Parias Coupà: via Berardo, Sperone Est

Niente di più sbagliato che credere che la stagione alpinistica potesse in qualche modo finire sul Cervino. Nemmeno è continuata in discesa: dopo qualche bella arrampicata svoltasi principalmente tra le montagne di casa – teatro principale la Serra dell’Argentera – inizia a sorgere una nuova proposta che arriva da Andrea. Il primo spunto riguarda il genere: una lunga traversata per cresta.

Inizialmente le idee sono tre e presto iniziamo a pensare più chiaramente alla Valle Maira e alla zona del Brec de Chambeyron, dove si può compiere la bella traversata classica raggiungendo la cresta sul Buc de Nubiera. Tuttavia in un certo punto ci si discosta dal filo e si percorrono delle malsicure cenge improteggibili che conducono alla via normale del Brec. E fare una salita integrale?

Andrea mi manda delle fotografie del muro di 150 metri circa prima del quale si abbandona la cresta: si tratta del Mourjean, quasi una spalla del Brec. Inizia quindi la ricerca delle informazioni, che dura parecchi giorni; intanto la voglia di partire non fa che aumentare. Veniamo a sapere che in passato qualcuno si è già avventurato da queste parti scalando in modo più diretto quelle pareti, persino da slegato, superando difficoltà di V grado. Tra i racconti salta fuori anche un consiglio: perché percorrere la cresta, dove la roccia è molto scadente, quando si potrebbe scalare una via diretta al Parias Coupà, grandiosa, lunghissima, poco conosciuta? Siamo intrigati.

Questa montagna, quotata 3248m, seguendo la cresta dal Buc de Nubiera (3215m), si trova tra la Tête de Cibiroles (3236m) e l’Aiguille Fochs (3275m); la sua vetta (in copertina) è composta di compatte placche di calcare, molto estetica, sul versante italiano precipita verticale per centinaia di metri in un abisso impressionante. Proprio sul lato Maira la montagna presenta uno sperone abbastanza evidente nella luce del mattino. Al salirlo nel 1957 fu Renzo Berardo con il compagno Alloa, ma la via, forse penalizzata dalla cattiva qualità della roccia che caratterizza questa zona, ebbe poche ripetizioni.

Lo sperone su cui si sviluppa la via di Berardo, nel sole del mattino

Qualche buona informazione sulla via si trova, sia su internet grazie alla relazione di chi l’ha ripetuta, sia sulle pagine di un buon vecchio libro, Montagne d’Oc di Andrea Parodi, poi ancora tra le parole di quest’ultimo e di qualche amico di Andrea. Insomma, siamo presto convinti ad andare anche noi. Valutiamo quindi di articolare la gita in due giorni: durante il primo saremo impegnati sulla Via Berardo sullo Sperone Est del Parias Coupà, dal quale scenderemo seguendo la cresta verso il Brec fino a trovare un buon posto per bivaccare; l’indomani proseguiremo e cercheremo di scalare direttamente il Mourjean per poi raggiungere l’ultima cima. Per me sarà il primo bivacco all’addiaccio: credo si potrà immaginare la mia trepidazione! Cercheremo di portare con noi lo stretto indispensabile: sacco a pelo e sacco da bivacco, acqua e un po’ di cibo da consumare senza necessità di cucinare con un fornello, un cambio di vestiti e tutta l’attrezzatura per l’arrampicata, di cui due mezze corde, qualche chiodo, martello, un set completo di friend e uno di nuts, moschettoni, rinvii, caschetti, imbraghi, fettucce, cordini… Un bel corredo!

determinati a partire

Sabato 22 settembre, nel buio del primo mattino, siamo di partenza; le previsioni meteo sono ottimali. Salendo per il sentiero Dino Icardi avverto una stanchezza quasi un po’ insolita, strascico della settimana, forse un po’ complici gli allenamenti che non mollo da mesi, a cui direi che mi sono affezionata e che hanno cambiato il mio modo di concepire tutte le cose che faccio, dalle piccolezze del quotidiano alle uscite in montagna, sempre più impegnative. Il senso di sete che si presenta anzitempo mi farà compagnia per tutto il fine settimana: realizzo presto che nei giorni precedenti non mi sono idratata a sufficienza e sono consapevole che soffrirò più del dovuto.

La partenza avviene prima che faccia giorno. Scattiamo questa foto quando stiamo camminando già da un pezzo.

