Ghiaccio d’alta quota

Ore 2.00 del mattino, suona la sveglia. Si peggiora, o si migliora, è relativo: le 6, le 5, le 4… Ma ci si alza sempre più volentieri che negli altri giorni.  Una tazza grande di caffè, qualche biscotto controvoglia e presto sono già in auto, qualche disco di Battiato, attrezzatura da alpinismo, in viaggio verso Torino, dove ho appuntamento con Andrea e Tomasz. Alle 4.15 sono al solito bar e mentre aspetto, unica donna tra i tanti camionisti che mi scrutano un po’ perplessi, sorseggio un bel té caldo. Si riparte alla volta della Valle d’Aosta, ma questa volta oltrepassiamo il confine e ci dirigiamo verso Chamonix.

Monte Bianco da Chamonix al mattino.

Parcheggiata l’auto, ci vestiamo, prepariamo gli zaini, controlliamo l’attrezzatura e andiamo ad aspettare l’apertura della biglietteria della funivia. Inizialmente siamo solo poche anime di quelle che aspirano a scalare le montagne, ma nel giro di qualche minuto iniziano a comparire decine di sciatori e tanti turisti. Giusto al pelo riusciamo a salire sulla prima corsa della funivia. Il Monte Bianco scintilla nella prima luce del mattino.

Uscendo dall’Aiguille du Midi

L’Aiguille du Midi è un buffo posto, quasi una normale montagna se non fosse che l’uomo ne ha colonizzato la cima trasformandola in una terrazza turistica affacciata sul Monte Bianco e sulla Vallée Blanche. In sospensione, sul confine tra l’artificiale ed il naturale, quest’ultimo quasi violentato dal primo.  Usciamo dalla stazione della funivia attraversando un ponte sospeso per rientrare poi nei cunicoli scavati nella montagna, fino ad uscire in una grotta di ghiaccio affacciata sulla cresta est, a cavallo della quale scivola giù l’esile traccia che seguiamo fedelmente anche noi per scendere sul pendio sottostante, quasi pianeggiante. Il cielo è terso ma le ultime nebbie del mattino si arruffano ancora a questa quota, dissipandosi piano piano; tra i vapori fanno capolino le cime del Dente del Gigante e delle Grandes Jorasses. Mentre ci allontaniamo le ultime code attraversano ancora veloci le distese glaciali.

Dente del Gigante (dx) e Grandes Jorasses (sx)
Triangle du Tacul

Ci dirigiamo verso il Triangle du Tacul, il nostro obiettivo la Goulotte Cheré, un ripido canalino ghiacciato che rappresenta per me un passo successivo nel  percorso di apprendimento nell’arrampicata su ghiaccio. L’idea di un itinerario di più tiri in alta quota mi entusiasma molto. Ho iniziato con i monotiri, è seguita qualche cascata a più tiri nelle mie valli ed ora questa bella nuova occasione. Imparare, imparare sempre! Poco sappiamo delle condizioni, mancano informazioni sulle ripetizioni recenti; intuiamo presto però che la goulotte è molto magra. Al suo interno troviamo ghiaccio vecchio e un po’ di neve fresca. Comunque si sale bene.

Mentre siamo già su, probabilmente tra la seconda e la terza sosta, un boato rompe l’aria. “E’ qui vicino a noi!” ricordo di aver detto. “Dev’essere crollato un seracco!” commenta Andrea. Intanto ci voltiamo verso valle e nel giro di attimi vediamo frantumi di ghiaccio e neve scivolare giù dal pendio, fino a lambire i nostri zaini. Poco dopo uno scialpinista sfreccia via sulla discesa del medesimo pendio, nel ritrovato silenzio, forse ignaro di tutto.

