Attesa

C’è qualcosa di strano nell’attesa e più che mai prima di un giorno importante, nonostante ogni giorno di per sé lo sia, ma quando più che in altri si ha l’impressione di mettere in campo la propria esistenza in nome di una passione si innesca un qualcosa di diverso, una consapevolezza più insolita si affianca alla certezza dell’indomani che diamo quotidianamente scontato. Ancora di più, oggi che non sono più sola, a questa sensazione si aggiunge un ulteriore senso di responsabilità.

Durante la settimana mi sono ritrovata a riguardare fotografie che ancora devo fare stampare, e in tante mi sono rivista da sola in cima ad una montagna, poi sono apparse finalmente le immagini che mi ritraggono in compagnia e in cordata. In questi ultimi mesi è molto cambiata la mia idea di solitaria in montagna, non è più il piacere di un tempo, quando spesso era anche l’unica opzione. Ho fatto tante belle scalate in buona compagnia e non sarebbe potuto essere altrimenti, per cui ora, quando mancano i compagni, manca più di una parte fisica del gioco. Manca come un pezzo di me, come un arto senza il quale non posso scrivere la storia che vorrei raccontare, i sogni si realizzano in coro. L’andare in solitaria rimane semmai un allenamento di ripiego o un piccolo piacere sporadico che mi spinge a non restare in casa da sola ad annoiarmi coi doveri domestici.

Così tra una foto e l’altra mi stupivo di come al mio compagno non piacesse mostrare pubblicamente una fotografia che ci ritrae insieme, preferendone una di lui solo; invece io ero felice soltanto nel vedere quella che ci ritraeva insieme in vetta, legati ai capi della stessa corda. Ed essendo legati nella vita, quella corda per me aveva ancora un altro significato e il senso di responsabilità di trasfigurava in un atto di amore.

L’andare in montagna è diventato uno strano divertimento in cui dover mettere in equilibrio il piacere di vivere la bellezza di un’esperienza e il peso delle responsabilità. Non proprio un gioco spensierato. C’è un limite oltre il quale non si possono commettere errori. Andare in cordata è stato un grande insegnamento e un passo evolutivo, in cui i compagni sono sia elementi esterni che interni, altre persone con i loro pensieri, le loro storie, i loro bisogni e al contempo necessariamente un tutt’uno con chi è al loro a fianco, condividendo tutto, in ultimo anche il rischio di non tornare, per quanto remoto.

Oggi pomeriggio l’attesa si è fatta un po’ schiacciante e se non altro mi ha fatto tornare a scrivere senza dover preparare nulla, modalità in cui ultimamente sono abbastanza assorbita, perché come al solito prendo sempre tutto troppo sul serio. Divento più suggestionabile e non devo soffermarmi troppo sulle storie di chi è morto esattamente nei luoghi verso i quali mi dirigo, magari proprio sulla stessa via. Non si deve prendere niente alla leggera ma nemmeno lasciarsi impressionare. Ancora una volta si deve trovare una giusta via di mezzo, come dicevano gli antichi… Chi ricorda l’aurea mediocritas?

Ripenso a quelle bellissime e grandiose montagne che sempre corro per poter rivedere, le cime che mi hanno stregato lo spirito, e oltre alla loro bellezza traspare ai miei occhi la loro ostilità, ma nulla mi è mai stato ostile quanto l’essere umano, seppure alla fine io continui ad amare entrambi, tanto da continuare a voler tornare a casa e subito dopo voler tornare alle cime, in una infinita catena. E ogni volta si sposta un po’ oltre l’asticella del limite che si è disposti a sopportare o di superare. E ogni volta i sentimenti si fanno ombre ingigantite che si susseguono contrastanti nel teatro dell’anima. Fino a che punto saremo disposti ad andare?

Intanto il riposo ed il suo eccessivo silenzio che rende lento il tempo mi disturbano. No, non sono una roccia, nemmeno quelle se ne stanno imperturbabili a veder vivere il mondo organico. Il gelo le insidia e il sole le stuzzica, poi balzano via come missili verso nuovi pendii.  Ho voglia di partire. E poi di tornare. Sennò poi chi lo tenta il Cervino?