Assistiamo ad una magnifica alba, per quanto non eclatante ed esagerata come in alcune mattine invernali in cui amo essere per monti ad immortalare sfuggevoli istanti in qualche fotografia: tutto all’improvviso si impregna di una luce rosata, pervade ogni cosa: i prati, il sentiero, le montagne, mentre il cielo all’orizzonte rimane di un azzurro intenso; poi le pareti che già si presentano ai nostri occhi si fanno dorate e possiamo osservare lo sperone su cui si sviluppa la via. Gli spazi sono smisurati, tanto che si perde la reale concezione di quanto le montagne siano alte. La nostra linea si sviluppa in verticale per ben 800 metri, eppure giungendo presso di essa appare persino meno imponente del Corno Stella, il cui sviluppo sul versante sud-ovest è ben minore. Sul lato strettamente personale tutto ciò significa praticamente una scalata lunga il doppio della media delle vie fatte finora, e resta comunque una via abbastanza più lunga del normale per la nostra zona. Il materiale presente in loco è inoltre pochissimo: si parla di 7-8 chiodi su tutto lo sviluppo. Tutto ciò contribuisce ad aumentare il mio coinvolgimento e rientra a pieno titolo in alcune dichiarazioni di intenti da me fatte poco tempo fa.

Una tupenda alba rosata ci coglie durante l’avvicinamento

Abbandonato il sentiero tagliamo per pietraie e detriti verso l’attacco dello sperone. Ci prepariamo. Ben presto capiremo come sarà la roccia che ci farà compagnia per tutto il giorno: un bel calcare praticamente vergine… ma abbastanza marcio, soprattutto nei tratti più facili… ma non solo. Inoltrandoci lungo l’itinerario il rumore della caduta delle pietre diventa un’abitudine, talvolta esse sembrano proiettili che sibilano nel vuoto, o meteore che solcano il cielo tracciando la loro traiettoria parabolica più o meno vicino da noi. A volte ci si schiva appena in tempo, a volte basta appiattirsi contro la parete, a volte invece si resta indifferenti, sapendo di essere abbastanza distanti.

Traverso nella parte iniziale della via

Fatto sta che nel giro di pochi tiri la parete ci fagocita, più che mai me ne rendo conto trovandomi in sosta in un canale pieno di rocce pericolanti, facendo sicurezza ad Andrea mentre è alle prese con uno dei tiri più impegnativi della via. Il silenzio è interrotto solo dal canto di un uccellino curioso che a più riprese si avvicina a noi, poi d’improvviso qualche voce dal fondovalle segnala la presenza di alcuni escursionisti, che appaiono ora come una forma di vita d’un altro pianeta. Il mio orecchio rimane tuttavia concentrato sul silenzio e su ogni minimo segnale del compagno di cordata: tutto il resto non esiste più, nemmeno il brusio dei pensieri ordinari che affollano quotidianamente la nostra mente. Forse, di tanto in tanto, affiora un dove siamo?

All’interno del canale
In uscita dal pilastrino successivo al canale

Non stiamo solo scalando, siamo in ascesi: la mondanità stagna nel fondovalle e metro dopo metro ci addentriamo in una dimensione parallela dotata di caratteristiche del tutto discoste da quelle dell’ingranaggio doloroso in cui siamo abitualmente invischiati. Dopo il faticoso tiro che ci porta fuori dal canale attraversando un vero e proprio buco inaspettato attraverso la parete e risalendo il pilastro seguente, ci aspetta il tiro chiave della via, caratterizzato da un breve traverso di V+. Tuttavia questo passaggio non ci oppone alcun problema, richiedendo forse dei movimenti più risonanti nelle nostre corde; semplicemente la sorpresa è dietro l’angolo, almeno per me: dopo un tratto facile si deve risalire un caminetto. Con l’ingombro abbastanza importante dello zaino riesco solo a inserirmi nella base di esso, ma mossi i primi passi in opposizione al suo interno, rimango incastrata; allora ridiscendo e tento di salire a poca distanza su uno dei due bordi, invitata da una fessurina, e sembra quasi una buona idea finché la presa mi esplode letteralmente in mano, facendomi rimanere appesa come un salame. Scoprirò solo dopo, risolto l’impasse con l’aiuto del compagno, che lui aveva tolto lo zaino e appesolo all’imbrago aveva dunque superato il camino. Mi sento un’incapace.

