Parias Coupà: via Berardo, Sperone Est

Niente di più sbagliato che credere che la stagione alpinistica potesse in qualche modo finire sul Cervino. Nemmeno è continuata in discesa: dopo qualche bella arrampicata svoltasi principalmente tra le montagne di casa – teatro principale la Serra dell’Argentera – inizia a sorgere una nuova proposta che arriva da Andrea. Il primo spunto riguarda il genere: una lunga traversata per cresta.

Inizialmente le idee sono tre e presto iniziamo a pensare più chiaramente alla Valle Maira e alla zona del Brec de Chambeyron, dove si può compiere la bella traversata classica raggiungendo la cresta sul Buc de Nubiera. Tuttavia in un certo punto ci si discosta dal filo e si percorrono delle malsicure cenge improteggibili che conducono alla via normale del Brec. E fare una salita integrale?

Andrea mi manda delle fotografie del muro di 150 metri circa prima del quale si abbandona la cresta: si tratta del Mourjean, quasi una spalla del Brec. Inizia quindi la ricerca delle informazioni, che dura parecchi giorni; intanto la voglia di partire non fa che aumentare. Veniamo a sapere che in passato qualcuno si è già avventurato da queste parti scalando in modo più diretto quelle pareti, persino da slegato, superando difficoltà di V grado. Tra i racconti salta fuori anche un consiglio: perché percorrere la cresta, dove la roccia è molto scadente, quando si potrebbe scalare una via diretta al Parias Coupà, grandiosa, lunghissima, poco conosciuta? Siamo intrigati.

Questa montagna, quotata 3248m, seguendo la cresta dal Buc de Nubiera (3215m), si trova tra la Tête de Cibiroles (3236m) e l’Aiguille Fochs (3275m); la sua vetta (in copertina) è composta di compatte placche di calcare, molto estetica, sul versante italiano precipita verticale per centinaia di metri in un abisso impressionante. Proprio sul lato Maira la montagna presenta uno sperone abbastanza evidente nella luce del mattino. Al salirlo nel 1957 fu Renzo Berardo con il compagno Alloa, ma la via, forse penalizzata dalla cattiva qualità della roccia che caratterizza questa zona, ebbe poche ripetizioni.

Lo sperone su cui si sviluppa la via di Berardo, nel sole del mattino

Qualche buona informazione sulla via si trova, sia su internet grazie alla relazione di chi l’ha ripetuta, sia sulle pagine di un buon vecchio libro, Montagne d’Oc di Andrea Parodi, poi ancora tra le parole di quest’ultimo e di qualche amico di Andrea. Insomma, siamo presto convinti ad andare anche noi. Valutiamo quindi di articolare la gita in due giorni: durante il primo saremo impegnati sulla Via Berardo sullo Sperone Est del Parias Coupà, dal quale scenderemo seguendo la cresta verso il Brec fino a trovare un buon posto per bivaccare; l’indomani proseguiremo e cercheremo di scalare direttamente il Mourjean per poi raggiungere l’ultima cima. Per me sarà il primo bivacco all’addiaccio: credo si potrà immaginare la mia trepidazione! Cercheremo di portare con noi lo stretto indispensabile: sacco a pelo e sacco da bivacco, acqua e un po’ di cibo da consumare senza necessità di cucinare con un fornello, un cambio di vestiti e tutta l’attrezzatura per l’arrampicata, di cui due mezze corde, qualche chiodo, martello, un set completo di friend e uno di nuts, moschettoni, rinvii, caschetti, imbraghi, fettucce, cordini… Un bel corredo!

determinati a partire

Sabato 22 settembre, nel buio del primo mattino, siamo di partenza; le previsioni meteo sono ottimali. Salendo per il sentiero Dino Icardi avverto una stanchezza quasi un po’ insolita, strascico della settimana, forse un po’ complici gli allenamenti che non mollo da mesi, a cui direi che mi sono affezionata e che hanno cambiato il mio modo di concepire tutte le cose che faccio, dalle piccolezze del quotidiano alle uscite in montagna, sempre più impegnative. Il senso di sete che si presenta anzitempo mi farà compagnia per tutto il fine settimana: realizzo presto che nei giorni precedenti non mi sono idratata a sufficienza e sono consapevole che soffrirò più del dovuto.