Alla fine il momento peggiore della giornata, per quanto minimo, si rivela tale non per l’azione della montagna o del tempo, che ci offrono una fortunata finestra di bel tempo e di pace, ma dell’essere umano… Davanti a noi c’è una cordata di francesi, dai quali siamo stati distanti a sufficienza per tutta la giornata. Mentre sto salendo il tratto più ripido, Andrea è in sosta e Tomasz lo sta raggiungendo, sento parlare sopra di me. Sono certa che, mancando così poco, raggiungerò gli altri in sosta e vedrò anche i membri dell’altra cordata, due parole e poi via, ognuno nella sua direzione, ma invece, questi iniziano a calarsi proprio sulla mia testa come avessero il diavolo dietro il sedere, aumentando la portata della caduta di neve fresca già sostenuta dal forte vento sopra di noi, una vera e propria doccia fredda; infine mi trovo in faccia la loro corda, che nel poco spazio presente scende proprio tra le mie piccozze e la longe che le lega all’imbrago… che pastis! Nel giro di poco iniziano a scendere. In quel momento sono stata felice di salire da seconda, veramente non avrei voluto ritrovarmi in quella strettoia da prima e con gente addosso… Ne esco bene, pur essendomi presa una delle mie stesse picche in faccia per districarmi dalle corde degli altri, un labbro gonfio come souvenir. Ma va bene così, anche questo fa parte del gioco.

Finalmente da soli, ci godiamo ancora l’ultimo tiro nel silenzio immenso che ci circonda, per poi scendere anche noi veloci, come per magia, sul filo delle corde doppie ed infine far ritorno all’Aiguille du Midi con un’ultima passeggiata sotto il sole caldo. Sul ghiacciaio incontriamo altre cordate ed in una strana atmosfera dove il tempo e la fretta sembrano venir meno, parliamo un po’ con tutti. E’ lì che avverto nelle voci degli altri l’entusiasmo che non trovo quasi mai quando sono a casa, a tutti brillano gli occhi raccontando cosa hanno tentato oggi, e c’è un senso di fratellanza. C’è gente che sogna forte forte, che viene da lontanissimo, persino dalla Nuova Zelanda, pur di essere lì in quel giorno, per scalare ai piedi del Monte Bianco. A noi sembra già lontano, abituati a calcare le Alpi Marittime, eppure è così vicino: basta una levataccia al mattino! Quante volte la pigrizia ci ferma già solo per un itinerario più impegnativo nelle nostre stesse vallate? Quante volte sempre solo per pigrizia ci appoggiamo sugli allori e rinunciamo ad esplorare posti appena fuori dalla porta di casa? Questo atteggiamento mi uccide dentro, non lo posso soffrire. Intanto la vita ci passa addosso e sfuma via. Eppure intorno a me, ogni volta che faccio ritorno dalle montagne, vedo un mondo grigio, un sistema economico opprimente e folle, una società alla deriva, vite buttate come ceneri al vento senza la realizzazione di qualche sogno. Tornata a casa, anche questa volta, dormo tutte le ore che posso e poi? Rientro anche io nel diabolico ingranaggio! Sigillo le ali ed ogni giorno le sento spingere, desiderose di riprendere il volo…

Risalendo all’Aiguille du Midi nel pomeriggio

Una via qualunque

In una vecchia falesia c’è una via qualunque che a dicembre non riuscii a salire. Uno strapiombetto arancione che dal basso non sembra quasi tale, quel chiodo lassù a cui non riesco a mettere il rinvio, proprio non ci arrivo, il tentativo di tenere piccole prese per arrivare lassù, vano. Prova e prova, ma niente; mi faccio calare al rinvio precedente e prendo la via più semplice che passa lì a fianco. Dall’alto mi calo sul punto cruciale, scopro che forse dovrei tenere il bordo destro della placca, fatto come una crestina, ma comunque non riesco a tenermi su. Si torna a casa con la piva nel sacco.

Torniamo alla piccola vecchia falesia mentre le primule si affacciano dai prati, in alto un timido sole. Ormai è primavera. Torniamo perchè vorrei provare tutte le vie, controllare che esistano tutte quelle dichiarate, vedere in che condizioni sono e poi scrivere un articoletto su quel piccolo posto. All’inizio faccio finta di niente, ma non passa molto tempo che sto di nuovo provando quella via. Un signore gentile che sembra conoscere molto bene il posto mi dà dei consigli e resta alla base della via fino a quando tutto non si è compiuto. Quando si cala dalla sua via mi ritrova intenta proprio in quel passaggio dove mi bloccai. Consigli, incoraggiamenti, tentativi. Finchè finalmente metto il rinvio, poi lo allungo, finalmente ci passo dentro la corda e dopo un ultimo sforzo esco sopra confortata da comode prese.