Sentirsi piccoli con buone ragioni

Ci ritroviamo in una zona di facili rocce e dopo aver sorseggiato un poco d’acqua e uno di quei comodi gel che racchiudono tanta energia in pochi grammi e ingombro minimo ripartiamo. Lo sperone ci rivela le sue reali dimensioni: siamo un puntino insignificante tra abissi che si estendono in tutte le direzioni attorno a noi. Nemmeno abbiamo raggiunto la metà della via. Ci aspettano diversi tiri un po’ tutti uguali per tipologia di roccia e di scalata, con difficoltà contenute; ci sincerano della retta via due chiodi arrugginiti. Ho memoria di una sosta su un comodo terrazzino assolato, dove posiamo gli zaini; a far sicurezza – i metri successivi si preannunciano semplici – mi siedo quasi coricata con la schiena contro la parete e l’orecchio teso verso l’alto. Intanto a pochi metri cadono le solite pietre; di tanto in tanto rivolgo loro la coda dell’occhio, quasi indifferente: fanno parte ormai del nostro ristretto universo.

Nonostante la fatica ecco che spunta il solito sorriso…

Raggiungiamo un piccolo intaglio sul filo dello sperone: da questo punto si può osservare la sottostante Valle Maira, il lago del Vallonasso di Stroppia e il bivacco Barenghi; più oltre il Monviso domina l’orizzonte con il suo elegante profilo piramidale e ciò che rimane della via si snoda davanti ai nostri occhi in modo più logico; pertanto seguiamo pressapoco il filo, percorriamo una bella lunghezza di roccia più solida e ben lavorata, e ci concediamo ancora una piccola pausa in una forcellina ombrosa. Pochi sorsi di acqua, un pezzo di formaggio e qualche quadretto di cioccolato. Sarà l’ora del té, il sole ha ormai cambiato l’inclinazione dei suoi raggi, caldi tuttavia.

Bel tiro con roccia abbastanza solida; in alto intravediamo l’uscita della via: le distanze si accorciano!

Metro dopo metro raggiungiamo la “ventidueesima” sosta (della relazione, noi dovremmo aver spezzato in due un tiro), dove troviamo ben due solidi chiodi; il martello fa il suo canto ribattendoli. Quello che ci aspetta è quindi l’ultimo tiro, ma non concede prematuri entusiasmi: le difficoltà sono di V e la roccia estremamente sdrucciolevole. Dulcis in fundo.

Uno sguardo verso l’alto dall’ultima sosta, il compagno è un puntino minuscolo. Oltre solo il cielo…

Per tutta la permanenza in sosta mi sposto per evitare le pietre che inevitabilmente cadono dall’alto, talvolta a distanza di sicurezza, talvolta – per fortuna le più piccole – senza altra soluzione sul mio caschetto. Non è divertente, la concentrazione rimane alta, ma non mi scompongo quasi più. Tuttavia, quando dopo un ultimo delicatissimo passaggio che ci fa trattenere il fiato sento il grido di gioia del compagno, mi concedo un profondo respiro di sollievo: ora tocca ancora a me ripercorrere gli stessi metri, ma sarà certamente cosa diversa. Arrampicando non riesco ad evitare qualche crollo; ricordo ancora come una veloce effimera fotografia l’immagine di un appoggio scomparire nel vuoto non appena posatovi sopra il piede… Passando da seconda la cosa non fa paura… ma fa ben riflettere se si considera l’impegno psicologico di chi è appena passato da primo! Scalare su roccia marcia mi fa scoprire come non sia ancora ferrata nel trovare solo gli appigli più sani, lasciandomi ogni tanto affascinare da quelle che sembrano prese invitanti ma che ben presto, alla prima più decisa sollecitazione, si rivelano un bel fiasco e si sgretolano tra le mani. Questa via è una grande lezione sotto tanti aspetti e intanto, mentre ero intenta ad assorbirli possibilmente tutti, ce ne siamo ritrovati al di fuori. A pochi metri da noi l’estetica linea della vetta del Parias Coupà. Le nostre facce stanche ma soddisfatte, catturate da qualche fotografia.

Meraviglioso panorama dalla vetta del Parias Coupà, dominato dall’Aiguille de Chambeyron sulla sinistra; sullo sfondo a destra si nota la piramide perfetta che presenta il Monviso osservato da questa posizione.

Anche questa volta il racconto, già abbastanza lungo, continuerà da dove lo abbiamo interrotto in un prossimo articolo. Ho trovato un nuovo modus vivendi si direbbe! Vi racconterò com’è andato il bivacco e cosa abbiamo fatto il giorno seguente. Intanto cercherò di trovare le parole che ancora mi mancano per continuare a trascrivere le cose vissute.

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post scriptum

Di tanto in tanto, riguardando le fotografie della cima del Parias Coupà, mi torna alla memoria quando – anni fa – ne vidi un’immagine per la prima volta. Fui affascinata dalla forma e dal suono del nome, che significa pressapoco “paretaccia tagliata da cenge”. Scalare questa cima non rientrava nei miei piani più prossimi, ma dopo questa avventura inaspettata, resterà impressa indelebilmente tra i miei ricordi!