Insieme a 4000 metri

Ci conosciamo da un po’ ormai e viviamo insieme da quasi un anno, eppure lassù a 4000 metri non ci siamo mai stati insieme. Probabilmente ci siamo limitati a desiderarlo, forse sempre di più negli ultimi mesi, ma ecco che si presenta una motivazione, o forse una scusa, che finalmente ci mette in moto. Io mi sto allenando in vista del tentativo di una salita importante che ho in progetto da un anno e girare un po’ in alta quota non può che farmi bene, ma ovviamente serve un compagno di cordata! E’ così che chiedo apertamente al mio compagno se desidera venire con me. Lui è stato una volta sul Monte Rosa soffrendo parecchio di mal di montagna, per cui la sua volontà di tornare in quota è un po’ inficiata dal timore di stare nuovamente tanto male e di compromettere sia la riuscita della gita che la sicurezza della cordata. Allora cerco di incoraggiarlo non solamente a parole, ma spingendolo a fare attenzione all’alimentazione e all’idratazione, specialmente nei giorni precedenti all’uscita.

Non resta che scegliere una destinazione: il Breithorn, con la possibilità dell’avvicinamento con gli impianti di risalita, fattibile in giornata e con un dislivello da superare contenuto, mi sembra un’ottima idea. Fatto sta che bisogna essere a Breuil prima dell’apertura delle funivie, il che significa alzarsi presto… Molto presto. 2.30. Io un po’ ci sono abituata: negli ultimi mesi ho tentato un po’ tutte le tacche dell’orologio della notte per alzarmi e correre verso le montagne. Ma sarà il mio compagno disposto ad alzarsi anche lui a quell’ora? Dopo i primi tentennamenti accetta la proposta, e così eccoci per strada nel cuore della notte.

Arriviamo in Valle d’Aosta persino con un po’ di anticipo, ci prepariamo ed aspettiamo la partenza della funivia, mentre poco a poco altra gente appare e si accoda per i biglietti. Inutile dire che una volta giunti a Plateau Rosà ci mettiamo in cammino con entusiasmo e tentiamo quanto programmato, cioè di raggiungere prima di Breithorn Centrale e poi attraversando in cresta, quello Occidentale. E ci riusciamo senza particolari intoppi, discostandoci anche dalla più trafficata via normale al Breithorn Occidentale. Un po’ di mal di testa si affaccia a preoccupare il mio socio per qualche istante e l’ultima parte della discesa, sotto un sole rovente, ci fiacca un po’, ma sicuramente questa gita ben riuscita è ciò che ci serviva per iniziare a sognare un po’ di alpinismo in alta quota finalmente insieme!

Quasi in cima al Breithorn Centrale
Breithorn Occidentale e Cervino dal Breithorn Centrale
In cresta

So che sono solo un mucchietto di semplici parole che raccontano un giorno bello per noi ma semplice, non certo un’avventura che vi possa tenere col fiato sospeso; sarà il periodo o sarà che non riesco a fare diversamente, ma queste sono le uniche parole che riesco a spendere oggi, un po’ perchè mi va, un po’ perchè me ne sento quasi in dovere. La nostra vita a volte sembra un treno che corre via a tutta velocità, come sempre mi immergo nel quotidiano e cerco di viverlo fino in fondo. Facciamo incredibili incastri che sembrano quasi opere d’arte, ma fragili come cristallo, un po’ come la sera di ritorno dal Breithorn, quando siamo ancora arrivati ben in tempo per la cena tra amici a cui eravamo stati invitati. E sì, o sono al lavoro o sono in montagna – che sia casa o che sia arrampicata o alpinismo.  Sono sempre in movimento e fermarmi sul pc non sempre mi riesce, anche perchè come sempre, come già raccontavo negli anni scorsi, la cosa non mi appassiona tanto come la vita vera e, per essere antipatici a tutti i costi, mi infastidisce addirittura qualora mi ritrovo a leggere di fretta le tante idiozie che affollano il web. Mi passa proprio la voglia. Sarà che invecchio ma sopporto sempre meno, più imparo cose più prendo consapevolezza della mia passione e più mi sento isolata da un mondo che fa di tutto un business, purchè si venda, anche se di tanto in tanto ci scappa il morto. Perchè anche i morti fanno business…aumentano il pil…

