna. Dalla curva successiva una desolante terra di nessuno, il trionfo dell’incuria. E poi si vuole fare turismo, si parla di valorizzare la vallata grazie ai suoi punti di forza (es. la possibilità di praticare molti sport) e di non farla morire. In alta valle ci sono ristoranti, qualche negozio, degli impianti sciistici già in grande difficoltà economica per altri motivi, e naturalmente dei residenti. E le strade facevano letteralmente pena… che tristezza!

Visite invernali

Spesso i miei pensieri ricadono su quanto sia complicato praticare una vita del tutto “sobria” in una zona montana… forse ci vorrebbe un senso condiviso e accettato del concetto di sobrietà, tanto per iniziare. Ciò su cui sto costantemente riflettendo in questi mesi è la concretezza della vita legata al nostro sistema economico attuale, per quanto possano essere presenti una volontà di cambiamento e degli ideali alternativi. Certi stereotipi, certe storie e certi discorsi mi hanno definitivamente stufata. Basta! Siamo concreti, siamo realisti! Prendiamo il coraggio per fare discorsi scomodi, antiestetici, più completi, nominiamo i demoni e i tabù! Per esempio il denaro. Mettiamo in chiaro le differenze sostanziali tra regredire e decrescere, smettiamo di confondere volutamente le parole per disorientare la gente e continuare a nutrire i soliti vecchi grassi… Mettiamo su carta con onesta ciò a cui si può rinunciare, ciò che si può ridurre, ciò che si può modificare e ciò che invece si dovrebbe mantenere, o anche sviluppare, perchè buono e non dannoso per l’umanità in un’ottica evolutiva. E in tale ottica proviamo a spingere tutti un poco per quanto possibile. E poco dopo ci si sente miseri e inutili… Ma così invero non è. Possiamo fare qualcosa. Si parte dal molto piccolo.

Già,ci si sente miseri, inutili, falliti quando si è costretti a cambiare lavoro per permettersi di non sopravvivere solamente, quando ci si trova faccia a faccia con la necessità di avere qualche soldo in più per sostenere le spese necessarie a perpetuare una scelta come il vivere in montagna, che non sempre è idilliaco come viene dipinto. Non è nè bianco nè nero, per interderci. E si viene anche scherniti dal solito gruppetto di menti geniali.  Sia chiaro, non mi sto lamentando. Basta estremismi! Quel che vorrei fare, come sempre, è raccontare. Sì, ci si sente un po’ miseri, inutili, falliti quando di esce fuori da quel personaggio che ormai si indossava da tempo, nel quale gli altri rinoscevano qualcosa di un po’ astratto ma possibile, e lo si fa tornando ad essere più “qualsiasi”, prendendo più coscienza della nostra piccolezza e del nostro essere nulla. E ancora ci si sente miseri, inutili, falliti quando si pensava di poter vivere con molto meno ma ci si ritrova ad aver bisogno di un camino, di un elettrodomestico, di un’auto, di riparare un tubo, di cambiare il vetro ad una finestra o anche solo di aver voglia di uscire da quella casa che ormai è diventata una galera…

Credo che un lavoro a tempo parziale possa essere un buon compromesso, e mi ritengo molto fortunata a poterlo attuare, anche grazie alla sensibilità della persona che ho accanto. Ho tempo così per svariate pratiche utili che esulano dal pericoloso ingranaggio del lavoro contemporaneo, che spesso fagocita completamente le persone: leggere, scrivere, cucinare, fare l’orto, piantare fiori, allevare animali domestici, offrire riparo o aiuto a quelli selvatici, condividere del tempo con altre persone o semplicemente fare qualcosa che mi piace e mi fa stare bene, rendendomi ogni giorno una persona si spera migliore. Lo stacco dal lavoro artigianale a quello attuale è stato molto forte, anche in materia di tempo libero, inizialmente quasi traumatico; ora sto letteralmente riorganizzando la mia vita. E anche il poter tornare a seguire un sito come questo è un frutto di tutto questo cambiamento.

Ultima nevicata, ormai primaverile: ormai è fatta!

Per un gruppo di mucche

Martedì mattina c’era una luce diversa al risveglio; c’era proprio luce dopo mattine oscurate dalla tenda, famigliare, rassicurante all’eccesso, entrava insieme all’aria fresca dalla finestra nel tetto di casa. La prima percezione la precedeva tuttavia: campanacci di mucche. Tornando dalla Valle d’Aosta a notte fonda non mi ero accorta di nulla.

La sensazione è dolcissima, così consolatoria, confonde i confini della veglia e del sogno. Dalla porta della cucina contemplo le vacche bianche ad eccezione di una. Giusto e bello mi dico, un regalo.

Non so di chi siano le mucche, solo che hanno dato una sferzata di vita a questo angolo di mondo silenzioso. La loro compagnia costante mi pare colmare un abisso. Torneranno mai? Ancora sono qui!

La sera, mentre riempio gli annaffiatoi alla fontana, arrivano anche i vicini anziani sorridenti come non mai. Lui apre la strada lodando tutte le qualità e le virtù delle bellissime mucche. Prendiamone una! Ride. Torna bambino. E poi arriva la moglie e mi invita: andiamo a guardarle mangiare! Per un momento sgrano gli occhi perplessa e continuo con la mia occupazione, poi chiedo: le avevate anche voi, no?Sì, tre. C’è quasi una nota di commozione nella risposta. Mentre bagno osservo i vecchi guardare da vicino le mucche, insieme, ringiovanendo, rivivendo gli anni intensi. Mi sembra di vederli giovani sposi a far l’amore, e i figli poi, nell’aia tra gli animali. Quello che sembra un miraggio diventa sostanza inacessibile di un passato in cui non è concesso altro che immaginare, là negli occhi che ammirano sognanti las vachas.