La stanchezza più bella del mondo! Andrea mi ha scattato questa foto a pochi metri dalla cima del Parias Coupà, presso l’uscita dalla via. Sue anche diverse altre foto che ho inserito nel racconto.

Piccole cronache di giorni in Marittime, III

9 settembre 2018, cresta sigismondi all’argentera

Dormo di un sonno meravigliosamente ristorante, calmo e intensamente riposante. E’ bello ritrovarsi a passare la notte in rifugio, mi è capitato solo un paio di volte durante l’estate. In questi luoghi c’è per me un senso di appartenenza e un’aura di benessere.

Usciamo quando la luce inizia ad invadere la conca buia e già si distingue la desolazione di pietre ai piedi dell’Argentera e della Nasta; la luce frontale serve per poco tempo. Inizialmente, sulle orme dei primi a partire, seguiamo il sentiero che conduce al passo dei Detriti, e ci portiamo alla base della sua conoide.

Salendo al Colletto Freshfield

Qui attraversiamo sotto le pareti rocciose per raggiungere la base del canale che culmina nel Colletto Freshfield, al quale saliamo senza difficoltà e dove ci leghiamo in cordata per affrontare le prime placche in conserva, dopo le quali inizia la salita vera e propria: davanti a noi si erge la cima Purtscheller, e per raggiungerla facciamo tre tiri di corda seguendo il mio naso, ricompensato, quasi in cima, dalla presenza di un vecchio chiodo che fotografo con un tocco di infantilità e dal ritrovarsi semplicemente “nel posto giusto”, cosa che dà un senso l’imposizione della mia lettura, che a tratti credo possa aver dato qualche dubbio al mio socio.

Un piacevole ritratto “in azione” scattato da Tomasz, bellissimo ricordo: grazie!

A volte ci si sente in imbarazzo nel volersi far dare ragione a tutti i costi, nel mostrarsi convinti pur mai abbandonando del tutto la consapevolezza dell’errore che sempre sta dietro l’angolo, tanto più per un alpinista giovane come me. Io poi, che nel quotidiano ragione non ho quasi mai, giusto o sbagliato che sia. Tuttavia so che in questa gita in cui l’itinerario era incognito ad entrambi ho imposto moltissimo la mia personalità, la mia volontà e la determinazione che vorrei avere anche nei giorni più banali trascorsi a valle. Il processo mentale che tutto ciò mi ha procurato è stato per me intenso, interessante e sicuramente mi ha dato tanto: credo di aver fatto dei passi avanti sia nella conoscenza di sé, sia in quella dell’ambiente alpino. Per alcuni tutto ciò sarà poca cosa, ma per me resta un episodio grandemente arricchente e più significativo per esempio di una via con difficoltà molto maggiori ma segnalate dalla presenza di chiodi o da una tranquillizzante linea di spit. Insomma, per me è stato alpinismo vero, seppur non difficile. Scegliere dove passare e come e quando proteggersi è bellissimo ed rappresenta una strada che desidero tornare a percorrere, approfondire e conoscere meglio.

Usciamo soddisfatti dai tiri di corda, a poca distanza dalla cima Purtscheller

Fatto sta che dalla cima Purtscheller il percorso si fa evidente e logico: siamo in cresta; continuo a ricordare il mantra costituito dalle parole di Andrea prima della partenza: “cerca il facile” e con questo pensiero in mente ci muoviamo su un lato o sull’altro del filo, fino a raggiungere la Cima Genova. Qui abbiamo una possibilità per abbandonare e calarci verso la via normale alla cima sud dell’Argentera, a poca distanza dal Passo dei Detriti. Valutare la discesa in verità ci tocca, perché non è presto come vorrei; tuttavia la giornata è buona, il tempo sufficientemente stabile nonostante qualche nuovo accumulo di umidità che già risale verso le vette.

In lontananza si intravede la vetta

Così continuiamo su alcuni dei più bei passaggi della cresta, sul III superiore, molto esposti: stupendi. Solamente dobbiamo prestare attenzione a non far cadere pietre: sotto di noi si trova infatti la cengia che caratterizza la via normale e molte persone la stanno percorrendo… magari anche senza caschetto e ignare della nostra presenza.

