Il mare di ghiaccio

E’ venerdì quando mi ritrovo a meditare su un fine settimana di tarda primavera in cui sarò sola e a portarmi avanti cercando compagnia ed idee per qualche nuova avventura in montagna. Da qui i messaggi si moltiplicano e arriva un invito inaspettato: andare la domenica stessa a fare la discesa della Vallée Blanche con gli sci. Sono combattuta: ho iniziato a sciare quest’anno e nonostante mi sia trovata bene e sia scesa dappertutto temo di non essere all’altezza di affrontare questa spettacolare e famosa discesa fuoripista ai piedi del Monte Bianco, nonostante le spiegazioni e le rassicurazioni.

Domenica mattina sono naturalmente in viaggio verso la Valle d’Aosta. Insomma, la testa è sempre la stessa. Tuttavia era da un po’ che non percepivo una così forte tensione all’alba di un’uscita: la notte ho dormito poco, a colazione ho faticato a mangiare e mille pensieri mi hanno tormentato fino all’ultimo, primo tra essi la paura di non essere all’altezza e di finire per diventare una scomoda palla al piede per gli altri componenti del gruppo.

I ricordi si affollano nella mia mente mentre risaliamo in auto la Valle d’Aosta, i miei occhi cercano le sue vette dall’Emilius al Grand Combin, dal Ruitor alla Grivola, all’immaginazione di quanto resta celato. E quando sopra Courmayeur scintilla nel sole del mattino la cresta di Peuterey una parte di me sente la gioia di aver fatto finalmente ritorno: ritorno nel luogo del mio battesimo all’alpinismo d’alta quota, ritorno in uno di quei luoghi ascoltati a lungo nei racconti di grandi uomini, ritorno in un un luogo rimasto nel cuore e non comunicabile a chi, rimasto a casa, non vi è mai stato.

Aiguille Noire de Peuterey

La funivia, poi, rimane come una curiosa macchina magica che catapulta silenziosa noi, piccoli come formiche, nell’enorme abisso bianco oltre le possibilità del nostro sguardo. Tornando sulla terrazza di Punta Helbronner ho finalmente delle chiare idee e ne cerco la corrispondenza indirizzando lo sguardo sognante qua e là.

Aiguilles Marbrées in primo piano, Dente del Gigante, Aiguille de Rochefort in secondo, Grandes Jorasses in lontananza
Scendendo verso il Col des Flambeaux

Tornare, tornare, il pensiero obbligato prima ancora di scivolare via verso il Col des Flambeaux. Ci ripenso continuamente in tutti i miei giorni, così come ora mentre scrivo in giardino circondata dal primo verde e dalla fioritura vivace delle violette, ma costretta ad un riposo forzato, anche con un po’ di preoccupazione, l’ansia inevitabile per aver cercato di allenarmi tanto ed arrivare ad oggi con un problema che spero si risolva velocemente e se ne torni ad abitare nel silenzio delle cose dimenticate, lasciandomi posare lo sguardo nuovamente sui miei sogni. Stamane, all’alba, con gran malumore immaginavo dove avrei voluto essere ora che finalmente il sole ha fatto ritorno, trasformato la neve e riaperto per me le vie interrotte la primavera scorsa.

Credo proprio che la Mer de Glace sarà per me l’ultima sciata della stagione, un po’ come un grande inaspettato regalo per gli sforzi ed i sacrifici. Fin più che alle cime i miei pensieri ritornano all’enormità della serraccata che come un’onda si tuffa apparentemente immobile sul pianoro glaciale sottostante. E sciarvi in mezzo, pur seguendo goffamente gli altri. Le luci, le ombre, il colore del ghiaccio e i gracchi che veleggiano placidi sulle nostre teste, il rombo di una frana lontana, giù dalle pareti esposte a nord.

Tra i seracchi

In fondo al ghiacciaio tralasciamo la possibilità di prendere il trenino di Montervers, dirigendoci giù verso Chamonix a tratti sciando, a tratti a piedi. Tornati alla civiltà, come sempre accade, mi sento fuori dal mondo, un po’ come continuo ad esserlo dopo, un po’ come ormai lo sono sempre, o lo sono sempre stata.

Ancora qualche immagine della giornata nella Vallée Blanche.

Lasciando la “Salle à manger”, sullo sfondo la grande seraccata

Sciando tra i seracchi

Il Monte Bianco si mostra nella sua magnificenza

Fine stagione alla Meja

Quanto è stata lunga la gestazione: ci sono voluti anni affinché il desiderio che nacque sulle rocce di quella montagna si concretizzasse in un vero slancio verticale. Ricordo un giorno di tenera estate, le ultime lingue di neve nel fondovalle; dopo la salita, dando le spalle alla montagna, l’occhio indugiava curioso su quei minuscoli uomini che si arrampicavano sulle sue pareti, apparentemente appesi al nulla.

Ora, da un piccolo balconcino roccioso, sono io – con i compagni di cordata – a scrutare dall’alto le piccole sagome umane che sembravano formiche sulla traccia della via normale. Una folata di vento gelido colma di fiocchi di neve investe tutti. Gli omini là in basso si bloccano come paralizzati, fanno dietro-front e camminano veloci su per i prati. Rimaniamo noi, avvinghiati alla fredda pelle della Meja, confidando nelle previsioni e nello squarcio di azzurro che resiste sopra le nostre teste.