Ci sono poi due donne che tirano fuori quattro bambini esagitati dal bagagliaio per mostrar loro le stesse mucche. Urlano come dannati. Non capisco se riescono a prendere la scossa con il filo elettrizzato o se tutta la fibrillazione sia data dalla mirabile visione dei biancheggianti animali o dall’estrazione dall’insolito luogo di trasporto nell’aperto ossigeno al di fuori. Nella stanchezza della sera, come una mosca noiosa, il primo spontaneo pensiero è ma non hanno mai visto nulla? E segue ma quando se ne vanno? E infine stai diventano vecchia, intollerante e intollerabile! L’unica consolazione lo sguardo perplesso che condiviso con las vachas.

Qui tutti parlano delle mucche. Di mattina continuo a svegliarmi con le loro campane che assopiscono la vacua ricerca delle mie mani nel freddo immobile al mio fianco. E di tanto in tanto penso che se ne andranno presto, e altrettanto presto mi chiedo se stringerò quelle altre mani dolcissime, ed esse insieme le rocce eterne. Girano gli occhi, i pensieri via su un alito di vento. Il sonno. L’orecchio si tende nella notte: dormono las vachas.

E noi no.

La guerra inizia in casa

Fatti ecclatanti: ne sono accaduti molti negli ultimi anni, negli ultimi mesi. Non mi sono mai pronunciata e non lo farò nemmeno oggi. Non posso fare grandi teorie su come cambiare i grandi sistemi; posso parlare solamente di quel che vedo uscendo dalla porta di casa e dire che vi trovo qualcosa di ugualmente inquietante: questo azzardo che tale non mi pare perchè tutto è collegato e perchè credo che i grandi sistemi siano tali perchè c’è un tacito consenso e un’alimentazione dal basso.

Oggi il mio pranzo è diventato freddo perchè sono rimasta coinvolta nelle discussioni tra i miei vicini. Non siamo in un condominio: siamo in una minuscola frazione di montagna, uno di quei posti che a chi vive in città spesso appare come un paradiso. Forse se avete visto il film Il vento fa il suo giro potete immaginare che spesso sia solo un’idea platonica. Vi dico: se volete andare in montagna per vivere tranquilli premuratevi di non avere vicini nè presenti nè potenziali in futuro. Andate a fare gli eremiti. Con le altre durezze dell’ambiente potrete mediare se la vostra fibra è buona, ma credo che farlo con i vecchi montanari incalliti sia pura illusione. Non giocate a fare l’americano che porta a tutti la democrazia con convizione più o meno spiccata. Aspettatevi le bombe sotto il culo. Aspettatevele in ogni caso. E se volete fare gli antropologi assicuratevi di essere almeno gandhiani e lasciatevi una via di fuga.

Sono sgomenta di fronte all’attaccamento per la proprietà privata a livelli che mai avevo immaginato. Sono sgomenta di fronte alla nuda validità della vecchia legge occhio per occhio, dente per dente, alla giustizia fatta da sé, alla resistenza del meccanismo della vendetta e della faida. Tu non passi qui con il trattore: allora tu non parcheggi la macchina lì. Tu non mi fai passare di qui: io ti lascio tutto sporco attaccato a casa perchè tanto è mio ed è mio diritto lasciare sporco, non ci sono leggi che mi dicano di pulire. Qui la vita è grezza, è pura materia, sfruttamento, sopravvivenza, interesse egoistico. Una ritorsione continua, un eterno tentativo di fottere l’altro al meglio delle proprie possibilità, tutto coperto dallo slogan del vivi e lascia vivere.

Non crediate che il montanaro debba per forza essere un uomo interessato a mantenere l’ambiente che lo circondi, nè a rispettarlo, nè a volerlo lasciare bene per il futuro. Non aspettatevi che abbia gusto per il pulito e per il bello, non aspettatevi case in pietre e fiori alle finestre. Non aspettatevi che lo salvi la fede in Dio o l’andare in chiesa: è tutta ipocrisia, apparenza, il rito della domenica. Non aspettatevi fiducia, dialogo, comprensione, purezza di intenti. Aspettatevi piuttosto le ortiche fatte crescere lungo i confini, dispetti, furti, insulti e intimidazioni che non potrete mai denunciare. Aspettatevi persone che somigliano di più alle pietre. Quelle che si staccano dalle pareti, non quelle che si calpestano.

Ho cercato inutilmente di calmare le acque. Non si può pretendere di indurre questa gente a ragionare in termini diversi dai loro. Noi siamo qui da ben prima, l’eterna difesa. Mi sono ricordata che non sarò mai ben accetta qui. Perchè io faccio parte dei signori, anche se a volte non arrivo a fine mese. Perchè non sono nata qui ma a ben 15 km di distanza e non ho vissuto della sola terra, perchè ho studiato, perchè vado in città, perchè mangio cose diverse, perchè mi vesto in modo diverso e non come ultima cosa perchè sono una donna (che fa troppo di testa sua).

Il gusto dei miei zucchini e dei miei lamponi oggi è un po’ più amaro. In fondo non avevo scordato tutte queste cose, erano solo state latenti per un po’. Ritornano alla memoria certi dialoghi avuti sul futuro della montagna, ricordo molto bene quando si ipotizzava che le terre alte dovessero morire davvero per poi poter rivivere. Con una certa impotenza mi chiedo se non sia davvero così, se non sia necessario perdere le vecchie generazioni (che non voglio per forza generalizzare nelle descrizioni portate oggi) con tutto il bene e tutto il male, con tutte le loro conoscenze e la loro ignoranza.

La montagna rimane per me un grande amore e una grande amarezza.