Bei passaggi

Quello che sembra un piccolo torrione ostico si rivela essere come alcuni episodi della vita: un inganno dato da uno sguardo lanciato da troppo lontano; infatti, giunti presso di esso, scorgiamo una facile cengetta che ci permette di aggirarlo, risalendo poi per rocce articolate fino a ritrovare il filo, saltare dal lato opposto fino a trovarci fuori dalle difficoltà. Così in breve ci ritroviamo sulla Spalla: da qui non ci resta che attraversare con entusiasmo l’ultimo tratto di facile cresta, principalmente costituito da massi e roccette, ritrovando velocità fino a scorgere la bella croce di vetta.

C’è un momento in cui realizziamo di “essere fuori”, nonostante resti da percorrere un ultimo tratto di cresta praticamente orizzontale tra la Spalla e la vetta
Sulla cresta finale

Siamo gli ultimi a raggiungere la cima, ma io mi sento come quegli ultimi beati a cui apparterrà il regno dei cieli, al quale ancora una volta sono giunta vivente, credendo ancora al valore allegorico delle parole e non al loro primo banale aspetto più letterale, frutto di tante incomprensioni, mistificazioni, limitanti visioni, senza temere identificazioni di qualsiasi genere ma soltanto ascoltando una voce interiore – che utilizza modalità a lei familiari per abitudine e cultura – in armonia col momento presente.

Una meritata foto di vetta

Per qualche momento ci lasciamo andare, si ride, si scherza, si mangia e si beve, si ripone l’attrezzatura, si scattano fotografie. Poi ancora un po’ di concentrazione: servirà ancora per affrontare in sicurezza la discesa per la via normale, non difficile ma esposta e da non sbagliare. Anche qui purtroppo sono morte diverse persone: fino al passo niente scherzi, niente spazio per stanchezza e distrazioni. Dal Passo dei Detriti scendiamo spensierati, nonostante il cammino fino a valle sia ancora lungo. Si concluderà nella luce soffusa della sera, ancora una volta quando in giro non c’è più nessuno (o quasi: riceveremo infatti un passaggio da altri scalatori facendo ritorno al Gias delle Mosche, dove avevamo lasciato l’auto sabato).

Un bellissimo ritorno nelle montagne di casa, quelle della mia infanzia, le più ritratte nelle vecchie fotografie dei nonni, percorrendo però nuove strade, crescendo e conoscendo, osservandole da nuove angolazioni e in tutti i diversi momenti del giorno, così apprezzabili nella loro diversità, ma con una predilizione per la sera, che quasi sempre si perde lontano dagli occhi. Forse una fine di stagione, pur non sapendo dove vi siano realmente confini, perché a realizzare sogni ormai si sa: io sogno sempre più forte.

Discesa lungo la via normale

Piccole cronache di giorni in Marittime, II

8 settembre 2018, ritorno al rifugio Bozano

Sulle montagne più alte è già scesa la prima neve. Il mio socio Tomasz mi parla da un po’ del suo desiderio di tornare sul Monviso, questa volta per la cresta est, ma evidentemente è l’ennesimo treno che ci ritroviamo a perdere, assieme a quello del Monte Bianco, che invero continuiamo a mancare da due anni. Prendo tempo, non mi oso a dire che secondo me è meglio non andare, ma presto è egli stesso a porre un freno ai nostri iniziali progetti, chiedendomi se avessi in mente un progetto alternativo. Ce l’ho eccome e l’ho concepito sognando ad occhi aperti nelle Alpi di casa: le Marittime.

Il Corno Stella si slancia verso il cielo, alla sua sinistra la Catena delle Guide

La mia proposta viene approvata e così il sabato mattina ci ritroviamo a Borgo San Dalmazzo, pronti a iniziare Tomasz alla Valle Gesso, per lui ancora sconosciuta. Mi sento in dovere di fare gli onori di casa. Prima tappa: rifugio Bozano, ai piedi del Corno Stella. A soli tre giorni dall’ultima scalata, il gestore del rifugio ride nel vedermi calcare di nuovo la sua porta. Ci apprestiamo a scalare una via di recentissima apertura, del luglio 2017: lo Sperone Gioele, dedicato alla memoria di Gioele Dutto, giovane alpinista morto in un incidente sulla Nord del Monviso.

In uscita dal passo chiave della via

La via, molto ben attrezzata e concepita per essere accessibile a tutti gli appassionati di arrampicata, si snoda tra la Punta Plent e la Forcella Piacenza, Catena delle Guide. La scalata fila bene, ci divertiamo e l’aria frizzante di tanto in tanto ci porta i brividi della stagione ventura che già sfida il calore del sole estivo.