La bolla di sangue che avevo sul polpastrello del mignolo destro è scoppiata da un po’, ma il dolore arriva in ritardo: finchè il corpo è in azione, spalmato contro la roccia, sarà l’adrenalina, ma qualcosa fa in modo che tutto sia più che sopportabile. Non è la prima volta che mi capita. Il dolore sembra arrivare quando sà di poterlo finalmente fare.

La via è da riprovare, da rifare, perfezionare… ma è fatta. E’ solo una stupida via, ma è qualcosa che prima non ero riuscita a fare. Non svanisce la sensazione della “posizione giusta”, la chiave che lascia passare, l’accordo esatto tra la roccia, la carne e la mente. E’ solo una stupida via, ma ancora una volta sono tornata a casa felice.

In copertina, arrampicata sportiva a Rocca la Meja, Valle Maira.

Mistero e… gioia

Con molte probabilità l’ultima uscita su cascata di ghiaccio della stagione, una grande gioia inaspettata. Avevo parlato della prima, nel frattempo sono accadute molte cose… Finalmente arrivo a casa e scrivo di getto. Non capitava da un sacco di tempo.

Valloriate, 25 marzo 2018

L’idea di tornare una terza volta nella stessa stagione a Pineta mi turba un po’, temo la noia come un mostro che possa divorarmi concretamente pezzo a pezzo senza pietà. Domenica delle Palme, la Valle Varaita è muta in un mattino pallido, lattiginoso. Andrea, Tomasz ed io. La goulotte, così familiare, ci accoglie come un caldo utero materno, ma è quando alzo gli occhi all’anfiteatro che la giornata inizia a prendere un’altra piega. Ghiaccio ovunque, azzurro, invitante, abbondante.

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Nella goulotte

La cascata centrale mi incute ancora un po’ di timore reverenziale, mi rigurgita addosso frammenti di ghiaccio mentre ai suoi piedi attendo il mio momento. Niente doccia fredda oggi. Il risalto roccioso poco sotto è interamente coperto di ghiaccio, finalmente lo possiamo attaccare direttamente per poi quasi correre contro il muro finale, sempre così dritto, seppur molto lavorato, ricco di invitanti anfratti e appoggi. Sì, è ancora fatica, ma è un altro salire, questa volta si uscirà con un’altra ottica, è un’altra sensazione, così diversa dalla prima, così diversa dalla seconda. Saliamo, scendiamo. L’eccitazione aumenta: oggi ci sono altre cascate da affrontare.

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Fiammetta e Mistero
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In fronte, Cespuglio e Fantasma

A sinistra sono ben formate Fiammetta, un po’ più appoggiata, e la severa candela di Mistero. Il primo tiro non ci oppone enormi difficoltà, per quanto il traverso finale verso sinistra, fino a raggiungere una gelida cengetta ai piedi della candela, sia delicato e un po’ adrenalinico. La sosta è un piccolo paradiso sospeso in cui trascorrerò molti minuti tra emozioni, quiete e pensieri vagabondi come lembi di nubi lontane.

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Su Fiammetta

Il cielo è terso, i pendii in fronte assolati, la gente laggiù scia baciata dal sole; qui, nell’ombra canticchio e mi muovo per tenermi calda finché tocca a me. E’ dura, continuo ad arrampicare da secondo di cordata ma la cosa non mi cruccia, ho presto un gran male alle braccia, ma mi ritrovo a scherzare e a riconoscere un’ondata di felicità che non provavo da tempo pervadermi.