Ma in fondo tutto questo è stupido perché logicamente
io se fossi Dio la terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano
io se fossi Dio non mi interesserei di odio o di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono

E allora va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna come ho fatto io

Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

Ghiacciai in regressione
Uno sguardo verso il Monte Rosa

 

Una strana stagione

Ormai sembra di assistere ad una stagione monsonica, qui ai piedi delle montagne piove praticamente ogni giorno da mesi; non me ne capacito. E’ difficile uscire per andare ad allenarsi, che sia alpinismo o arrampicata; passo sempre qualche pomeriggio in palestra dopo il lavoro, sospirando di poter ripartire presto verso altre altezze. Quando arriva il sole? L’inverno è sempre tanto lungo quassù…

Ormai la palestra è diventata una nuova abitudine che ha cambiato in positivo il mio approccio alla parte fisica del “gioco”. Non basta solo l’anima, non basta solo il corpo.  Imparare a prendermi cura di quest’ultimo è stato un altro bel passo fatto nei primi mesi di questo anno di vita rinnovata. Poter finalmente dedicare tanto tempo allo sport mi rende più allegra, sicuramente molto meno nervosa e frustrata di prima. Sto diventando brava ad incastrare il lavoro, le faccende di casa e ciò che mi piace fare.

Vale sempre la pena di alzarsi presto al mattino…

Settimana scorsa ho approfittato dell’unico giorno di tempo un po’ più stabile per alzarmi presto, non mancare all’appuntamento con le montagne innevate che si tingono di rosso all’alba e fare una camminata. Con me anche il cane, che va sempre su come un matto anche laddove io calzo i ramponi. Quattro per quattro incorporato. Ci siamo spinti un po’ oltre ad uno di quei luoghi che è stato protagonista della mia infanzia, il lago di San Bernolfo, qui in alta Valle Stura. Andare fin lì era una di quelle classiche gite che mio padre mi faceva fare quando ero una bimbetta, e l’abbiamo fatta davvero in tutte le salse! Spesso era la gita o di inizio o di fine stagione, siamo tornati in primavera, in estate, in autunno e in inverno, col bello o il cattivo tempo. Un posto dove saprei arrivare con gli occhi bendati insomma… Dove andare allora se le condizioni della neve non permettono di azzardare molto in sicurezza e tutti desistono dai propri obiettivi? Un salto alle proprie radici!

Il riflesso di sempre

Al lago è arrivato il disgelo, la primavera vuole farsi avanti mentre l’estate fatica a farsi avanti in pianura. Quando torniamo giù dai pendii innevati ci fermiamo a fare qualche foto, dapprima come a ricordare quelle che scattava mio padre ancora con i rullini, quelle belle foto cartacee che io tanto ancora desidero e che, nonostante l’era digitale, mi ostino a riprodurre. Poi la ricerca di uno scatto nuovo, le ginocchia nel fango gelido, la felicità di ritrovare una visione e click, un istante viene catturato.

Un riflesso diverso

Il cane mette allegria. Tornando all’auto troviamo una nuova panchina gigante come quelle che sono apparse dapprima in tanti posti nelle Langhe; ora stanno arrivando anche qui, appoggiate sul filo di qualche bel panorama.  Salgo sugli assi rossi della grande seduta, mi rilasso e prima ancora che pensi di far salire anche lui, il cane ha già studiato i tronchi messi lì a mo’ di scaletta e con le sue nuove abilità da provetto alpinista, salta su come un camoscio. E’ incredibile come qualche gita abbia trasformato il modo di fare del cane, inizialmente spaventato da qualsiasi cosa fosse un pelino più alta del previsto. Adesso sembra voler raggiungere ogni luogo.  Mi dispiace non poterlo portare con me negli itinerari impegnativi e mi sovviene con tenerezza la sua espressione quando lo portiamo in qualche falesia e di tanto in tanto rimane a guardarci perplesso appesi alle corde, elucubrando sul come possa raggiungerci.

