Ricordare da dove si arriva

Giravo ancora con la piccozza di mio nonno. Le mie possibilità erano poche, molto poche. Salire un canale nella mia valle o in una vicina era qualcosa di grande, qualcosa per cui piangere una volta in cima. E’ vero che i sogni si deformano e si ingigantiscono, danno alla testa, portano a compiere assurdi sacrifici e lotte quotidiane, finché quasi non ci si riconosce più; ma ogni tanto bisogna ricordarsi da dove si viene, per non perdere la strada.

I più giovani erano portati a sorridere della mia attrezzatura, mentre qualche anziano montanaro vi riconosceva qualcosa di prezioso; per me è stata qualcosa di più: un vincolo iniziatico e una staffetta da portare avanti, il cui testimone era passato tra le mani di mio nonno prima e di mio padre poi, ora nelle mie. Quella picca era enorme, totalmente fuori misura per me; per certo doveva essere divertente incontrare qualcuno che se ne andava in giro così. Pantaloni neri vecchi di anni, un po’ sgualciti, che tuttavia uso ancora adesso, riparati già tante volte e utilizzati con delle vecchie bretelle perché nel frattempo un po’ si saranno lasciati andare loro, un po’ sarò dimagrita io a furia di muovermi; una vecchia giacca rossa che mio padre mi aveva comprato “per la crescita” e che probabilmente era da maschio e maglie termiche comprate per pochi soldi. E poi io che insomma, non sono mai stata nelle fila di quelle belle. Poco accettabile per un mondo che si nutre di apparenze. Sia i miei conoscenti che gli sconosciuti che vedevo qua e là per i monti, a mio confronto sembravano dei fotomodelli. Sembrava di rivivere i tempi delle scuole, tra elementari e medie, quando avevo i brufoli, indossavo delle cosacce brutte e tristi da mercato, tutti già iniziavano a fare i fighetti e il mio soprannome era “cesso”. Insomma, una vita da classici sfigati, corredata dalle prese in giro e dalle umiliazioni del bullo di turno. Orribili anni.

Al corso di alpinismo: con la picca e le ghette “di famiglia” e vestiti vecchi di anni comprati ancora con mio padre, lo zaino del regalo per i miei 18 anni, i bastoncini che mi regalò Peter venendo in Europa dall’Australia per il Cammino di Santiago. Scarponi e ramponi comprati a Natale e un caschetto in super sconto. Et voila!

Per fortuna così tanto tempo dopo tutto ciò mi importava molto di meno. Perlomeno ero in montagna a fare qualcosa che mi rendeva felice. Avevo comprato un libro fantastico per capire dove andare a ravanare con i miei ramponi nuovi di Natale e la vecchia picca: una collezione di itinerari di sci ripido, mentre gli sci li sognavo come uno strano miraggio e non avrei creduto di poterli usare mai. Quelle pagine rivoluzionarono in un baleno la mia visione della montagna invernale. E la fortuna maggiore era che le condizioni per andare c’erano, nonostante l’inverno poco abbondante di precipitazioni nevose, c’erano eccome, probabilmente più per me che per gli ultimi ostinati sciatori. Da quel momento una parte di me si innamorò del lato scuro delle montagne, della parete in ombra, dell’esposizione nord. Volevo assolutamente arrampicare su ghiaccio, ma questa è una storia che ho già raccontato.

Nel frattempo colui che stava diventando seriamente il mio compagno, aveva fatto la conoscenza di un rifugista della valle, presso il quale aveva lavorato per l’installazione di una parabola satellitare per internet. Avevo la mia lista di itinerari papabili, come tuttora ho, e uno di quelli passava proprio per quelle zone. Una sera, proprio mentre cenavamo assieme, il rifugista fece una chiamata di prova al mio ragazzo utilizzando il nuovo servizio, invitandoci poi ad andare a fargli visita. Chiesi com’erano le condizioni su e alla risposta… “Domani salgo”. Probabilmente il nostro buon Gianfranco non aveva inteso che davvero sarei arrivata, finché il pomeriggio successivo, mentre lavorava sotto il caldo sole, vide giungere una ragazza con lo zaino in spalle.

La mattina seguente, partita all’ultimo buio, salivo con due picche – quella di mio nonno e una che Gianfranco volle a tutti i costi prestarmi – e in zaino una radio per eventuali comunicazioni. Pochi minuti alle otto ed ecco che sbucavo dal tratto più ripido dell’uscita del canale nel raggi del sole mattutino, in vista delle croci di vetta. E tutto il resto del mondo giù a valle.

Prime luci del mattino avvicinandosi ai canali nord del Tenibres
ancora prima

Ero stata sul Tenibres per la prima volta tanti anni addietro insieme a mio padre, gita da lui preventivamente descritta lunga a me che ero solo ragazzina e avrei potuto stufarmi anzitempo del lungo camminare. Una giornata un po’ nebbiosa, come tante ne prendevamo, come avessimo avuto un abbonamento al tempaccio. Una fotografia di quel giorno mi ritrae mentre cammino lungo il nevaio al di sotto della cima, lungo la via normale. Proprio di lì andai per scendere. Tra le roccette mi colpì come una saetta la sensazione della presenza di lui. Un saluto commosso e ripresi la mia via verso valle. Giornate che rimangono impresse nei dettagli anche dopo tanto tempo, giornate che nutrono lo spirito, giornate che lasciano dietro di sé un significato che ci modella come un abile scalpello e contribuisce a creare ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani.