Un momento della salita ripreso dalla seconda sosta
A poca distanza dalla cima

In discesa, avvertiti della possibilità di incastrare le corde durante la terza calata in corda doppia, stiamo già tirando un respiro di sollievo nel vedere il nodo delle corde giungere alle nostre mani, quando accade l’imprevisto: la seconda corda rimane impigliata in uno speroncino e non c’è verso di farla scendere, anzi, più tiriamo più si incastra. Non rimane che risalire il tiro. Coordino l’operazione e arrampico nuovamente un tiro e una parte del successivo, fino a raggiungere la corda incastrata, attacco un maillon ad uno spit e mi faccio calare fino alla sosta dove eravamo precedentemente arrivati. Un altro caso aggiunto al quaderno delle esperienze fatte.

La discesa termina senza ulteriori inghippi, se non il ritardo che iniziamo ad accumulare già da un po’. La cosa non desterebbe turbamento alcuno se ci rimanesse soltanto da tornare a valle, ma i progetti sono diversi. Dopo una pausa al Bozano infatti, sistemato tutto il materiale nuovamente negli zaini, ripartiamo con l’intenzione di raggiungere il Rifugio Remondino, che si trova esattamente dall’altro lato delle montagne che mostrano a noi il loro versante nord.

Punta Plent
traversata bozano-remondino

La traversata di sviluppa a partire dalle pietraie di fronte al Bozano, per poi tagliare a mezzacosta tutto il versante nord ai piedi dell’Argentera e della catena della Madre di Dio, fino ad arrivare alla Bassa della Madre di Dio, alla stessa altitudine del rifugio. Di qui proseguiamo sul versante Assedras, tagliando per pendii prima erbosi poi rocciosi, risalendo canaletti per giungere ogni volta ad un nuovo colletto che si affaccia su un successivo, fino a scendere decisamente verso le grandi pietraie che giacciono ai piedi del rifugio Remondino.

Superata da poco la Bassa della Madre di Dio, si prosegue per traccia, sempre segnalata con segnavia di vernice.

Il senso di una privilegiata solitudine si accentua lasciandoci alle spalle il familiare orizzonte dominato dal Corno Stella, mentre le nebbie serali iniziano a gonfiarsi e a risalire dal fondovalle, colmando i valloni come i ghiacciai che li scavarono nei tempi antichi. E noi siamo al di sopra delle nuvole, seppur di poco, tant’è che ogni tanto i loro lembi turbolenti arrivano a lambire i nostri passi, serrando la visuale.

Nuvole e forti contrasti: noi gli unici privilegiati spettatori

L’ora si fa tarda, tarda veramente e noi siamo ancora in alto, iniziamo a scorgere il gruppo della Nasta ed il Remondino in uno squarcio di limpidezza. Il senso di libertà viene incrinato dal senso del dovere: la necessità di arrivare al rifugio dove siamo attesi, dove da un po’ si sta servendo la cena e già tutti si preparano per l’indomani.

Quasi una moderna rivisitazione del “Viandante sul mare di nebbia”

Fuori dal ripido, finite le corde fisse, parlo con il compagno e decidiamo che allungherò il passo per andare ad avvisare del nostro arrivo. Così balzo giù per la traccia prima e tra i massi poi, fino a ritrovarmi col fiatone ai piedi della scalinata che porta al rifugio. Riceviamo una deliziosa e gentile accoglienza. Nella mia testa intanto avanza l’idea che forse non porteremo a termine il progetto iniziale proprio a causa del nostro ritardo e della mancanza di riposo, ma quando ci viene chiesto dove siamo diretti l’indomani, mentre io mi faccio un po’ da parte stando sul vago, Tomasz esclama: “La cresta, no?”. Sì, salvo imprevisti l’idea è sempre quella: cresta Sigismondi all’Argentera, ma per il momento la notte ci richiama al giusto tempo del riposo.

Ultime luci della sera dal terrazzo del Rifugio Remondino, poco prima di rintanarci a cenare e riposare

Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.

Cervino, Parte II

Esco nel nero della notte; le luci di Breuil scintillano immobili nel fondo valle, tutto è mutissimo e sereno. Basta un momento soltanto per percepire la concreta possibilità della salita: aleggia nell’aria; la roccia emana come un profumo immaginario, dolcissimo, seducente, e promette di concedersi. Noi, che vogliamo esserle amanti, viviamo in un fremito tutta la tensione fisica e spirituale che nel giro di poco ci porterà ad andarle incontro tendendole le punta delle dita, così desiderose di comporre una volta ancora una sinfonia sulla sua fredda pelle, tentando di udire nel buio le note impresse dal passaggio dei nostri predecessori. Il senso della storia è più vivo che mai. E noi così piccoli!

