Come rondini a primavera

Una stagione che non so definire. L’inverno se ne è andato senza essersi mai presentato. Nonostante tutto non ci siamo mai fermati, abbiamo arrampicato di continuo, su ghiaccio, su roccia, in montagna, in falesia, quasi come inseguiti da un demone, come se la vita potesse finire domani. E a volte ti guardi intorno e realizzi che in fondo non si sbaglia di molto a pensarlo, anzi, è proprio così. Non siamo che foglie al vento; rimanere attaccati al ramo è una probabilità matematica, senza etica alcuna. Di Dio non si fanno più domande.

Il Marguareis torna nei nostri discorsi. Ce l’eravamo lasciato alle spalle dopo la salita della via Aste-Biancardi alla cima Tino Prato, in ottobre. Il freddo alle mani di quella mattina non ha niente di paragonabile con le nuove avventure che stavano per realizzarsi.

23 marzo, canale dei Pancioni

Sopra di noi nel cielo terso e muto volteggiano le sagome di neri uccelli, quieti si cullano sulle correnti. Intorno a noi l’ambiente è freddo e ombroso, solo la cima dell’Armusso scintilla alla luce del sole. Eppure sono in quiete. Siamo un puntino colorato nelle pareti nord del Marguareis, di nuovo, abbiamo fatto ritorno come le rondini a primavera. Per qualche motivo questi posti silenziosi e cupi mi piacciono, entro in sintonia con la loro melanconica pace, lontano dagli schiamazzi delle felicità ordinarie. Non c’è spazio per me laggiù, non c’è riposo dalle angosce, dai fallimenti, dalle delusioni, dalle sofferenze derivanti dalle relazioni umane. Mi viene il magone piuttosto quando fuori dalla via, mi metto a sedere sul colle, con lo zaino sotto il sedere, nella luce accecante, quasi irritante. Di lì a poco inizierà la discesa. Tra le fotografie di questa salita e le letture di questi giorni c’è una figura che torna e ritorna alla mia mente: la linea d’ombra. La linea che mi separa dalla luce, dall’uscita a pochi metri dal colle, l’uscita che per l’appunto mi turba più dell’attacco, della via, della montagna stessa, perché rappresenta sia la fine che un nuovo inizio, che corrisponde con il compito – talvolta persino più delicato dell’ascesa – di tornare a casa. Mi sovviene una canzone di Battiato, che parla de “la ripida discesa dal cielo alla terra, disperata, verso l’incarcerazione”. Sì, perché dopo tutto, dopo la discesa, che sia facile o difficile, c’è la parte più dura, l’incarcerazione nel quotidiano e in tutto ciò dal quale non siamo in grado di liberarci.

Il Canale dei Pancioni viene percorso per la prima volta nel 1943 dalla cordata formata da Sandro Comino, Bartolomeo Marenco e Arnaldo Colombatto. La via si sviluppa tra la cima Tino Prato e l’Armusso con sezioni di canale, cenge, traversi e tratti di arrampicata su roccia; ad oggi è principalmente percorsa in condizioni invernali, con interessanti e non banali passaggi su terreno misto.

Alcuni momenti della salita nel Canale dei Pancioni. Qui il delicato traverso del terzo tiro. Da questa immagine si deduce abbastanza il senso di ombra che domina la via.
Andrea sul tiro chiave, totalmente secco.
Ancora un traverso prima di immettersi nel canalino d’uscita.
Uscita al colle. Da questa foto in particolare è iniziata la riflessione sul passaggio da ombra a luce.
31 marzo, via diretta biancardi al mongioie

Le discrete condizioni trovate sul Marguareis ci incoraggiano a fare un ultimo tentativo ad una via a cui abbiamo già rinunciato due volte, una a dicembre, annichiliti durante l’avvicinamento da una travolgente tempesta di vento, e una già in marzo, senza nemmeno partire, troppo titubanti a causa delle alte temperature. Ancora Alpi Liguri, questa volta sul Mongioie, sulla cui parete nord-est si snodano la Diretta Biancardi e la via Comino-Garelli. E’ alla prima di queste che ci rivolgiamo. Così torna nei miei pensieri il nome di Armando Biancardi e tra una lettura e l’altra non passano inosservate alcune delle sue più impegnative salite, che aprono il sipario su sogni di grande rilevanza.

In questo terzo tentativo alla via che aprì in solitaria nel luglio 1940 tutto fila alla perfezione, le condizioni sono favorevoli e per la prima volta ho la possibilità di fare da capocordata in una cordata di tre persone, grazie alla disponibilità e alla fiducia dei miei soci, naturalmente! Un gesto da uomini di spessore che non sono preoccupati né del fatto che io sia donna, né di cosa avrebbero potuto pensare altri nel vederci. Un gesto da veri amici che avrà sempre la mia profonda riconoscenza.

La più bella sensazione è la totale naturalezza del flusso della scalata, tutto si evolve come una danza studiata per tanto tempo, alla ricerca del perfezionismo cercando con l’occhio – e trovando – la fessura ideale per il più piccolo dei nut a disposizione, come se si sapesse che essa è proprio lì. E’ la sensazione di fare la cosa giusta al momento giusto, di farla bene, di coglierne la bellezza. La parete quasi si fa piccola mentre noi la saliamo, eppure l’ambiente è bello, ma più luminoso di quello del Marguareis; per alcune decine di metri arrampichiamo al sole.

Tuttavia questa sensazione significa anche un’altra cosa: che si può posare lo sguardo un po’ oltre e prepararsi a cogliere nuove sfide, nuove avvenure, nuovi sogni.

In traverso nella prima parte della via.
I miei super soci nella parte centrale della via.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *