Attesa

C’è qualcosa di strano nell’attesa e più che mai prima di un giorno importante, nonostante ogni giorno di per sé lo sia, ma quando più che in altri si ha l’impressione di mettere in campo la propria esistenza in nome di una passione si innesca un qualcosa di diverso, una consapevolezza più insolita si affianca alla certezza dell’indomani che diamo quotidianamente scontato. Ancora di più, oggi che non sono più sola, a questa sensazione si aggiunge un ulteriore senso di responsabilità.

Durante la settimana mi sono ritrovata a riguardare fotografie che ancora devo fare stampare, e in tante mi sono rivista da sola in cima ad una montagna, poi sono apparse finalmente le immagini che mi ritraggono in compagnia e in cordata. In questi ultimi mesi è molto cambiata la mia idea di solitaria in montagna, non è più il piacere di un tempo, quando spesso era anche l’unica opzione. Ho fatto tante belle scalate in buona compagnia e non sarebbe potuto essere altrimenti, per cui ora, quando mancano i compagni, manca più di una parte fisica del gioco. Manca come un pezzo di me, come un arto senza il quale non posso scrivere la storia che vorrei raccontare, i sogni si realizzano in coro. L’andare in solitaria rimane semmai un allenamento di ripiego o un piccolo piacere sporadico che mi spinge a non restare in casa da sola ad annoiarmi coi doveri domestici.

Così tra una foto e l’altra mi stupivo di come al mio compagno non piacesse mostrare pubblicamente una fotografia che ci ritrae insieme, preferendone una di lui solo; invece io ero felice soltanto nel vedere quella che ci ritraeva insieme in vetta, legati ai capi della stessa corda. Ed essendo legati nella vita, quella corda per me aveva ancora un altro significato e il senso di responsabilità di trasfigurava in un atto di amore.

L’andare in montagna è diventato uno strano divertimento in cui dover mettere in equilibrio il piacere di vivere la bellezza di un’esperienza e il peso delle responsabilità. Non proprio un gioco spensierato. C’è un limite oltre il quale non si possono commettere errori. Andare in cordata è stato un grande insegnamento e un passo evolutivo, in cui i compagni sono sia elementi esterni che interni, altre persone con i loro pensieri, le loro storie, i loro bisogni e al contempo necessariamente un tutt’uno con chi è al loro a fianco, condividendo tutto, in ultimo anche il rischio di non tornare, per quanto remoto.

Oggi pomeriggio l’attesa si è fatta un po’ schiacciante e se non altro mi ha fatto tornare a scrivere senza dover preparare nulla, modalità in cui ultimamente sono abbastanza assorbita, perché come al solito prendo sempre tutto troppo sul serio. Divento più suggestionabile e non devo soffermarmi troppo sulle storie di chi è morto esattamente nei luoghi verso i quali mi dirigo, magari proprio sulla stessa via. Non si deve prendere niente alla leggera ma nemmeno lasciarsi impressionare. Ancora una volta si deve trovare una giusta via di mezzo, come dicevano gli antichi… Chi ricorda l’aurea mediocritas?

Ripenso a quelle bellissime e grandiose montagne che sempre corro per poter rivedere, le cime che mi hanno stregato lo spirito, e oltre alla loro bellezza traspare ai miei occhi la loro ostilità, ma nulla mi è mai stato ostile quanto l’essere umano, seppure alla fine io continui ad amare entrambi, tanto da continuare a voler tornare a casa e subito dopo voler tornare alle cime, in una infinita catena. E ogni volta si sposta un po’ oltre l’asticella del limite che si è disposti a sopportare o di superare. E ogni volta i sentimenti si fanno ombre ingigantite che si susseguono contrastanti nel teatro dell’anima. Fino a che punto saremo disposti ad andare?

Intanto il riposo ed il suo eccessivo silenzio che rende lento il tempo mi disturbano. No, non sono una roccia, nemmeno quelle se ne stanno imperturbabili a veder vivere il mondo organico. Il gelo le insidia e il sole le stuzzica, poi balzano via come missili verso nuovi pendii.  Ho voglia di partire. E poi di tornare. Sennò poi chi lo tenta il Cervino?