Saliamo veloci, l’assenza della luce naturale mi dà di tanto in tanto quasi un’idea di smarrimento, a tratti vorrei fermarmi qualche istante, capire di più il mondo che si sviluppa intorno a noi, ma devo rimanere concentrata sulla via, sulle prese, sugli appoggi, non c’è tempo per perdersi in divagazioni. Qui tutti gli angoli hanno un nome e la concezione delle ore e dei minuti trascende in una dimensione differente, fatta di istanti presenti: le prime luci che fanno capolino dall’orizzonte lontano verso il quale tendiamo, i toni caldi che improvvisamente interrompono il grande quadro dipinto per intero a tinte fredde e imparagonabili sfumature di blu, l’esplosione muta dell’alba che indora le vette e i crinali, proiettando poi l’ombra gigantesca del Cervino verso Occidente, fino a lambire i piedi del Monte Bianco; infine lo sbocciare del nuovo giorno.

Nuovo giorno sulla Cresta del Leone

Intanto ci ritroviamo in alto sulla cresta, un intero mondo giace a valle ormai e calpestiamo la prima neve ghiacciata, che ci invita ad indossare i ramponi e tenere a portata la piccozza. Immagino lo scoramento di chi, raggiunto per la prima volta il Pic Tyndall, realizzò quanto esso distasse realmente dalla vetta tanto ambita: non c’è per me questa sensazione, data certo dalla conoscenza, ma credo mitigata e mutata dalla bellezza superlativa dell’ambiente in cui sono immersa, così disarmante e catartica che già innesca la nostalgia di sé stessa, e ben presto la consapevolezza che raggiunge un senso di tragedia nel realizzare che ogni istante evapora come un respiro e che mai più tornerà. Questa bellezza è nutrimento per il mio spirito, la porto dentro di me inspirando e tra un tremore e l’altro delle ciglia davanti alle pupille dilatate alla ricerca delle proiezioni della luce. Espiro gratitudine sconfinata.

Salita della testa del Cervino. Foto di Toni Neudorfer.

In alto, per un istante, intravedo la sagoma di una croce e penso di sragionare, ma è vero, è tutto reale: la cima si staglia su di noi. Avvicinandoci scompare dietro le rocce che tornano a sovrastarci. Cavalchiamo la cresta tra il Pic Tyndall e la Testa del Cervino. Ancora corde fisse e poi lassù la famosa scala Jordan.

Sulla Scala Jordan. Foto di Toni Neudorfer.

C’è un momento preciso in cui ti rendi conto che qualcosa sta cambiando, nell’inclinazione del terreno e nel diverso posarsi della luce sulle rocce, la salita finisce eppure non vi è ancora il cielo soltanto contro cui abbandonarsi, un istante sospeso in cui devo chiedere tregua. L’emozione supera gli schemi che la ragione le ha imposto per giungere fin qui e mentre tutto il corpo continua ad obbedire alle sue leggi, la gola si serra. La cosa mi fa ridere: sto così bene, eppure mi ritrovo a pensare che se non mi fermerò un istante a respirare non potrò gestire la coesistenza di un respiro normale e di un pianto. Perché so che piangerò, lo sento in questa gola che si chiude all’improvviso, e non posso farci nulla. Mi sento così viva! Non voglio reprimere niente del mio essere: non sono forse ascesa nel tempio della libertà? Così, senza alterazioni chiedo di prendere fiato. Giusto in tempo, perché in pochi passi sento il calore del sole accarezzarmi il viso con la dolcezza più vera che si possa desiderare, e realizzo di essere in vetta. Il pianto che sgorga dal mio petto mi stupisce come quasi non fosse mio e mi costringe a contemplare me stessa con tenerezza. Nel tentativo di raccontare gli occhi di nuovo cedono a quella forza incontenibile e si fanno lucidi come allora.

Giungendo in cima
In vetta

Nemmeno io stessa credevo che il Cervino fosse così importante per me. Non ricordo quando mi sono emozionata così l’ultima volta prima che accadesse quanto ho cercato di raccontare, ma so che ho colto quanto avvenuto non come una debolezza, per quanto vi sarà chi è libero di pensarlo, ma come la vivida testimonianza della vitalità del mio spirito. E vederlo così vivo dopo tante angherie mi ha dato grande consolazione. A volte il quotidiano è così misero – a chi voglia sforzarsi di comprendere questa accezione – che temo la morte interiore: vi sono parti di me che di tanto in tanto smettono di cantare, di rispondere, di vibrare ed ogni volta rimango atterrita davanti a questi silenzi, ancor di più quand’essi si prolungano. Mi spaventano la necessità delle maschere, la recita sociale, la povertà dei discorsi, la repressione della verità, della bellezza, dei sogni, delle più alte aspirazioni. Mi spaventa quasi tutto del mio mondo a dire il vero. Mica me ne vergogno. Il mio vero mondo è altrove, è un’altra cosa, risponde ad altre leggi, vive di un altro sole. Qualcuno capirà, può darsi, chissà: l’incomprensione è un viatico da tanti anni ormai, quasi non ci si fa più caso: ordinarietà.