La partenza avviene prima che faccia giorno. Scattiamo questa foto quando stiamo camminando già da un pezzo.

Assistiamo ad una magnifica alba, per quanto non eclatante ed esagerata come in alcune mattine invernali in cui amo essere per monti ad immortalare sfuggevoli istanti in qualche fotografia: tutto all’improvviso si impregna di una luce rosata, pervade ogni cosa: i prati, il sentiero, le montagne, mentre il cielo all’orizzonte rimane di un azzurro intenso; poi le pareti che già si presentano ai nostri occhi si fanno dorate e possiamo osservare lo sperone su cui si sviluppa la via. Gli spazi sono smisurati, tanto che si perde la reale concezione di quanto le montagne siano alte. La nostra linea si sviluppa in verticale per ben 800 metri, eppure giungendo presso di essa appare persino meno imponente del Corno Stella, il cui sviluppo sul versante sud-ovest è ben minore. Sul lato strettamente personale tutto ciò significa praticamente una scalata lunga il doppio della media delle vie fatte finora, e resta comunque una via abbastanza più lunga del normale per la nostra zona. Il materiale presente in loco è inoltre pochissimo: si parla di 7-8 chiodi su tutto lo sviluppo. Tutto ciò contribuisce ad aumentare il mio coinvolgimento e rientra a pieno titolo in alcune dichiarazioni di intenti da me fatte poco tempo fa.

Una tupenda alba rosata ci coglie durante l’avvicinamento

Abbandonato il sentiero tagliamo per pietraie e detriti verso l’attacco dello sperone. Ci prepariamo. Ben presto capiremo come sarà la roccia che ci farà compagnia per tutto il giorno: un bel calcare praticamente vergine… ma abbastanza marcio, soprattutto nei tratti più facili… ma non solo. Inoltrandoci lungo l’itinerario il rumore della caduta delle pietre diventa un’abitudine, talvolta esse sembrano proiettili che sibilano nel vuoto, o meteore che solcano il cielo tracciando la loro traiettoria parabolica più o meno vicino da noi. A volte ci si schiva appena in tempo, a volte basta appiattirsi contro la parete, a volte invece si resta indifferenti, sapendo di essere abbastanza distanti.

Traverso nella parte iniziale della via

Fatto sta che nel giro di pochi tiri la parete ci fagocita, più che mai me ne rendo conto trovandomi in sosta in un canale pieno di rocce pericolanti, facendo sicurezza ad Andrea mentre è alle prese con uno dei tiri più impegnativi della via. Il silenzio è interrotto solo dal canto di un uccellino curioso che a più riprese si avvicina a noi, poi d’improvviso qualche voce dal fondovalle segnala la presenza di alcuni escursionisti, che appaiono ora come una forma di vita d’un altro pianeta. Il mio orecchio rimane tuttavia concentrato sul silenzio e su ogni minimo segnale del compagno di cordata: tutto il resto non esiste più, nemmeno il brusio dei pensieri ordinari che affollano quotidianamente la nostra mente. Forse, di tanto in tanto, affiora un dove siamo?

All’interno del canale
In uscita dal pilastrino successivo al canale

Non stiamo solo scalando, siamo in ascesi: la mondanità stagna nel fondovalle e metro dopo metro ci addentriamo in una dimensione parallela dotata di caratteristiche del tutto discoste da quelle dell’ingranaggio doloroso in cui siamo abitualmente invischiati. Dopo il faticoso tiro che ci porta fuori dal canale attraversando un vero e proprio buco inaspettato attraverso la parete e risalendo il pilastro seguente, ci aspetta il tiro chiave della via, caratterizzato da un breve traverso di V+. Tuttavia questo passaggio non ci oppone alcun problema, richiedendo forse dei movimenti più risonanti nelle nostre corde; semplicemente la sorpresa è dietro l’angolo, almeno per me: dopo un tratto facile si deve risalire un caminetto. Con l’ingombro abbastanza importante dello zaino riesco solo a inserirmi nella base di esso, ma mossi i primi passi in opposizione al suo interno, rimango incastrata; allora ridiscendo e tento di salire a poca distanza su uno dei due bordi, invitata da una fessurina, e sembra quasi una buona idea finché la presa mi esplode letteralmente in mano, facendomi rimanere appesa come un salame. Scoprirò solo dopo, risolto l’impasse con l’aiuto del compagno, che lui aveva tolto lo zaino e appesolo all’imbrago aveva dunque superato il camino. Mi sento un’incapace.