Siamo davvero fortunati: abbiamo la possibilità di arrampicare in un posto mozzafiato a inizio novembre appena prima che inizi a nevicare, con le ore contate; ci muoviamo tra tra i duemila cinquecento-ottocento metri, le temperature sono basse, intorpidiscono mani e piedi, il vento che le rende più acute annuncia il tempo delle ore a venire. I laghetti sono specchi di ghiaccio, i prati sono aride distese bruciate dalla lunga siccità, il gioco di luci ed ombre colora il mondo in maniera quasi allucinatoria.

Quale altra divinità, se non la Montagna stessa, può promettermi di nutrirmi ancora di tutti questi elementi? Quale altro paradiso può essere desiderabile oltre a quello che è già qui ed ora su questa terra, in questa vita? Allo stesso modo, quale altro inferno si può immaginare oltre quello che convive col paradiso sulla stessa terra, nella stessa vita?

Sulla vetta ci accarezza l’ultimo sole mentre sopraggiungono le nuvole scure da occidente. Scendiamo in fretta per il familiare percorso della normale e poi, alla base della parete, giunge infine la neve, questa volta con tutta la serietà e l’intenzione d’essere. Recuperiamo ciò che abbiamo lasciato alla base della via ed io mi attardo un po’ scendendo più lentamente sulla pietraia con le mie scarpe leggere che presto si riempiono di pietre; ancora una pausa all’inizio dei prati per svuotarle, mentre gli altri si incamminano a passo sostenuto verso la macchina.

Non voglio essere attesa, quasi non vorrei essere riportata a valle: devo camminare svelta anche io, ma la montagna è così magnetica! Ho lungamente desiderato di vederla innevata ed ora ho la fortuna di poter assistere al principio stesso del fenomeno. La mia presenza si annulla nella sua grandezza. Procedo voltandomi di tanto in tanto a guardarla ancora finché le sue pareti si ammantano nelle nebbie e nel turbinio dei fiocchi di neve, mentre i prati velocemente s’imbiancano. Raggiungo gli altri al colle, saltiamo in auto un po’ bagnati, senza nemmeno toglierci l’imbrago e scendiamo. A valle, a divorare ore misere di ricordi, frustrazioni e nuovi desideri che spingono avanti le nostre masse inerti, ad usare un’unica giornata come sale per le altre più insipide. La gioia rimbalza per una stanza nel tentativo di intercettare una condivisione, ma quando tutti se ne sono andati rimane mia soltanto e scivola nella placidità del riposo. E riposo alla terra finalmente porta la neve che ora è giunta anche qui ad estinguere il grido assetato che quasi stentava a raggiungere, troppo esausto ormai, il cielo.

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Nuovo sguardo dal Colle di Ancoccia
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Facendo nuova conoscenza con l’ambiente sul primo tiro
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Placche abbattute su L3
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Tomasz su L4
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Ultima sosta: arriviamo!
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Verso la via normale
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Ultimo sole dalla cima, vista su cresta sud-est
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Ultimi facili passaggi prima della normale, in conserva
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Occhi alle pareti, alla ricerca di altre vie
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Gran finale!

 

Finalmente Oronaye

Pensieri dopo una bella salita autunnale al Monte Oronaye, che svetta coi suoi 3100 metri di calcare sulle valli Stura, Ubayette e Maira. Cima desiderata da tempo, ottima occasione per studiare quello che potrà essere un interessante ambiente invernale-primaverile e per tenersi in allenamento per i progetti dell’anno nuovo.

Davanti ai miei occhi scorrono verso valle lente cascate di detriti. Non si sale, si arranca incapaci di restare propriamente eretti. Eppure due sagome in lontananza incedono lentamente come vi fosse veramente una traccia. Ogni movimento sconvolge il silenzio della quiete autunnale. Le montagne sono state abbandonate quasi da tutti; non è più estate, eppure le condizioni rimangono quasi le stesse ed il mio spirito è attratto come da un buco nero, in attesa del grande cambiamento invernale. Non esistono più ordinarie stagione, soltanto il tempo d’andare.

La mente decide di ignorare l’evoluzione che ci ha condotti a porci in assetto verticale e – per ritrovare la stessa verticalità fino alla sua compiutezza – ci induce ad avvicinarci al piano inclinato del suolo instabile, facendoci incedere come un animale in preda a gran furore. Finchè si possa nuovamente camminare, per poi raggiungere il confine della forcella.

Mi affaccio su una Valle Maira ombrosa e muta; oltre, verso il sol levante, ciò che rimane della strada da compiere. Finalmente si arrampica un po’, su quella roccia marcia miracolosamente solida, almeno per il necessario. Si cavalca il filo tra i due poli, tra sud e nord, tra luce ed ombra, tra convinzione e tarlo mentale, ma trovando il giusto equilibrio e sbucando così sulla vetta inondata di luce dorata.

Ben fatto, mi dico. Dopo un’immersione nella concentrazione, si scia sui detriti fino a valle, ci si lascia trasportare da questo destino felice, incapaci di realizzare la verità dell’azione fisica ma proiettati in un mondo di idee e stati mentali, come se il corpo non fosse che una mera estensione di una potenza invisibile chiusa al suo interno, che troppo spesso ci inganna del contrario. Viviamo in una splendida allucinazione. La vetta, alle spalle, è un altro segno dentro di noi. E si annulla, per chimera quale era, svelando i simboli e lasciandoci nudi allo specchio.

Con la mente lucida si può trattare adeguatamente con le inclinazioni apparentemente tipiche della gioventù; l’irrequietezza, l’avventatezza, l’incoscienza, l’imprudenza possono essere analizzate dalla coscienza che abbia fatto tesoro negli anni degli insegnamenti della montagna. Innanzi ad essa l’alpinista non ha né sesso né età: è il suo stato coscienziale a renderlo più incline al successo lieve o al tragico fallimento.

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