Un socio fantastico

Ma ci sono tanti pensieri di diversa natura che attraversano la mia mente. Mi rendo conto di essere diventata più sensibile al problema femminile. Ho la fortuna di lavorare in un gruppo che seppur composto di soli uomini è molto rispettoso nei miei confronti e mi riserva un trattamento paritario. Al limite è dall’altro lato della barricata che posso osservare comportamenti maschilisti da vero stereotipo. Osservare tanta gente ti fa studiare quotidianamente la società. Ma è soprattutto sul versante dello sport che mi sto rendendo conto ogni giorno di più che essere una donna non è ancora tanto semplice, perlomeno in ciò che amo fare io. A volte mi sembra che molti dei miei limiti siano causati da barriere erette da altre persone, a volte mi sento semplicemente esclusa o indesiderata. Trovare qualcuno con cui condividere non solo esperienze occasionali, ma un vero e proprio progetto e percorso non è cosa semplice, attualmente mi pare quasi impossibile. Penso sempre al caso molto comune di uomini che praticano assiduamente discipline legate alla montagna mentre le loro compagne non condividono nulla di tutto ciò e stanno per cui a casa o per i fatti loro- quando è loro concesso; questi uomini non hanno problemi a ritrovarsi tra di loro, fare gruppo ed uscire abitualmente insieme. Per me non è banale recitare lo stesso ruolo dei miei colleghi maschi: se da un lato il mio compagno mi lascia la libertà di andare e fare e non pretende di avermi chiusa in casa a fare la serva, non è detto che dall’altro lato vi siano persone disposte ad accettarmi tra di loro. Le stesse donne poi, sembrano preferire la compagnia di maschi che le facciano sentire sicure e guidate, magari anche orgogliose, e senza di loro sembrano perdute. E troppo spesso sembra dover per forza sussistere una relazione di tipo sentimentale e/o sessuale. Ragazze, mi sembra che ci stiamo limitando da sole! Se da un lato sta un po’ scomparendo l’uomo che ritiene la donna inadatta a fare determinate cose, persiste la donna stessa che svaluta e accusa le altre donne di fare cose che non competono al genere. “Non puoi lasciare il tuo uomo a casa per andare in montagna per gli affari tuoi”. Rischiamo di essere noi stesse il nostro primo ostacolo evolutivo!

Anche il vivere in montagna non è sempre rose e fiori. Se da un canto aspettiamo con ansia il bel tempo e l’estate, dall’altro rimpiangiamo la quiete invernale, quando nessuno si avventurava da queste parti. Il turismo è sicuramente un toccasana per le nostre vallate, ma può diventare spiacevole per chi ci vive quando le persone diventano invadenti e si prendono libertà che non le competono, come entrare nei giardini e nelle zone private, curiosando e magari impossessandosi di qualcosa che è piaciuto. Purtroppo tutto sta al buon senso e all’educazione del singolo individuo, e speriamo che la coscienza individuale possa solo fare dei passi in avanti. E’ abbastanza umiliante trovarsi a voler installare delle telecamere in un posto come questo, che dovrebbe essere un’oasi di pace, per capire chi è che fa i dispetti, se un vicino invidioso o un turista maleducato… o entrambi! Eppure anche la pazienza del più docile può essere compromessa, soprattutto dopo anni di ripetuti problemi e discussioni con la gente del posto. Diverse persone che sono venute a vivere qui negli ultimi anni se ne sono andate o se ne stanno andando. Perchè? Esasperate. Più che mai abbiamo desiderio di essere lasciati tranquilli, ma soprattutto io mi ritrovo spesso stanca e snervata, tanto che vorrei quasi andar via pure io, perchè dopo tutti questi anni non mi sono mai sentita di appartenere davvero a questo luogo e so che mai sarà così, che tutte le volte che mi è parso è stato tutto un’illusione presto sfatata e che sarò sempre e comunque un forestiero. Trovo le mie radici nella mia storia e non nei luoghi fisici, piuttosto nei ricordi- come le gite in montagna con mio padre –  nelle cose che ho sempre amato fare e in ciò che è stato importante. Non appartengo a nessun luogo e riesco a sentirmi a casa un po’ dappertutto, a patto che vi sia pace.