L’inevitabile pesantezza dell’essere

Persino si arriva alla sera provando vergogna della propria felicità. Il sole si è nascosto, un po’ come me, nella solitudine di un angolo aperto che farà il suo giro fino al mattino per ripresentarsi al mondo. Ripongo i sogni nel mio cuore e come flagelli tornano a farmi tormento la solitudine e l’indifferenza, la banalità del quotidiano che spesso di fa tremendo. Eppure quanta fortuna, quanta bellezza! Bisogna rendere omaggio alla possibilità del vivere giorni tanto belli, impegnativi e appassionati, spensierati nella loro inseparabile concentrazione, sacerrima. Nemmeno il moderno vocabolario dei computer riconosce questa parola. Siamo dispersi, navi alla deriva in acque di decadenza. Dove stiamo andando a finire? Poco a poco anche io perdo le parole come tessere di un mosaico che invecchia, come una montagna che poco a poco si sgretola.

L’inevitabile pesantezza dell’essere”: mi pare di avere udito queste parole, o forse le ho sognate? Mi si spalancarono gli occhi mentre tenevo tra le mani la corda assicurando il compagno. Chi lo disse, perchè? L’uomo o la montagna, un dio in qualche luogo al di fuori o all’interno di me? Forse è come se vincendo la gravità di vincesse almeno per un po’ quella pesantezza, che non è solo corporea e sostanziale, ma qualcosa che trascende la materia e rintocca nell’anima come la vecchia campana di bronzo d’un campanile lontano.

Mi riempie l’animo questa prima salita su una via classica, una via a soli chiodi, dove ho potuto sentire il suono che fa il martello ribattendoli, riportandomi col pensiero alle letture di Emilio Comici, che descriveva il suono che fa un chiodo buono, dove ho potuto realizzare che quegli stessi chiodi che vedevo erano quelli utilizzati dai primi salitori, immaginandone la creatività e l’impegno, provando per loro solidarietà e rispetto, così come lo provo per colui che ha reso possibile questa appassionante e impegnativa salita, insieme a tanta gratitudine. E dove ho sentito ancora una volta, in modo ancor rinnovato, la voce della Montagna che suona nel grande silenzio mentre noi tendiamo verso di lei. Dove ancora mi sono sentita più che mai viva.

21 giugno 2018 – Pensieri al ritorno dalla Valle Maira, dove siamo saliti per la bellissima combinazione di vie alla Rocca Castello: Sete d’Oriente+Diedro Calcagno+variante Savio. Il più bel modo che si potesse desiderare per brindare all’inizio dell’estate.

Pronti per iniziare il primo tiro
Traverso tra Sete d’Oriente e l’attacco del Diedro Calcagno
Uno sguardo sull’ardita Punta Figari, e in lontananza la Croce Provenzale
Nel fantastico diedro
Il passaggio più duro: la variante di Sergio Savio
Ed infine la discesa in corda doppia…

Reinventare una montagna

Una giornata che si presta a qualche scatto in bianco e nero, per cambiare punto di vista.

Per tutto l’inverno ho spesso rivolto gli occhi pensosi alla montagna che definisce in modo così caratteristico lo sfondo della città di Cuneo, la Bisalta, immaginando di compierne la traversata in inverno o in primavera. Rimanda e rimanda, alla fine la neve inizia ad andar via ed è l’ultimo giorno di aprile quando, alle strette tra giorni di maltempo, optiamo per andarci quasi come ripiego dalla mancata possibilità di fare altro. Quello che ho immaginato è ancora concepito senza l’utilizzo degli sci, avendo iniziato da poco. Per qualche motivo speravo di rievocare, con le giuste condizioni, un ambiente che solitamente mi sarei aspettata altrove. Alla fin fine non credo di aver sbagliato di molto, soprattutto capitando lassù in piena mezza stagione, con una neve trasformata e una cresta né colma né spoglia, davvero intrigante. Sarà vero che il misto va di moda… Un bell’approccio alpinistico ad una montagna quasi da scampagnata, indispensabili sono stati piccozza e ramponi… e uno spezzone di corda per assicurare il membro “junior” del gruppo, con un po’ di amore e un po’ di sana follia.

Ogni tanto bisogna cambiare punto di vista per trovare l’inaspettato nello scontato, per trovarsi a scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno anche laddove si è smesso di cercare o si è desistito prima ancora, credendo che non vi fosse nulla di cui entusiasmarsi. O forse è solo la perdita dell’abitudine, l’ostinazione a rimanere a sognare le creste lontane a riempire questa di tanta bellezza. O forse la bellezza sta un po’ dovunque, per l’occhio che voglia contemplarla.

Ho bisogno di occhi con le stesse visioni, una mente con le stesse allucinazioni, un cuore con gli stessi sentimenti per scalare il cielo oltre le cime e varcare finalmente le soglie della pace.