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Quasi in cima a Mistero

Gli alberi che si affacciano in cima alla candela sembrano lontani, ma Andrea mi incoraggia, mi sento forte, per quanto non come vorrei, eppure abbastanza, e continuo a salire. Salgo, poco a poco, poco a poco, ma arrivo in cima. Un’euforia controllata, un calore dolcissimo. Sono felice, sono davvero felice.

Sotto di noi c’è un grande vuoto, esiste e non esiste contemporaneamente. La mia mente riesce ad escluderlo, farmi salire serenamente, fiduciosa della corda tra le mani dei compagni di cordata. Già da tempo amo questa sensazione, uno stato di coscienza che si rende incredibilmente non disturbante. Il vuoto non esiste ed io invece esisto come una fiamma ardente, stanca ma ostinata. Se esiste lui, concreto, un baratro, fino in fondo, il volo, reale, allora non esisto più io. Siamo i due opposti che si sfiorano come asintoti, fino all’estremo, ma senza il contatto finale, fatale. Mi muovo su di esso trattenendo il corpo addossato al ghiaccio con quel magnete che sta tra le ossa del mio bacino, ed esso accarezza le mie spalle, la mia schiena che ogni tanto si rilassa sull’aria, trattenuta dalla corda amica, oppure quando devo allontanarmi dalla parete per posizionare i piedi. Poi il tuffo finale- la discesa in corda doppia – tra le sue braccia fattesi innocue, fino a riportare i piedi ora quieti sulla sua neve, al contempo vedendolo scomparire nel cielo che si affaccia alla cornice di questo nostro piccolo mondo. Porto a casa la felicità. Una giornata perfetta.

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I miei due fantastici compagni d’avventura, Andrea e Tomasz, in azione su Mistero…

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E quel sorriso finale che salta fuori, nonostante la fatica, piccolo indice di come mi sentivo e mi sento dentro…

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Per una cascata di ghiaccio (e non solo)

Nella notte sognavo una cascata di ghiaccio, a tratti mi svegliavo e rimanevo a pensare, ad ascoltare i muscoli che riposanono mentre la mente continuava a far baccano. Ed era buio ogni volta che aprivo gli occhi.

Pronti alla partenza!

Forse sto lenendo i sensi di colpa per non aver fatto molti progressi alpinistici negli ultimi cinque anni: in questo lasso di tempo infatti ho letteralmente dovuto imparare a sopravvivere, ho dovuto scoprire di colpo il mondo dei cosiddetti adulti e farmelo andar bene, che tanto indietro non si sarebbe mai tornati e la vita non avrebbe concesso molti favori. Ho imparato a gestire casa da sola, ho frequentato l’università, ho viaggiato, ho appreso ad autoprodurre molte cose, ad allevare gli animali, a coltivare l’orto, a ballare, ho cercato di costruirmi un lavoro e intanto ne facevo altri, saltuari e sempre miseri. In entrambi i casi lavoravo tante ore e non guadagnavo mai niente. Per un periodo ho provato a portare in giro curriculum, senza risultati. Ho imparato a tirare la cinghia in modi in cui non avrei mai pensato riuscendo ad essere felice comunque, pur sperando che le cose andassero meglio. Ho passato un inverno scaldandomi poco e tenendo spenta la luce, usando le candele tutto dove si poteva. Ho imparato a gestire gli attacchi d’ansia fino a farli sparire. Ho imparato a gestire la solitudine continuativa. Mi sono ostinata a voler rimanere a vivere nella mia casetta in montagna nonostante ci fossero alternative forse più allettanti… ma non per me. Tuttavia, se l’anno scorso sembrava che ci fosse speranza per il mio artigianato, quest’anno il mercato disastroso e l’assottigliarsi ulteriore delle risorse mi hanno convinto definitivamente a prendere un’altra strada. La depressione mi ha nuovamente braccato per mesi. Il senso di fallimento mi mordeva dentro e niente lo metteva a tacere. Ancora sta lì a far capolino di tanto in tanto.