Sentirsi piccoli con buone ragioni

Ci ritroviamo in una zona di facili rocce e dopo aver sorseggiato un poco d’acqua e uno di quei comodi gel che racchiudono tanta energia in pochi grammi e ingombro minimo ripartiamo. Lo sperone ci rivela le sue reali dimensioni: siamo un puntino insignificante tra abissi che si estendono in tutte le direzioni attorno a noi. Nemmeno abbiamo raggiunto la metà della via. Ci aspettano diversi tiri un po’ tutti uguali per tipologia di roccia e di scalata, con difficoltà contenute; ci sincerano della retta via due chiodi arrugginiti. Ho memoria di una sosta su un comodo terrazzino assolato, dove posiamo gli zaini; a far sicurezza – i metri successivi si preannunciano semplici – mi siedo quasi coricata con la schiena contro la parete e l’orecchio teso verso l’alto. Intanto a pochi metri cadono le solite pietre; di tanto in tanto rivolgo loro la coda dell’occhio, quasi indifferente: fanno parte ormai del nostro ristretto universo.

Nonostante la fatica ecco che spunta il solito sorriso…

Raggiungiamo un piccolo intaglio sul filo dello sperone: da questo punto si può osservare la sottostante Valle Maira, il lago del Vallonasso di Stroppia e il bivacco Barenghi; più oltre il Monviso domina l’orizzonte con il suo elegante profilo piramidale e ciò che rimane della via si snoda davanti ai nostri occhi in modo più logico; pertanto seguiamo pressapoco il filo, percorriamo una bella lunghezza di roccia più solida e ben lavorata, e ci concediamo ancora una piccola pausa in una forcellina ombrosa. Pochi sorsi di acqua, un pezzo di formaggio e qualche quadretto di cioccolato. Sarà l’ora del té, il sole ha ormai cambiato l’inclinazione dei suoi raggi, caldi tuttavia.

Bel tiro con roccia abbastanza solida; in alto intravediamo l’uscita della via: le distanze si accorciano!

Metro dopo metro raggiungiamo la “ventidueesima” sosta (della relazione, noi dovremmo aver spezzato in due un tiro), dove troviamo ben due solidi chiodi; il martello fa il suo canto ribattendoli. Quello che ci aspetta è quindi l’ultimo tiro, ma non concede prematuri entusiasmi: le difficoltà sono di V e la roccia estremamente sdrucciolevole. Dulcis in fundo.

Uno sguardo verso l’alto dall’ultima sosta, il compagno è un puntino minuscolo. Oltre solo il cielo…

Per tutta la permanenza in sosta mi sposto per evitare le pietre che inevitabilmente cadono dall’alto, talvolta a distanza di sicurezza, talvolta – per fortuna le più piccole – senza altra soluzione sul mio caschetto. Non è divertente, la concentrazione rimane alta, ma non mi scompongo quasi più. Tuttavia, quando dopo un ultimo delicatissimo passaggio che ci fa trattenere il fiato sento il grido di gioia del compagno, mi concedo un profondo respiro di sollievo: ora tocca ancora a me ripercorrere gli stessi metri, ma sarà certamente cosa diversa. Arrampicando non riesco ad evitare qualche crollo; ricordo ancora come una veloce effimera fotografia l’immagine di un appoggio scomparire nel vuoto non appena posatovi sopra il piede… Passando da seconda la cosa non fa paura… ma fa ben riflettere se si considera l’impegno psicologico di chi è appena passato da primo! Scalare su roccia marcia mi fa scoprire come non sia ancora ferrata nel trovare solo gli appigli più sani, lasciandomi ogni tanto affascinare da quelle che sembrano prese invitanti ma che ben presto, alla prima più decisa sollecitazione, si rivelano un bel fiasco e si sgretolano tra le mani. Questa via è una grande lezione sotto tanti aspetti e intanto, mentre ero intenta ad assorbirli possibilmente tutti, ce ne siamo ritrovati al di fuori. A pochi metri da noi l’estetica linea della vetta del Parias Coupà. Le nostre facce stanche ma soddisfatte, catturate da qualche fotografia.