Io ritratta in uno scatto di Toni Neudorfer, durante la scalata sulla Cresta del Leone.

La storia di questo Cervino non termina per certo sulla vetta, forse non è che a metà. Da qui troverà compimento il progetto un po’ più ambizioso di non tornare sui nostri passi, bensì di scendere per la Hörnligrat, la cresta su cui si snoda la via normale svizzera, facendo così meravigliosa traversata. Iniziando la discesa vivo per certo quelli che potrei definire i momenti peggiori: dal versante svizzero diverse cordate stanno per giungere in vetta, qualcuno inizia a scendere e la sovrapposizione di corpi, oggetti e corde incide sui miei nervi poco inclini alla sopportazione dell’affollamento – e pensare che c’è poca gente! Mi attanaglia un senso di fuga e non vedo l’ora di ritrovarmi in un angolino più tranquillo dove fare il punto della situazione, ma la lunga discesa me ne concederà tutto il tempo, accompagnandoci nei suoi eterni labirinti di pietra, sempre intravedendo la destinazione: una capanna laggiù che sembra non avvicinarsi mai (la Hörnlihütte).

La cresta svizzera

Al rifugio ci ricongiungiamo anche con i compagni austriaci con cui abbiamo condiviso la serata alla Carrell e gran parte della scalata. E’ semplicemente bello. Ci abbracciamo entusiasti davanti agli occhi incuriositi dei tanti turisti. Questo istante di anticipato rilassamento dura poco: presto ci tocca scappare, a mezza corsa lungo il sentiero che ci porterà allo Schwarzsee per imbarcarci sulla funivia in direzione Klein Matterhorn, vicino al Plateau Rosà, punto di arrivo degli impianti di Cervinia, là dove dobbiamo tornare facendo grande anello. Tempo di saluti.

Scendendo dalla Hörnlihütte verso le funivie

Tra la folla ed i turisti mi sento svanire. Voci, discorsi, schiamazzi, risate, una ragazzina mi passa sui piedi senza avvedersene, davanti al mio sguardo perplesso. Io sono assente. Il mio corpo manifesta insofferenza: intravede l’ingranaggio, la gabbia. Non tutte le parti che mi compongono faranno ritorno, ed un giorno voglio credere, tutte danzeranno libere nel regno dal quale sono tornate per stare ancora una manciata di giorni nel mondo mortale.

Gli amici austriaci attraversano la cresta tra la cima italiana e quella svizzera.
Una cordata sulla cresta sommitale.

“Ero certo, per esempio, che nulla esiste sulla Terra che non sia di tutti, quindi anche mio. Sapevo che capire il bello significa possederlo. Potevo giurare che ci sono sempre delle porte da aprire in noi. Riconoscevo che le difficoltà non mettono alla prova la forza dell’uomo ma la sua debolezza. Inoltre mi affascinava collocare l’esistenza della realtà soltanto nel riflesso del suo sogno. Ad altre difficili domande che mi ero fatto, e per alcune era rimasto aperto l’interrogativo, mi ero risposto che la vita, in definitiva, ha senso viverla con il massimo impegno, cercando di realizzare tutto quello che si ha dentro. Ero conscio che non avrei mai potuto privarmi di ciò che ritenevo giusto fare, pur con tutte le paure che ciò comporta. Capivo che molte mie idee sarebbero sembrate per lo meno strane a un certo tipo di interlocutore, ma in tal caso il problema sarebbe stato suo. Sapevo ben radicati alcuni miei concetti e mi era sempre più chiaro che la mia stravaganza era forse preferibile a quella “saggezza” dei molti, laggiù. Dove spesso la vita – incatenata dal consueto e regolata da tutte quelle pressioni che arrivano persino a trasformare l’arte e la fede in una merce – non è che una calma disperazione, un deserto di egoismo e di apatia. No, mi dicevo, non può essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sé e dei propri sentimenti.”

Walter Bonatti, “Una rivisitazione. Magia del Monte Bianco”, 1984

Un mare di montagne si apre all’orizzonte… Così come nuovi sogni e obiettivi si profilano nel tumulto del mio spirito.