Quando siamo noi ad andare in giro cerchiamo di essere il turista che vorremmo vedere da noi, il cliente con cui vorremmo avere a che fare in negozio…

Un inverno diverso

Cambiamenti chiamano altri cambiamenti. Quest’inverno si è rivelato più duro di quelli precedenti, non solo per il freddo e le numerose nevicate, queste sono pur sempre cose normali…almeno per gente come noi. Tuttavia per la prima volta ho seriamente voglia di primavera. In queste settimane ho detto più volte di attendere un finesettimana di bel tempo per “andare a scaldare un po’ le ossa al mare”. Al mare ad arrampicare, come lucertole a scaldarsi sulle rocce. Non ci siamo ancora riusciti.

Nel prolungato “maltempo” mi sono mancati sia l’arrampicata su ghiaccio che gli ambienti baciati dal sole. Spesso siamo andati a sciare, per diversi giorni in dubbie condizioni che non ci hanno però impedito di divertirci, imparare e continuare ad amare ogni giorno di più le nostre montagne e le possibilità da loro offerteci.

In quota spesso nebbia e vento forte…

Ma le settimane sono state più dure. Da quando ho cambiato lavoro ho passato molto più tempo fuori casa e ne è seguito che l’ambiente risultasse freddo e disagevole. Negli ultimi 6 anni (mi rendo conto di come il tempo sia passato!) ho sempre scaldato la casa con una stufa a legna ed un caminetto, ma per quanto io possa aggiungere legna, quando non ci sono poco a poco il fuoco si esaurisce e la temperatura scende repentinamente. Ovviamente ciò accadeva anche quando stavo fuori casa per le fiere e i mercati, ma quest’anno il freddo è diventato una condizione permanente. Arrivare a casa e trovare 10° gradi non è il top dei divertimenti… Stare via qualche giorno e trovarne 4° diventa un po’ inquietante. Brrrr… Abbiamo lungamente meditato su soluzioni alternative, e l’unica che si rende attuabile per questa casa è quella di installare una stufa o un camino a pellet; ed è ciò che abbiamo in programma di fare, è necessario. Ancora una volta la necessità vince sugli idealismi sterili e sui sogni bucolici. Sotto questo aspetto la vita è una sberla continua. Personalmente non vedo l’ora di fare i lavori e sapere che il prossimo inverno la fatica e le spese si riveleranno un prezioso alleato al nostro fianco. Affiancando un sistema più moderno, programmabile e gestito con il supporto dell’elettricità, ad uno tradizionale, indipendente e alimentato con risorse reperibili localmente e anche autonomamente, dovremmo garantirci un poco di sano benessere in più, per continuare a vivere con piacere ancora maggiore in questa piccola borgata montana. Sempre con un occhio alla resilienza.

Un bel giorno è accaduto un fatto che non avevo mai nemmeno considerato in questi anni. Al nostro risveglio abbiamo dovuto constatare che nella notte l’acqua si era congelata nei tubi a causa delle rigide temperature esterne, attestate intorno ai -20°. Ci siamo lavati al lavoro e nel pomeriggio, quando sono tornata a casa, ho potuto solamente confermare che nulla era cambiato nel frattempo. Futile speranza. Con pazienza ho scongelato il tombino sotto al quale si trovano i tubi dell’acqua e solo grazie all’intervento di un tecnico abbiamo potuto ripristinare il servizio idrico, senza fortunatamente avere danni all’impianto. E poi è continuato a nevicare. L’unica pausa è stata data da un paio di giorni di temperature rigide e timidi raggi di sole presto scomparsi dietro alle nuvole.