Meraviglioso panorama dalla vetta del Parias Coupà, dominato dall’Aiguille de Chambeyron sulla sinistra; sullo sfondo a destra si nota la piramide perfetta che presenta il Monviso osservato da questa posizione.

Anche questa volta il racconto, già abbastanza lungo, continuerà da dove lo abbiamo interrotto in un prossimo articolo. Ho trovato un nuovo modus vivendi si direbbe! Vi racconterò com’è andato il bivacco e cosa abbiamo fatto il giorno seguente. Intanto cercherò di trovare le parole che ancora mi mancano per continuare a trascrivere le cose vissute.

Prosegui la lettura>>

post scriptum

Di tanto in tanto, riguardando le fotografie della cima del Parias Coupà, mi torna alla memoria quando – anni fa – ne vidi un’immagine per la prima volta. Fui affascinata dalla forma e dal suono del nome, che significa pressapoco “paretaccia tagliata da cenge”. Scalare questa cima non rientrava nei miei piani più prossimi, ma dopo questa avventura inaspettata, resterà impressa indelebilmente tra i miei ricordi!

La stanchezza più bella del mondo! Andrea mi ha scattato questa foto a pochi metri dalla cima del Parias Coupà, presso l’uscita dalla via. Sue anche diverse altre foto che ho inserito nel racconto.

Piccole cronache di giorni in Marittime, II

8 settembre 2018, ritorno al rifugio Bozano

Sulle montagne più alte è già scesa la prima neve. Il mio socio Tomasz mi parla da un po’ del suo desiderio di tornare sul Monviso, questa volta per la cresta est, ma evidentemente è l’ennesimo treno che ci ritroviamo a perdere, assieme a quello del Monte Bianco, che invero continuiamo a mancare da due anni. Prendo tempo, non mi oso a dire che secondo me è meglio non andare, ma presto è egli stesso a porre un freno ai nostri iniziali progetti, chiedendomi se avessi in mente un progetto alternativo. Ce l’ho eccome e l’ho concepito sognando ad occhi aperti nelle Alpi di casa: le Marittime.

Il Corno Stella si slancia verso il cielo, alla sua sinistra la Catena delle Guide

La mia proposta viene approvata e così il sabato mattina ci ritroviamo a Borgo San Dalmazzo, pronti a iniziare Tomasz alla Valle Gesso, per lui ancora sconosciuta. Mi sento in dovere di fare gli onori di casa. Prima tappa: rifugio Bozano, ai piedi del Corno Stella. A soli tre giorni dall’ultima scalata, il gestore del rifugio ride nel vedermi calcare di nuovo la sua porta. Ci apprestiamo a scalare una via di recentissima apertura, del luglio 2017: lo Sperone Gioele, dedicato alla memoria di Gioele Dutto, giovane alpinista morto in un incidente sulla Nord del Monviso.

In uscita dal passo chiave della via

La via, molto ben attrezzata e concepita per essere accessibile a tutti gli appassionati di arrampicata, si snoda tra la Punta Plent e la Forcella Piacenza, Catena delle Guide. La scalata fila bene, ci divertiamo e l’aria frizzante di tanto in tanto ci porta i brividi della stagione ventura che già sfida il calore del sole estivo.

Un momento della salita ripreso dalla seconda sosta
A poca distanza dalla cima

In discesa, avvertiti della possibilità di incastrare le corde durante la terza calata in corda doppia, stiamo già tirando un respiro di sollievo nel vedere il nodo delle corde giungere alle nostre mani, quando accade l’imprevisto: la seconda corda rimane impigliata in uno speroncino e non c’è verso di farla scendere, anzi, più tiriamo più si incastra. Non rimane che risalire il tiro. Coordino l’operazione e arrampico nuovamente un tiro e una parte del successivo, fino a raggiungere la corda incastrata, attacco un maillon ad uno spit e mi faccio calare fino alla sosta dove eravamo precedentemente arrivati. Un altro caso aggiunto al quaderno delle esperienze fatte.

La discesa termina senza ulteriori inghippi, se non il ritardo che iniziamo ad accumulare già da un po’. La cosa non desterebbe turbamento alcuno se ci rimanesse soltanto da tornare a valle, ma i progetti sono diversi. Dopo una pausa al Bozano infatti, sistemato tutto il materiale nuovamente negli zaini, ripartiamo con l’intenzione di raggiungere il Rifugio Remondino, che si trova esattamente dall’altro lato delle montagne che mostrano a noi il loro versante nord.