Imparare a fallire

L’idea di scrivere questo articolo nasce in un mercoledì di fine novembre trascorso alle pendici della montagna fattasi inaccessibile. Nonostante le previsioni meteo ottimali il tempo può cambiare significativamente di valle in valle, di montagna in montagna e questi piccoli mutamenti isolati non sono certamente materia facilmente prevedibile; forse solo gli anni mi renderanno sufficientemente sapiente, per mezzo sia dello studio che dell’esperienza diretta dei fenomeni.

Fatto sta che al momento attuale mi sono ritrovata a svegliarmi e partire di casa prima dell’alba sotto un tappeto di stelle, anticipando fin troppo come se fosse già primavera. Attendendo in auto la primissima luce, sfogliavo ancora la recensione dell’itinerario che mi interessava e sbirciavo la cartina; poi via, verso l’alto nell’aria pungente del mattino nascente. Dopo circa tre quarti d’ora di salita decisa ed entusiasta, giungendo ad una selletta, s’annunciava finalmente l’alba ad oriente, ma da ovest sorgeva invece una presenza inaspettata ed indesiderata: un poderoso banco di nebbie e nubi. Mi ricordava un soffio di minuscola nube contro le pareti del Chersogno illuminato dal primo sole: lievitò col passare dei minuti fino a ingigantirsi ed inghiottire tutta la montagna e poi le sue pendici! Tornando a valle in ogni angolo sole, ancora sole, ma la montagna nascosta, come a dire “no, non oggi”.

Sulla sella lo sguardo è però subito catturato dall’evidentissimo spettro di brocken con gloria che si stagliava iridescente davanti ai miei occhi, alle spalle il sole che sorgeva coi suoi raggi radenti che riuscivano ad incontrare le particelle d’acqua con l’angolazione necessaria a rendere possibile tale raro fenomeno ottico. Raro, vero, eppure è il secondo che vedo di quest’anno, seppure al contempo il secondo di tutta la mia vita. Il primo lo vidi giungendo in cima al Tenibres in una fredda mattina di settembre, dopo una debole nevicata notturna; anche quel giorno le nebbie ci diedero del filo da torcere, facendoci smarrire l’itinerario e convincendoci così a calarci con la corda in un viscido canale di rocce rotte e sfasciumi che questa primavera, pieno di neve, aveva certamente un aspetto più invitante. Quel giorno dovemmo così ridiscendere a valle e abbandonare i nostri propositi.

Nonostante l’apparente apertura che è seguita invece qualche giorno fa alla base della parete nord del Mondolé, ho dovuto rinunciare ancora, facendomi contenta di quanto visto alla selletta e di portare la pelle a casa. Perchè alla fine quel che ci preme è vivere, vivere ancora e vivere più intensamente possibile. Insistere inutilmente e rischiosamente è qualcosa a cui si può imparare a rinunciare, senza rinunciare all’irrinunciabile piacere per l’avventura. Il fallimento si trasfigura presto in vittoria, poiché essa non risiede soltanto nel raggiungere le vette tanto ambite, ma nel ritornare a casa, fosse anche solo per ricominciare a sognare un’altra salita, ma soprattutto per sviluppare la capacità di apprendere da imprevisti ed errori, raggiungendo ogni giorno una più approfondita conoscenza sia della montagna che del nostro sé. Riuscire a fallire è un esercizio di presenza mentale e di coscienza, più difficile che apprendere a scalare. E poi forse dovremmo davvero rivalutare i nostri obbiettivi, o meglio la valenza o la priorità che diamo loro. Talvolta i nostri occhi rimangono offuscati e allora veramente ci gettiamo tra le gelide dita del rischio. La Montagna è il nostro banco di scuola per la vita, certamente una scuola non banale, dalla quale non è semplice trasportare gli insegnamenti nel quotidiano, talvolta non lo è nemmeno decifrarli. Ma questa è la scelta che abbiamo fatto, dobbiamo considerarne le intrinseche caratteristiche.

Così, insieme alle uscite ben riuscite ho cominciato a collezionare anche quelle per così dire fallite per cause di forza maggiore. Pensando a questo anno che volge al termine, canale nord al Chersogno e canale sud alla Rocca Bastera in primavera, entrambe finite in clamorosi white out, canale sud alla Cima di Nasta e via normale italiana al Gelas questa estate, la traversata per cresta dal Tenibres alla Rocca Rossa e alla cima Zanotti a settembre ed infine il tentativo ad un canale nord al Mondolè a novembre.