In cima al canale
Uno sguardo dalla cima

Un anno dopo quella salita mi sono ritrovata a volerla ripercorrere preparandone una recensione; molte righe le ho scritte esattamente nei giorni esatti in cui ero lassù – nemmeno a farlo apposta – e ho terminato nei successivi. Il tempo per scrivere devo sempre un po’ ritagliarlo, ho ancora tanto da raccontare di quanto vissuto nelle ultime settimane, ma non riesco a star dietro alla vita. Solitamente ci riesco quando non lavoro al mattino e non impiego tali ore all’aria aperta… diventa complesso! Magari ci sarebbero altri momenti ma allora non vengono proprio le parole e allora mi perdo in qualcos’altro. Intanto quest’anno non sono riuscita a salire dei canali nelle mie valli, per diversi motivi, di cui il maltempo in primis o l’essere spesso altrove nei finesettimana; così eccomi a ripercorrere quelli dell’anno scorso e la cosa mi turba sempre un po’, poichè la mia vita è cambiata tanto da allora.

Realizzando uno schizzo del Tenibres e dei suoi canali nord per la recensione
Dulcis in fundo…

Qualche giorno fa, durante il solito sabato piovoso, stavamo mettendo a posto in cantina e tra le varie scatole ne abbiamo trovata una contenente un paio di ramponi della Camp, vecchi ma non vecchissimi. Resta l’enigma su chi fosse stato il proprietario: mio padre o mio nonno? L’altro paio che ho in casa è davvero molto molto vecchio, tanto da far pensare che nessuno dei due l’abbia mai utilizzato, ma bensì trovato da qualche parte, mentre il paio appena scoperto è stato sicuramente usato. E’ stato un ritrovamento emozionante per me.

Un giorno spero potrò ritrovare le fotografie che i nonni ogni tanto tiravano fuori e si mettevano a sfogliare insieme a noi, sempre che non siano state buttate o perdute dopo la loro morte; per il momento sono impossibilitata in tale ricerca, ma se mai riuscirò ad entrare ancora nella loro casa spero di potervi provare. Ricordo tra il resto le foto del Monte Rosa, mentre in casa, tra le foto di mio padre, spiccano quelle di lui e il nonno sul Monviso, che ho riguardato con affetto la sera prima di affrontare la mia prima salita.

Rene di pecora

Il pastore mi porge un rene sulla punta del coltello. Non ho mai mangiato un organo interno di un animale. Dopo aver saltato il fegato ora non posso tirarmi indietro, tocca a me essere onorata di una delle parti più prelibate. Lo prendo con le dita e lo appoggio nel piatto, non ho coraggio di mangiarlo intero. Ne tasto al consistenza, lo taglio a metà, lo porto alla bocca. Ho il terrore di avere un conato di vomito. Mastico, mastico, guardo gli altri ed esclamo: “E’ buono!”. Non così convinta invero, ma è tutta una cosa mentale. Dopo tre anni riesco a deglutire, bevo e poi sono pronta ad apprezzare meglio la metà che rimane. Rene di pecora. Una madre ha partorito due agnelli, ma uno non può crescerlo, è di troppo. Che fare allora? Si sceglie.

Sui pascoli aridi aleggia umida nebbia. Ogni stelo d’erba prega il cielo per pioggia. Tutti gli animali sono quieti: pecore, asini, cani. E noi un giorno ancora siamo gli eletti: al riparo nella malga condividiamo un pasto nella penombra di una stretta stanza. La carne è cotta nel forno costruito pietra su pietra per tutta la notte. Il formaggio è cagliato dal latte delle due mucche e i pomodori con le cipolle arrivano dalla valle.

Immaginate come possa essere mangiare un animale vero dopo non aver toccato carne per quattro anni e aver ricominciato solo a masticare cose che non paiono essere mai appartenute a qualcosa che fosse vivo. Tuttavia nel tuo codice genetico è impresso l’odore del sangue appena stillato dalle vene recise, quello delle piume bruciacchiate, il rumore dello strappo della pelliccia del coniglio, la visione delle mani che afferrano le interiora ancora tiepide. E la morte che aleggia nell’aria immobile e l’olezzo che fa. Lo sguardo pieno di dignità dell’animale morituro. Non si può che mangiare con devozione, abbassando il capo con rispetto, tenendo a mente la sacralità della vita.

I cani puliscono le ossa tranquilli sul prato. Il piccolo imita i grandi e segue giocosamente il pastore. Abbaia agli asini che placidamente lo ignorano, tutti presi a contendersi le pagnotte secche che sono state lanciate loro. Anche il cane riesce ad accaparrarsene una. Più per gioco che per fame.