Punta Plent
traversata bozano-remondino

La traversata di sviluppa a partire dalle pietraie di fronte al Bozano, per poi tagliare a mezzacosta tutto il versante nord ai piedi dell’Argentera e della catena della Madre di Dio, fino ad arrivare alla Bassa della Madre di Dio, alla stessa altitudine del rifugio. Di qui proseguiamo sul versante Assedras, tagliando per pendii prima erbosi poi rocciosi, risalendo canaletti per giungere ogni volta ad un nuovo colletto che si affaccia su un successivo, fino a scendere decisamente verso le grandi pietraie che giacciono ai piedi del rifugio Remondino.

Superata da poco la Bassa della Madre di Dio, si prosegue per traccia, sempre segnalata con segnavia di vernice.

Il senso di una privilegiata solitudine si accentua lasciandoci alle spalle il familiare orizzonte dominato dal Corno Stella, mentre le nebbie serali iniziano a gonfiarsi e a risalire dal fondovalle, colmando i valloni come i ghiacciai che li scavarono nei tempi antichi. E noi siamo al di sopra delle nuvole, seppur di poco, tant’è che ogni tanto i loro lembi turbolenti arrivano a lambire i nostri passi, serrando la visuale.

Nuvole e forti contrasti: noi gli unici privilegiati spettatori

L’ora si fa tarda, tarda veramente e noi siamo ancora in alto, iniziamo a scorgere il gruppo della Nasta ed il Remondino in uno squarcio di limpidezza. Il senso di libertà viene incrinato dal senso del dovere: la necessità di arrivare al rifugio dove siamo attesi, dove da un po’ si sta servendo la cena e già tutti si preparano per l’indomani.

Quasi una moderna rivisitazione del “Viandante sul mare di nebbia”

Fuori dal ripido, finite le corde fisse, parlo con il compagno e decidiamo che allungherò il passo per andare ad avvisare del nostro arrivo. Così balzo giù per la traccia prima e tra i massi poi, fino a ritrovarmi col fiatone ai piedi della scalinata che porta al rifugio. Riceviamo una deliziosa e gentile accoglienza. Nella mia testa intanto avanza l’idea che forse non porteremo a termine il progetto iniziale proprio a causa del nostro ritardo e della mancanza di riposo, ma quando ci viene chiesto dove siamo diretti l’indomani, mentre io mi faccio un po’ da parte stando sul vago, Tomasz esclama: “La cresta, no?”. Sì, salvo imprevisti l’idea è sempre quella: cresta Sigismondi all’Argentera, ma per il momento la notte ci richiama al giusto tempo del riposo.

Ultime luci della sera dal terrazzo del Rifugio Remondino, poco prima di rintanarci a cenare e riposare

Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.

L’inevitabile pesantezza dell’essere

Persino si arriva alla sera provando vergogna della propria felicità. Il sole si è nascosto, un po’ come me, nella solitudine di un angolo aperto che farà il suo giro fino al mattino per ripresentarsi al mondo. Ripongo i sogni nel mio cuore e come flagelli tornano a farmi tormento la solitudine e l’indifferenza, la banalità del quotidiano che spesso di fa tremendo. Eppure quanta fortuna, quanta bellezza! Bisogna rendere omaggio alla possibilità del vivere giorni tanto belli, impegnativi e appassionati, spensierati nella loro inseparabile concentrazione, sacerrima. Nemmeno il moderno vocabolario dei computer riconosce questa parola. Siamo dispersi, navi alla deriva in acque di decadenza. Dove stiamo andando a finire? Poco a poco anche io perdo le parole come tessere di un mosaico che invecchia, come una montagna che poco a poco si sgretola.

L’inevitabile pesantezza dell’essere”: mi pare di avere udito queste parole, o forse le ho sognate? Mi si spalancarono gli occhi mentre tenevo tra le mani la corda assicurando il compagno. Chi lo disse, perchè? L’uomo o la montagna, un dio in qualche luogo al di fuori o all’interno di me? Forse è come se vincendo la gravità di vincesse almeno per un po’ quella pesantezza, che non è solo corporea e sostanziale, ma qualcosa che trascende la materia e rintocca nell’anima come la vecchia campana di bronzo d’un campanile lontano.