Per tutta la vita mi è stato inculcato di non fallire, di eccellere, di competere, mentre ora è l’esatto contrario ciò che più devo imparare per progredire veramente nella mia esperienza. Il non riuscire che solitamente distrugge l’autostima si trasforma invece nel carburante necessario a nuovi tentativi e nuove possibilità di scoperta e apprendimento. Fallire e affrontare situazioni non previste è fortemente necessario se desidero diventare un’alpinista. E mi sento grandemente motivata, viva, vibrante, in evoluzione.

Scrivere queste righe, dando importanza alle giornate solitamente taciute, mi sembra giusto e persino bello. Ho anche cominciato a cercarne delle foto e ve le propongo; tra di esse compare anche uno stralcio di diario dal tentativo alla Rocca Bastera ed un paio di citazioni.

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Stupenda alba in Valle Maira

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Stralci rarefatti

Ultimamente faccio fatica a scrivere, ancora di più all’idea di pubblicare qualche riga. Quasi tutto ciò che ho scritto in questi ultimi mesi ruota intorno ad un gruppo di parole chiave ed è lì in una cartella; ogni volta che qualcosa sorge con spontaneità si aggiunge al resto fraternamente.

Mi manca scrivere di montagna, per quanto la mia vita quotidiana ne sia fortemente pervasa sia attivamente che spiritualmente. In questo mese di luglio che sta volgendo al termine ho continuato a rimanere molto vicina alla neve, che quest’anno non riesco ad abbandonare, spostandomi dalle quote moderate, ai canali, ai ghiacciai e all’alta quota. Quelli che una volta erano solo sogni distanti ora sembrano diventare sogni realizzabili: un bel salto di qualità! Eventi giusti, persone giuste, congiunture ottimali, belle sensazioni. Non resta che continuare ad allenarsi, perchè questa volta servirà. Il solo spirito non basta più.

Posso solo condividere qualche piccolo stralcio riguardante le ultime uscite in montagna, a livello del tutto sperimentale, perchè non ho niente di concluso o più coerente di questo. Ogni tanto mi chiedo: perchè non raccontare qualcosa? Perchè non abbandonare il costante senso di inadeguatezza e incompiutezza?

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Eravamo in silenzio sulla cresta e avevamo ormai volto i piedi sulla via del ritorno; poco prima, facendo sicurezza ad uno dei compagni avevo detto qualcosa di cui mi stupii io stessa. “Voglio tornare a casa”. Eppure ero là dove avevo tanto desiderato essere da così tanto tempo, che la volontà era ormai intrecciata alle pulsazioni del sangue nelle mie vene! Ero lassù stordita dalla bellezza allucinante del mondo gelato che resiste ancora al cuore dell’estate che soffoca le pianure e morde i piedi dei monti. Era forse perché i tempi si stavano dilatando, o perché il cielo dava i primi segni certi di cambiamento nelle ore a venire, o sarà che non mi è mai piaciuto dover scendere o ancora perché mancava qualcosa che non si poteva recuperare se non facendo ritorno. In tal caso sarebbe stata la seconda volta ed il fatto continuava a stupirmi.

Negli ultimi cinque anni ero stata molto sola, anche volontariamente, viaggiando ed andando in montagna e non avevo mai avuto nostalgia di casa né delle persone lontane. Pensavo forse di essere immune? La montagna era l’unica dimensione in cui riuscivo a sentirmi davvero felice, eppure ora comparivano delle virgole qua e là, il desiderio della felicità condivisa, forse perchè sapevo che esisteva chi era in grado di vibrare sulla stessa frequenza. Mancava sempre qualcosa. Anche se in compagnia.

Accadde che di rientro al rifugio Torino a Punta Helbronner dopo un’escursione con i compagni di corso ed il maestro, con il tardo pomeriggio per riposare e godere degli immensi panorami offerti dal massiccio del Bianco, la prospettiva della notte in quota e di un’altra giornata di permanenza, provai per la prima volta momenti di agrodolce nostalgia.

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Rifugio Torino, 8 luglio 2017

Molto vari sono i pensieri che si sono accavallati tra ieri e oggi. Quando ho saputo che saremmo venuti al Monte Bianco è scattato qualcosa in me. Saranno state le letture sulle grandi salite dei pionieri, le visioni di Gervasutti, i nomi di vie moderne di cui m’erano giunte l’eco. La prima riflessione corre a mio padre, con un senso di gratitudine per avermi infuso l’amore per la montagna, seminando un terreno fertile. La picca del nonno affonda in nuovi ghiacciai che non conobbe. Credo non vi sia battesimo migliore.

