Cima Tino Prato: benvenuti al lato oscuro

Si guarda malinconicamente il cielo dalla finestra di un ufficio: sempre grigio, sempre pioggia. Fino a venerdì, quando finalmente ricompare l’azzurro e si intravede sui monti la neve fresca che poco a poco scende di quota. Il Marguareis si nasconde dietro bianchi vapori e non riesco a scorgerlo nemmeno durante il giro in auto che faccio appositamente dopo il lavoro. La sua cima supera i 2600 metri, si parla di prima neve sui 2400. Speriamo nel calore delle poche ore di sole che hanno accarezzato la terra e ci prepariamo a salire, contro i pronostici, contro le incertezze e contro il timore di fallire. Sveglia presto, alle 3.30, in modo da poter far colazione prima di raggiungere Andrea all’appuntamento delle 4.30; di lì ci dirigeremo verso la Valle Pesio, dove incontreremo anche il ragazzo invitato da Andrea ad unirsi alla cordata, con il quale aveva salito la primavera scorsa la diretta Biancardi al Mongioie. Un altro Andrea, ma giovane, persino più di me, che si lega alla nostra vicenda recando con sè il nome di una salita firmata da Biancardi. Ed io un po’ spaventata dalla novità, come in una ventata di vecchiaia del pensiero.

Le prime luci nel giorno mentre risaliamo il Canale dei Genovesi.

Il buio è completo e noi ci muoviamo tra le sue umide pieghe risalendo boschi e pendii pascolivi dai quali ci giungono l’abbaiare di cani e il belare di pecore, unici segni di vita che sbiadiscono nel nero. Il tempo scivola via, realizziamo che sono passate un po’ meno di due ore dalla partenza nel ritrovarci sulle sponde del laghetto del Marguareis, con un primo accenno all’orizzonte del giorno venturo. Ora ci aspetta la parte più faticosa dell’avvicinamento: risalire la conoide del canalone dei Genovesi, in questa stagione nella sua veste nuda, fatta di pietre, detriti e terra. Instabilità per eccellenza, la tipica progressione “un passo avanti e due indietro”, cercando i punti per così dire migliori, fin a portarci all’altezza del punto di parete in cui dovrebbe trovarsi l’attacco, in una fascia di rocce chiare. Attraversiamo il canale e in un incrocio di sguardi troviamo lo spit con cordino che è stato posto all’inizio della via, come a segnalarla a chi la stia cercando. Negli anni recenti sono state attrezzate con spit e anelli anche le soste, mentre i tiri sono stati preservati, fatta eccezione per due fix aggiunti in uno dei tiri più sdruciolevoli della parte finale della via, che mi piace ricordare con la metafora utilizzata da Andrea: un’instabile pila di piatti.

Un po’ ironia e di stupidità: queste sono le pile di piatti che ho immaginato… L’effetto reale non è così lontano.

Prima luce, roccia bagnata e freddo pungente: non ci sono i migliori presagi per iniziare a scalare. Il primo tiro, che di per sé non sarebbe troppo difficile, diventa rocambolesco. Non vi è nulla di sicuro se non la viscidità più completa della roccia seriamente bagnata, intrisa d’acqua, le dita dopo poche prese sono gelate e insensibili, l’erba è più pericolosa della pietra, e qualsiasi azione – che sia salire o scendere – sembrerebbe inutile follia. Tuttavia Andrea raggiunge la sosta e tocca a noi affrontare i primi metri, senza tirarci pietre addosso l’uno con l’altro, ma impotenti verso gli spostamenti di un quarto socio: la corda che scorre sul fragile terreno. Non percependo più le mani, mi ritrovo a posizionarle non più seguendo il tatto, ma il solo senso della vista: non sento le dita premere, le vedo premere, e in virtù sola di ciò che vedo e di quanto la visione significhi per il cervello, mi muovo in avanti e mi fido del mio corpo. In sosta arriva per tutti e tre la “sbollita”. Mai mi era stata così lancinante prima, tant’è che a turno siamo colti da una forte nausea improvvisa mentre la circolazione torna a scaldare dolorosamente le mani. Per fortuna quando tutto ciò è finito, è finito e basta: come se avessero compreso di doversi adattare ad una situazione, le mani troveranno la loro temperatura e non creeranno altri scompensi durante il giorno.