Mi riempie l’animo questa prima salita su una via classica, una via a soli chiodi, dove ho potuto sentire il suono che fa il martello ribattendoli, riportandomi col pensiero alle letture di Emilio Comici, che descriveva il suono che fa un chiodo buono, dove ho potuto realizzare che quegli stessi chiodi che vedevo erano quelli utilizzati dai primi salitori, immaginandone la creatività e l’impegno, provando per loro solidarietà e rispetto, così come lo provo per colui che ha reso possibile questa appassionante e impegnativa salita, insieme a tanta gratitudine. E dove ho sentito ancora una volta, in modo ancor rinnovato, la voce della Montagna che suona nel grande silenzio mentre noi tendiamo verso di lei. Dove ancora mi sono sentita più che mai viva.

21 giugno 2018 – Pensieri al ritorno dalla Valle Maira, dove siamo saliti per la bellissima combinazione di vie alla Rocca Castello: Sete d’Oriente+Diedro Calcagno+variante Savio. Il più bel modo che si potesse desiderare per brindare all’inizio dell’estate.

Pronti per iniziare il primo tiro
Traverso tra Sete d’Oriente e l’attacco del Diedro Calcagno
Uno sguardo sull’ardita Punta Figari, e in lontananza la Croce Provenzale
Nel fantastico diedro
Il passaggio più duro: la variante di Sergio Savio
Ed infine la discesa in corda doppia…

Ghiaccio d’alta quota

Ore 2.00 del mattino, suona la sveglia. Si peggiora, o si migliora, è relativo: le 6, le 5, le 4… Ma ci si alza sempre più volentieri che negli altri giorni.  Una tazza grande di caffè, qualche biscotto controvoglia e presto sono già in auto, qualche disco di Battiato, attrezzatura da alpinismo, in viaggio verso Torino, dove ho appuntamento con Andrea e Tomasz. Alle 4.15 sono al solito bar e mentre aspetto, unica donna tra i tanti camionisti che mi scrutano un po’ perplessi, sorseggio un bel té caldo. Si riparte alla volta della Valle d’Aosta, ma questa volta oltrepassiamo il confine e ci dirigiamo verso Chamonix.

Monte Bianco da Chamonix al mattino.

Parcheggiata l’auto, ci vestiamo, prepariamo gli zaini, controlliamo l’attrezzatura e andiamo ad aspettare l’apertura della biglietteria della funivia. Inizialmente siamo solo poche anime di quelle che aspirano a scalare le montagne, ma nel giro di qualche minuto iniziano a comparire decine di sciatori e tanti turisti. Giusto al pelo riusciamo a salire sulla prima corsa della funivia. Il Monte Bianco scintilla nella prima luce del mattino.

Uscendo dall’Aiguille du Midi

L’Aiguille du Midi è un buffo posto, quasi una normale montagna se non fosse che l’uomo ne ha colonizzato la cima trasformandola in una terrazza turistica affacciata sul Monte Bianco e sulla Vallée Blanche. In sospensione, sul confine tra l’artificiale ed il naturale, quest’ultimo quasi violentato dal primo.  Usciamo dalla stazione della funivia attraversando un ponte sospeso per rientrare poi nei cunicoli scavati nella montagna, fino ad uscire in una grotta di ghiaccio affacciata sulla cresta est, a cavallo della quale scivola giù l’esile traccia che seguiamo fedelmente anche noi per scendere sul pendio sottostante, quasi pianeggiante. Il cielo è terso ma le ultime nebbie del mattino si arruffano ancora a questa quota, dissipandosi piano piano; tra i vapori fanno capolino le cime del Dente del Gigante e delle Grandes Jorasses. Mentre ci allontaniamo le ultime code attraversano ancora veloci le distese glaciali.