Il cane scopre la neve

Le strade d’inverno sono quel che sono, specialmente al mattino. Per fortuna il messo comunale fa il possibile in tutto il paese per pulire le strade. Avere un mezzo idoneo a viaggiare in relativa sicurezza in tutte le condizioni è una fortuna che ora si rivela ancora più importante che negli anni precedenti, in cui non mi dovevo preoccupare troppo delle condizioni delle strade, lavorando in un laboratorio casalingo. Se mio padre non avesse mai comprato l’automobile che ora utilizzo io non credo che avrei potuto farlo io. Ancora una sberla, maledetti soldi…

Un fatto che ci ha colpiti, relativamente alle condizioni delle strade, è stato salire in alta valle, ad Argentera, proprio per andare a sciare, durante un weekend durante il quale era nevicato. La strada era pulita e ben praticabile fino a poco oltre l’abitato di Vinadio, dove si trova lo stabilimento industriale dell’acqua Sant’Anna. Dalla curva successiva una desolante terra di nessuno, il trionfo dell’incuria. E poi si vuole fare turismo, si parla di valorizzare la vallata grazie ai suoi punti di forza (es. la possibilità di praticare molti sport) e di non farla morire. In alta valle ci sono ristoranti, qualche negozio, degli impianti sciistici già in grande difficoltà economica per altri motivi, e naturalmente dei residenti. E le strade facevano letteralmente pena… che tristezza!

Visite invernali

Spesso i miei pensieri ricadono su quanto sia complicato praticare una vita del tutto “sobria” in una zona montana… forse ci vorrebbe un senso condiviso e accettato del concetto di sobrietà, tanto per iniziare. Ciò su cui sto costantemente riflettendo in questi mesi è la concretezza della vita legata al nostro sistema economico attuale, per quanto possano essere presenti una volontà di cambiamento e degli ideali alternativi. Certi stereotipi, certe storie e certi discorsi mi hanno definitivamente stufata. Basta! Siamo concreti, siamo realisti! Prendiamo il coraggio per fare discorsi scomodi, antiestetici, più completi, nominiamo i demoni e i tabù! Per esempio il denaro. Mettiamo in chiaro le differenze sostanziali tra regredire e decrescere, smettiamo di confondere volutamente le parole per disorientare la gente e continuare a nutrire i soliti vecchi grassi… Mettiamo su carta con onesta ciò a cui si può rinunciare, ciò che si può ridurre, ciò che si può modificare e ciò che invece si dovrebbe mantenere, o anche sviluppare, perchè buono e non dannoso per l’umanità in un’ottica evolutiva. E in tale ottica proviamo a spingere tutti un poco per quanto possibile. E poco dopo ci si sente miseri e inutili… Ma così invero non è. Possiamo fare qualcosa. Si parte dal molto piccolo.

Già,ci si sente miseri, inutili, falliti quando si è costretti a cambiare lavoro per permettersi di non sopravvivere solamente, quando ci si trova faccia a faccia con la necessità di avere qualche soldo in più per sostenere le spese necessarie a perpetuare una scelta come il vivere in montagna, che non sempre è idilliaco come viene dipinto. Non è nè bianco nè nero, per interderci. E si viene anche scherniti dal solito gruppetto di menti geniali.  Sia chiaro, non mi sto lamentando. Basta estremismi! Quel che vorrei fare, come sempre, è raccontare. Sì, ci si sente un po’ miseri, inutili, falliti quando di esce fuori da quel personaggio che ormai si indossava da tempo, nel quale gli altri rinoscevano qualcosa di un po’ astratto ma possibile, e lo si fa tornando ad essere più “qualsiasi”, prendendo più coscienza della nostra piccolezza e del nostro essere nulla. E ancora ci si sente miseri, inutili, falliti quando si pensava di poter vivere con molto meno ma ci si ritrova ad aver bisogno di un camino, di un elettrodomestico, di un’auto, di riparare un tubo, di cambiare il vetro ad una finestra o anche solo di aver voglia di uscire da quella casa che ormai è diventata una galera…