Nel frattempo si muoveva qualcos’altro, già da un po’. Potevo già comprarmi di tanto in tanto qualche vestito nuovo, un paio di scarponi e dei ramponi nuovi a Natale con i soldi donati da mia madre e da mio nonno. Dell’altro nonno recuperai la vecchia picozza che se ne stava sotto il letto e iniziai a salire per i canali innevati. Mi pagai un abbonamento alla palestra di arrampicata. Poi finalmente un’anima pia iniziò a portarmi a scalare con la corda, pezzo dopo pezzo iniziai a mettere da parte la mia attrezzatura. Mi ha sempre fatto ridere mangiare riso bianco e verdure dell’orto per comprare roba superflua. Semplicemente non ritenevo superflui i miei sogni e gestivo le mie risorse di conseguenza, sempre sul filo del rasoio e, non lo nascondo, in perdita di tanto in tanto, ma con una anomala fede nel futuro che chi mi trova pessimista non riesce ad immaginare. Seguì un corso per muoversi su ghiacciaio e a fine luglio la salita indipendente al primo quattromila, il Gran Paradiso, che sognavo da anni. Poi storie di cui ho già raccontato.

Ricordo ancora quando un paio di anni fa centellinavo la benzina e per cui andare in montagna era un lusso, non andavo lontano, continuavo a fare quasi le stesse cose di sempre pur nutrendo anche gli stessi desideri di sempre, desideri che portano oltre. Ricordo poi quando nel dicembre scorso vidi il l’annuncio di un corso di arrampicata su cascate di ghiaccio e – oltre a dover tribolare per permettermelo – esso si svolgeva sempre di sabato e domenica, ed io il sabato e la domenica dovevo assolutamente lavorare, anche con l’influenza intestinale. Ovviamente dovetti rinunciare.

Ora, sul vento di tanti cambiamenti – che pur nella loro positività di tanto in tanto mi provano non poco – ho potuto scalare la mia prima cascata di ghiaccio, esattamente un anno dopo quella rinuncia. Già solo alzarmi la mattina sapendo di incontrare i compagni mi metteva di ottimo umore e quando risalendo la Valle Varaita gli altri iniziarono ad indicare le prime colate di ghiaccio io mi ritrovai in un sogno. Con lo stesso sentimento presi in mano le picozze che mi venivano prestate e dovetti controllare l’emozione non appena attaccai il primo tratto ghiacciato. Mi fecero scalare sia da seconda che da prima di cordata. E ricordo quando, nel tratto verticale della cascata, con gli altri già in sosta, le braccia in fiamme e l’acqua gelida che mi pioveva addosso, avrei voluto farmi calare giù, da qualche parte trovai un lumicino di forza per tirarmi su e sbucare sull’ultimo miracoloso scivolo a 60°. Ne era valsa davvero la pena.

La faccia che uno si ritrova appena uscita dal pezzo che non riusciva a passare…
E ci si cala allegramente in corda doppia…

Quest’anno ci sono davvero molti propositi per quello a venire. Un anno e una stagione fa entrai per la prima volta in una palestra di arrampicata; fino ad allora avevo ripetuto le salite di mio padre e di mio nonno, superando al massimo tratti di II grado. Oggi posso arrampicare sul VI e vedere un orizzonte schiudersi davanti a me. Ho propositi per i quali non basterebbe una vita umana. Intanto mi sto allenando, sto continuando ad imparare, facendo attivamente, leggendo e studiando, carpendo informazioni e conoscenze tutto dove posso. Come sempre coltivo. E’ come se non mi importasse di chi scala enormi pareti su enormi difficoltà: anche se non ho potuto arrampicare nel senso comune del termine, in questi anni ho scalato tutti i muri che mi ha piazzato davanti questa strana vita ed ora posso iniziare a scalare le montagne nel modo ho sempre voluto e andare a vedere dove mi era stato detto: lì non si può salire. E questa possibilità, con le cose che si stanno realizzando, sono già di per sè una grande vetta.

E adesso si prova da primi

Le fotografie nel testo sono state scattate durante la giornata trascorsa con Andrea e Nicola in Valle Varaita, sulla cascata Pineta Nord originale, a Pontechianale.