Il re è incoronato di nubi. Ancora una volta sono incapace di descrivere. La bellezza stravolge l’anima in forme immense e terribili, di per sé spaventose, mortifere, lugubri crepacci, ghiaccio vivo annerito, pareti vertiginose, folli pendenze e impennate verso il cielo. La morte aleggia con grazia tra le nubi di temporale e si nasconde tra gli sfasciumi instabili alla luce del sole, o sotto fragili ponti sospesi a cui ci affidiamo con fede e prudenza, ma con l’idea di vivere un giorno ancora per rubare senza posa altre estatiche visioni a questo giardino di cristallo. Sto innanzi al grande dio ancestrale d’Europa che tutta la contempla dai soffitti celesti.

Quasi non mi spaventano le strutture futuristiche che si aggrappano a questi appicchi, proponendo agli abissi verticali la nostra sfida che pur sempre rimarrà persa in partenza. Eppure con questa consapevolezza stiamo qui in un attimo di sicurezza sospesa, confidando che la Montagna ci tratterrà sulla sua pelle pietosa, che tanto ci è sia dolce, sia dura. Per questo forse l’amiamo.

Ma per la prima volta, in questa bellezza eccessiva e impeditiva, col desiderio delle vette convive chiara la nostalgia di casa. Poi ad una nostalgia ne seguirà un’altra, che quando sarò a valle agognerò le altezze, ugualmente a come d’accordo s’inseguono il giorno e la notte. In questa vita terrena sempre convive il tormento con la gioia.

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Colazione on the road… on the car… letteralmente!

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Dopo l’esperienza ai piedi del Bianco mi parve di capire che ognuno di noi era intenzionato ad allenarsi per tentare la salita alla cima nei mesi successivi, forse a settembre se vi fossero state le condizioni. Sentivo che non sarei più riuscita a stare ferma, avrei tentato di trasformare ogni momento libero in opportunità.

Due settimane dopo eravamo in cima al Gran Paradiso, tre di noi, conosciuti casualmente col pretesto di apprendere tecniche e manovre, legati in una cordata motivata ed affiatata. Eravamo la dimostrazione vivente che certi slanci non si hanno solo a vent’anni, come sostengono alcuni che trascorrono la loro vita nell’immobilità e nella penuria di aspirazioni. I miei compagni di avventura avrebbero finito di lavorare nel tardo pomeriggio a Torino, ma erano comunque intenzionati a partire con me la sera stessa e tentare la salita il giorno successivo, in un’unica ripresa. La domenica non avrei potuto esserci. Avevamo un giorno a disposizione e pareva che avrebbe fatto bello tra tanti squarci di tempo avverso.

Ci incontrammo alle sette in un parcheggio, trasferimmo tutte le attrezzature in una sola macchina e sfrecciammo via verso Valle d’Aosta sotto un nubifragio inesauribile. Arrivammo a Pont, Valsavarenche, alle nove e mezza; faceva buio e non accennava a voler smettere di piovere. Montammo velocemente la tenda a bordo strada, mangiammo e ci coricammo nel cuore della notte muta interrotta solo dal canto del torrente in piena. Ricompensati per la perseveranza, alle tre e mezza uscivamo a respirare l’aria del nuovo giorno sotto un terso tappetto di stelle. E in tarda mattinata contemplavamo il mondo dalla cima.

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Quasi in cima al Gran Paradiso

Se chiudo gli occhi siamo ancora là sulla cresta, da un lato i pendii moderati dai quali arrivammo, dall’altro le rocce che precipitano sul sottostante ghiacciaio della Tribolazione, sterminato e solitario. Su di esso corrono le ombre delle nuvole che sono sospinte a gran velocità dal vento. Continuo a vedere quelle nubi e il loro corpo riflesso a specchio sul suolo bianco, mi sembrano accelerare nella mia mente fino a darmi il capogiro, fino a farmi svanire in esse, come se la loro visione fosse un buco nero. Tanto avevo desiderato di rapportarmi con loro e già la settimana precedente ero stata accontentata, salendo al Pelvo d’Elva, in Valle Maira. Rimase avvolto di nebbie per tutta la mattina, ma ebbi la giusta intuizione di comprendere l’innocenza di tale copertura, perseverai fino a quando, sbucando in cresta, mi ritrovai al di sopra di un mare bianco. Ed esso danzò per me sulle correnti, così che rimasi in cima per un po’ a contemplarlo prima del tuffo della discesa.

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Uno sguardo sul ghiacciaio della Tribolazione
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Nubi dalla cima del Pelvo d’Elva