Credo che un lavoro a tempo parziale possa essere un buon compromesso, e mi ritengo molto fortunata a poterlo attuare, anche grazie alla sensibilità della persona che ho accanto. Ho tempo così per svariate pratiche utili che esulano dal pericoloso ingranaggio del lavoro contemporaneo, che spesso fagocita completamente le persone: leggere, scrivere, cucinare, fare l’orto, piantare fiori, allevare animali domestici, offrire riparo o aiuto a quelli selvatici, condividere del tempo con altre persone o semplicemente fare qualcosa che mi piace e mi fa stare bene, rendendomi ogni giorno una persona si spera migliore. Lo stacco dal lavoro artigianale a quello attuale è stato molto forte, anche in materia di tempo libero, inizialmente quasi traumatico; ora sto letteralmente riorganizzando la mia vita. E anche il poter tornare a seguire un sito come questo è un frutto di tutto questo cambiamento.

Ultima nevicata, ormai primaverile: ormai è fatta!

Per un gruppo di mucche

Martedì mattina c’era una luce diversa al risveglio; c’era proprio luce dopo mattine oscurate dalla tenda, famigliare, rassicurante all’eccesso, entrava insieme all’aria fresca dalla finestra nel tetto di casa. La prima percezione la precedeva tuttavia: campanacci di mucche. Tornando dalla Valle d’Aosta a notte fonda non mi ero accorta di nulla.

La sensazione è dolcissima, così consolatoria, confonde i confini della veglia e del sogno. Dalla porta della cucina contemplo le vacche bianche ad eccezione di una. Giusto e bello mi dico, un regalo.

Non so di chi siano le mucche, solo che hanno dato una sferzata di vita a questo angolo di mondo silenzioso. La loro compagnia costante mi pare colmare un abisso. Torneranno mai? Ancora sono qui!

La sera, mentre riempio gli annaffiatoi alla fontana, arrivano anche i vicini anziani sorridenti come non mai. Lui apre la strada lodando tutte le qualità e le virtù delle bellissime mucche. Prendiamone una! Ride. Torna bambino. E poi arriva la moglie e mi invita: andiamo a guardarle mangiare! Per un momento sgrano gli occhi perplessa e continuo con la mia occupazione, poi chiedo: le avevate anche voi, no?Sì, tre. C’è quasi una nota di commozione nella risposta. Mentre bagno osservo i vecchi guardare da vicino le mucche, insieme, ringiovanendo, rivivendo gli anni intensi. Mi sembra di vederli giovani sposi a far l’amore, e i figli poi, nell’aia tra gli animali. Quello che sembra un miraggio diventa sostanza inacessibile di un passato in cui non è concesso altro che immaginare, là negli occhi che ammirano sognanti las vachas.

Ci sono poi due donne che tirano fuori quattro bambini esagitati dal bagagliaio per mostrar loro le stesse mucche. Urlano come dannati. Non capisco se riescono a prendere la scossa con il filo elettrizzato o se tutta la fibrillazione sia data dalla mirabile visione dei biancheggianti animali o dall’estrazione dall’insolito luogo di trasporto nell’aperto ossigeno al di fuori. Nella stanchezza della sera, come una mosca noiosa, il primo spontaneo pensiero è ma non hanno mai visto nulla? E segue ma quando se ne vanno? E infine stai diventano vecchia, intollerante e intollerabile! L’unica consolazione lo sguardo perplesso che condiviso con las vachas.

Qui tutti parlano delle mucche. Di mattina continuo a svegliarmi con le loro campane che assopiscono la vacua ricerca delle mie mani nel freddo immobile al mio fianco. E di tanto in tanto penso che se ne andranno presto, e altrettanto presto mi chiedo se stringerò quelle altre mani dolcissime, ed esse insieme le rocce eterne. Girano gli occhi, i pensieri via su un alito di vento. Il sonno. L’orecchio si tende nella notte: dormono las vachas.

E noi no.