Noi restiamo in silenzio, abbiamo ascoltato storie di altri tempi e altri luoghi più selvaggi e remoti, dov’è ancora normale morire da bambini per la mancanza di una qualche medicina, non c’è molto da dire. Sappiamo poi che anche tutto questo sta per finire, forse non solo per questa stagione. Finire e basta. Gli aliti di vento che fan tremare le foglie sono gli ultimi respiri di un tempo separato da tutto, che se non si raccontasse sarebbe come inesistente, protetto dal silenzio delle montagne. Le nostre terre sono piene di queste bolle sospese, sempre sul confine incerto della dissoluzione: resistenze, resistenze contemporanee. Qualche ragazzino ha fatto in tempo a vedere questo universo moribondo che arranca con stanchezza. Ricorderà un giorno?

In ogni punto l’orizzonte annuncia l’autunno, sentiamo l’aria cambiare nella carezza sulla nostra pelle, nella luce del giorno e nell’odore del vento. I pascoli si svuoteranno come le frazioni deserte. Qualche lanterna sparsa resisterà all’inverno, può darsi, chissà. I ragazzini sono spensierati, noi lo sembriamo almeno un po’ per qualche fragile intervallo di tempo sospeso.

Calcoliamo gli anni col passar degli inverni, perché è solo con il naturale assecondarsi delle stagioni che si guadagna un senso più pieno del tempo, ancestrale e vero. Ancora una volta, prima della rinascita, ci prepariamo al tempo solitario e silenzioso, duro e spoglio; ancora una volta ci stringeremo tra di noi pochi volti familiari; ancora una volta accenderemo i nostri focolari. Giorno dopo giorno tentiamo ancora la nostra via disperata: restiamo in montagna.

Volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio

Dal monastero volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio. Da quando eravamo arrivati il mio sguardo era stato immediatamente magnetizzato dalla presenza delle cime debolmente innevate, che parevano così alte e lontane, pur così vicine, da dare all’ambiente una incredibile profondità. Nella penombra della chiesa, oltre al canto dei monaci, vestiti come uomini le cui mani lavorano la terra, giungeva alla mie orecchie ed al mio cuore bisognoso di pace, quello degli uccelli.

Tutto tace. Mi accarezza il vento e trovo immenso riposo nei prati verdi dai quali s’aprono alla luce mille e mille occhi di primavera, minuscoli fiori di tante diverse fatture, poco a poco abbandonando il tedio ed il peso delle sopravvivenza. Al canto costante s’unisce il mormorio del torrente e l’impercettibile vibrazione dell’aria, che m’accompagna dalla umane pietre alle rocche assolate, fino alla cima più alta, che pare densa di presenza. Ho pensato molto prima di scrivere “Dio”, io infedele. Ma non ho bisogno di giustificazioni quando penso e dico che tutto è Dio, non temo il nome della pluralità che dimora nell’Uno, e trovo ancora un senso a collocare ogni cosa in un grande cerchio imperfetto contemplante i suoi opposti e in essi la sua sfuggente identità.

Oggi è un dono. C’è tutto il necessario ad una più scarna e vera felicità dell’esistere, e lo intuisco nell’assenza del desiderio della scalata alle vette che mi stanno in fronte, e pensando poi al desiderio dell’amato, lo sento tanto vivo nel cuore da accettarne serenamente la momentanea assenza apparente. E mi sovviene un cantico antico.

Ah, la nostra vita è impacciata di tante catene! Grande sollievo mi porta il silenzio, tenuto anche in compagnia degli amici. Cadono così quelle convenzioni che tanto mi fanno soffrire: lo riempire, l’apparire, il giustificare, il razionalizzare tutto a tutti i costi. E finalmente sto un po’ bene. A volte chiederei solo di poter tranquillamente esistere, nel silenzio immenso che a ben ascoltare contiene tutte le voci che si possano udire, quietamente così, in una tacita intesa con il cosmo, che pare rispecchiare il senso che demmo al suo nome nei tempi antichi.

Un giorno che saremo liberi saliremo cime senza nome che non compaiono su alcuna cartina, abbandoneremo le convenzioni, le forzature, le finzioni, e contempleremo dischiudersi i petali della verità dell’esistenza, e non avremo umane parole per essi. E la intuisco lassù, su quel limite che si staglia nel blu, velato di foschia come il mio occhio che si posa sulle cose del mondo.

Sono contenta che oggi le cime davanti ai miei occhi non abbiano per me un nome, e che non le possa raggiungere. Un giorno lassù, in qualche luogo che permane innominato, le visioni si faranno limpide e tremende come il divino dei tempi remoti. Io continuo a venerare, camminare, salire e studiare come lo si possa fare, e lo sogno che sia desta o dormiente, come un sant’uomo che sia sempre in comunione di spirito colla sua deità, componendo di giorno in giorno canti e nuove preghiere.

Ogni uomo ha la sua via ed il proprio modo di pregare. Il mio è legato a quella enorme e indefinibile presenza dai mille volti, che chiamo semplicemente Montagna.

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