Fine stagione alla Meja

Quanto è stata lunga la gestazione: ci sono voluti anni affinché il desiderio che nacque sulle rocce di quella montagna si concretizzasse in un vero slancio verticale. Ricordo un giorno di tenera estate, le ultime lingue di neve nel fondovalle; dopo la salita, dando le spalle alla montagna, l’occhio indugiava curioso su quei minuscoli uomini che si arrampicavano sulle sue pareti, apparentemente appesi al nulla.

Ora, da un piccolo balconcino roccioso, sono io – con i compagni di cordata – a scrutare dall’alto le piccole sagome umane che sembravano formiche sulla traccia della via normale. Una folata di vento gelido colma di fiocchi di neve investe tutti. Gli omini là in basso si bloccano come paralizzati, fanno dietro-front e camminano veloci su per i prati. Rimaniamo noi, avvinghiati alla fredda pelle della Meja, confidando nelle previsioni e nello squarcio di azzurro che resiste sopra le nostre teste.

Siamo davvero fortunati: abbiamo la possibilità di arrampicare in un posto mozzafiato a inizio novembre appena prima che inizi a nevicare, con le ore contate; ci muoviamo tra tra i duemila cinquecento-ottocento metri, le temperature sono basse, intorpidiscono mani e piedi, il vento che le rende più acute annuncia il tempo delle ore a venire. I laghetti sono specchi di ghiaccio, i prati sono aride distese bruciate dalla lunga siccità, il gioco di luci ed ombre colora il mondo in maniera quasi allucinatoria.

Quale altra divinità, se non la Montagna stessa, può promettermi di nutrirmi ancora di tutti questi elementi? Quale altro paradiso può essere desiderabile oltre a quello che è già qui ed ora su questa terra, in questa vita? Allo stesso modo, quale altro inferno si può immaginare oltre quello che convive col paradiso sulla stessa terra, nella stessa vita?

Sulla vetta ci accarezza l’ultimo sole mentre sopraggiungono le nuvole scure da occidente. Scendiamo in fretta per il familiare percorso della normale e poi, alla base della parete, giunge infine la neve, questa volta con tutta la serietà e l’intenzione d’essere. Recuperiamo ciò che abbiamo lasciato alla base della via ed io mi attardo un po’ scendendo più lentamente sulla pietraia con le mie scarpe leggere che presto si riempiono di pietre; ancora una pausa all’inizio dei prati per svuotarle, mentre gli altri si incamminano a passo sostenuto verso la macchina.

Non voglio essere attesa, quasi non vorrei essere riportata a valle: devo camminare svelta anche io, ma la montagna è così magnetica! Ho lungamente desiderato di vederla innevata ed ora ho la fortuna di poter assistere al principio stesso del fenomeno. La mia presenza si annulla nella sua grandezza. Procedo voltandomi di tanto in tanto a guardarla ancora finché le sue pareti si ammantano nelle nebbie e nel turbinio dei fiocchi di neve, mentre i prati velocemente s’imbiancano. Raggiungo gli altri al colle, saltiamo in auto un po’ bagnati, senza nemmeno toglierci l’imbrago e scendiamo. A valle, a divorare ore misere di ricordi, frustrazioni e nuovi desideri che spingono avanti le nostre masse inerti, ad usare un’unica giornata come sale per le altre più insipide. La gioia rimbalza per una stanza nel tentativo di intercettare una condivisione, ma quando tutti se ne sono andati rimane mia soltanto e scivola nella placidità del riposo. E riposo alla terra finalmente porta la neve che ora è giunta anche qui ad estinguere il grido assetato che quasi stentava a raggiungere, troppo esausto ormai, il cielo.

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Nuovo sguardo dal Colle di Ancoccia
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Facendo nuova conoscenza con l’ambiente sul primo tiro
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Placche abbattute su L3
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Tomasz su L4
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Ultima sosta: arriviamo!
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Verso la via normale
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Ultimo sole dalla cima, vista su cresta sud-est
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Ultimi facili passaggi prima della normale, in conserva
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Occhi alle pareti, alla ricerca di altre vie
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Gran finale!