Nella parte iniziale della via

Anche il secondo tiro è tragicamente bagnato. A forzare il passo forse ci vuole un briciolo di pazzia più che di determinazione, quasi una fede irrazionale in qualcosa che onestamente non saprei cosa sia. Ancora una volta la Montagna approva la nostra presenza e il nostro tentativo ostinato e speranzoso. Poco a poco la situazione migliora, e superati il terzo e quarto tiro, trovandoci ad una comoda sosta alla base di una nuova balza dello spigolo, iniziamo a trovare roccia più asciutta, tuttavia ancora di instabile natura, con prese e appoggi tra blocchi poco rassicuranti. La missione di non scaraventare pietre sulla testa del socio che segue è un testimone che ci passiamo l’uno con l’altro. Quando passo per seconda con l’altro Andrea a poca distanza da me la concentrazione è alle stelle, più intensa che mai, con la consapevolezza che un più piccolo errore mio può causare un grande danno. Scalo con delicatezza sulla punta delle dita e dei piedi come mai prima, in quello che, meditandovi sopra ad ogni sosta, mi pare uno stato di grazia.

Nella sezione centrale della via veniamo accarezzati da un raggio di sole.
Il Canalone dei Genovesi fa da cupo sfondo alla nostra salita.

Sempre in una di queste pause intrinseche al nostro incedere mi ritrovo a socchiudere gli occhi appoggiando il capo alla corda tesa tra il mio imbrago e gli ancoraggi della sosta, quasi perdendomi in un minuto di sonno eterno; tra un battito e l’altro delle ciglia la montagna, il compagno di avventura che di tanto in tanto mi parla, l’altro orecchio sempre teso verso un segnale dell’altro socio. E ancora la montagna e l’ombra di lei che ci tiene chiusi in un mondo a tinte fredde, eppure l’aria pesante che ci preme contro le pareti non riesce a penetrare nel mio cuore. Persino la situazione inizialmente sconveniente, abbastanza da desiderare la fuga o di non essere nemmeno saliti fin all’attacco, è superata da un qualcosa di irrazionale e indescrivibile che la rende preferibile ai giorni spesi giù, tra casa e città, tra lavoro e tempo libero.

Sceglierei ancora questa montagna, sceglierei ancora il freddo che attacca il corpo invece di quello che tra gli agi quotidiani si insinua nell’anima, sceglierei ancora il silenzio a tratti quasi spettrale piuttosto le migliaia di parole inutili sputate a forza nel teatro sociale, dove per ciò che vorrei dire non ho più la voglia di farlo, perché un po’ non ne sono in grado, un po’ perché un dialogo vero non c’è. E poi faccio noia, ma piuttosto che le solite farse, ipocrisie, competizioni, comparazioni, idolatrie, condanne, inadeguatezze, giudizi, costrizioni… meglio sbattere il muso contro una roccia marcia, che per qualcuno invero è qualcosa di bello e desiderabile. Per noi lo è: profuma di libertà.

Sì, è vero, fermarsi a questa frase può lasciare un senso di incompletezza. La vetta, l’essere riusciti nonostante tutto, la discesa, la soddisfazione, la gioia e il mutare di orizzonti, con nuovi progetti e rinnovate aspirazioni. Eppure tutto questo non mi viene da renderlo esplicito, che mi pare così scontato reso dalle parole, così lontano dal vivere, dal momento presente, così superfluo, almeno per me. Lascio la vita alla vita. Sarò compresa o sarò in errore? Porterà l’inverno un po’ di tempo e un po’ di silenzio?

Durante il settimo tiro costeggiamo un particolare gendarme.
Andrea in partenza sul sesto tiro.
Andrea in partenza sul settimo tiro
Sul pericolante dodicesimo tiro

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