Dente del Gigante (dx) e Grandes Jorasses (sx)
Triangle du Tacul

Ci dirigiamo verso il Triangle du Tacul, il nostro obiettivo la Goulotte Cheré, un ripido canalino ghiacciato che rappresenta per me un passo successivo nel  percorso di apprendimento nell’arrampicata su ghiaccio. L’idea di un itinerario di più tiri in alta quota mi entusiasma molto. Ho iniziato con i monotiri, è seguita qualche cascata a più tiri nelle mie valli ed ora questa bella nuova occasione. Imparare, imparare sempre! Poco sappiamo delle condizioni, mancano informazioni sulle ripetizioni recenti; intuiamo presto però che la goulotte è molto magra. Al suo interno troviamo ghiaccio vecchio e un po’ di neve fresca. Comunque si sale bene.

Mentre siamo già su, probabilmente tra la seconda e la terza sosta, un boato rompe l’aria. “E’ qui vicino a noi!” ricordo di aver detto. “Dev’essere crollato un seracco!” commenta Andrea. Intanto ci voltiamo verso valle e nel giro di attimi vediamo frantumi di ghiaccio e neve scivolare giù dal pendio, fino a lambire i nostri zaini. Poco dopo uno scialpinista sfreccia via sulla discesa del medesimo pendio, nel ritrovato silenzio, forse ignaro di tutto.

Alla fine il momento peggiore della giornata, per quanto minimo, si rivela tale non per l’azione della montagna o del tempo, che ci offrono una fortunata finestra di bel tempo e di pace, ma dell’essere umano… Davanti a noi c’è una cordata di francesi, dai quali siamo stati distanti a sufficienza per tutta la giornata. Mentre sto salendo il tratto più ripido, Andrea è in sosta e Tomasz lo sta raggiungendo, sento parlare sopra di me. Sono certa che, mancando così poco, raggiungerò gli altri in sosta e vedrò anche i membri dell’altra cordata, due parole e poi via, ognuno nella sua direzione, ma invece, questi iniziano a calarsi proprio sulla mia testa come avessero il diavolo dietro il sedere, aumentando la portata della caduta di neve fresca già sostenuta dal forte vento sopra di noi, una vera e propria doccia fredda; infine mi trovo in faccia la loro corda, che nel poco spazio presente scende proprio tra le mie piccozze e la longe che le lega all’imbrago… che pastis! Nel giro di poco iniziano a scendere. In quel momento sono stata felice di salire da seconda, veramente non avrei voluto ritrovarmi in quella strettoia da prima e con gente addosso… Ne esco bene, pur essendomi presa una delle mie stesse picche in faccia per districarmi dalle corde degli altri, un labbro gonfio come souvenir. Ma va bene così, anche questo fa parte del gioco.

Finalmente da soli, ci godiamo ancora l’ultimo tiro nel silenzio immenso che ci circonda, per poi scendere anche noi veloci, come per magia, sul filo delle corde doppie ed infine far ritorno all’Aiguille du Midi con un’ultima passeggiata sotto il sole caldo. Sul ghiacciaio incontriamo altre cordate ed in una strana atmosfera dove il tempo e la fretta sembrano venir meno, parliamo un po’ con tutti. E’ lì che avverto nelle voci degli altri l’entusiasmo che non trovo quasi mai quando sono a casa, a tutti brillano gli occhi raccontando cosa hanno tentato oggi, e c’è un senso di fratellanza. C’è gente che sogna forte forte, che viene da lontanissimo, persino dalla Nuova Zelanda, pur di essere lì in quel giorno, per scalare ai piedi del Monte Bianco. A noi sembra già lontano, abituati a calcare le Alpi Marittime, eppure è così vicino: basta una levataccia al mattino! Quante volte la pigrizia ci ferma già solo per un itinerario più impegnativo nelle nostre stesse vallate? Quante volte sempre solo per pigrizia ci appoggiamo sugli allori e rinunciamo ad esplorare posti appena fuori dalla porta di casa? Questo atteggiamento mi uccide dentro, non lo posso soffrire. Intanto la vita ci passa addosso e sfuma via. Eppure intorno a me, ogni volta che faccio ritorno dalle montagne, vedo un mondo grigio, un sistema economico opprimente e folle, una società alla deriva, vite buttate come ceneri al vento senza la realizzazione di qualche sogno. Tornata a casa, anche questa volta, dormo tutte le ore che posso e poi? Rientro anche io nel diabolico ingranaggio! Sigillo le ali ed ogni giorno le sento spingere, desiderose di riprendere il volo…

Risalendo all’Aiguille du Midi nel pomeriggio