Cima Tino Prato: prima di una scalata

Nel finire di maggio 2017 mi ritrovai per la prima volta in autonomia – o in solitudine? – ai piedi del Marguareis; anche se da bambina mio padre doveva avermici portata, io non avevo assolutamente memoria delle cime che si innalzano sullo sfondo del rifugio Garelli. Con gli occhi di oggi direi poi più che delle cime… delle pareti: di aspetto dolomitico, rivolte principalmente a nord, spesso oscure e sdruciolevoli, separate da profondi canaloni detritici. Una strana fama le precede. Ed ero lì proprio per salire uno dei più conosciuti tra questi canali, quello dei dei Genovesi, percorso per la prima volta – ma in discesa – nel 1923 da B.Acquasciati, G.Kleudgen, G.Miraglio, ad oggi un itinerario classico dell’alpinismo primaverile.

Canalone dei Genovesi in ottime condizioni osservato dal sentiero tra il Rifugio Garelli e Porta Sestrera.
Cenni storici

La prima salita salita ad uno di questi canali è tuttavia ancora precedente: nel giugno 1898 una compagnia di sette alpinisti torinesi sale infatti quello che oggi chiamiamo Canale dei Torinesi. Nel 1930 il monregalese Sandro Comino sale con Tino Prato la parete nord e la cresta ovest del Marguareis: questo episodio fu certamente il preambolo alle scalate sul versante nord di questa montagna, il cui protagonista doveva ancora entrare in scena. Si tratta dell’allora diciannovenne Armando Biancardi, torinese, la cui famiglia si recava il Valle Pesio in villeggiatura. Iniziò a frequentare Comino, fino a compiere con lui numerose scalate: nel solo 1940 scalarono insieme le pareti nord della Cima Bozano, di Punta Emma, di Punta Carmelina, del Marguareis per una via direttissima e della Punta Pareto; non compiuto invece fu il tentativo alla Cima dell’Armusso. Nonostante la successiva separazione dei due, entrambi continuarono a scalare al Marguareis. Comino salì con Marenco quella che battezzò cima Tino Prato nel 1943, in memoria dell’amico scomparso, ed infine quello che oggi si chiama Canale dei Pancioni. Biancardi invece, di vent’anni più giovane, si apprestò a diventare il più grande conoscitore del massiccio, se si considera, oltre alle numerose prime, che non vi sia via che egli non abbia salito. Nel 1952 scala la Punta Garelli e la Cima dell’Armusso, l’anno successivo ripeterà la via di Billò al Castello delle Aquile; nel 1955 battezza il canale tra la Punta Garelli e l’Armusso “Canale dei Monregalesi”. Nel 1960 riesce ad invitare il fortissimo Armando Aste, celebre per molte scalate in Dolomiti, e con lui realizza la salita alla Cima Oreste Gastone e nel 1961, di nuovo insieme, la via sullo sperone nord-est della punta Tino Prato.

Proprio questa cima, che si protende esattamente sul Canale dei Genovesi, catturò con le sue forme la mia attenzione già la sera prima della salita: erano infatti giunti in rifugio nel tardo pomeriggio due alpinisti genovesi che condividevano il mio progetto per il giorno successivo. Io non sapevo con esattezza quale fosse la cima del Marguareis stesso, tuttavia ero rimasta in rifugio a scrivere con la schiena scaldata dai raggi dell’ultimo sole, sicura che con le indicazioni lette in precedenza non avrei dovuto riscontrare difficoltà nel reperire il canale, e da lì tutto il resto. Dietro proposta dei genovesi, decidemmo di fare due passi verso il laghetto del Marguareis per vedere con sicurezza l’attacco. Fu però la mattina successiva che fui definitivamente magnetizzata dalla Tino Prato: si illuminò tutta di luce infuocata proprio mentre noi risalivamo la conoide. Durante la giornata continuai a guardarla ossessivamente da tutte le angolazioni che mi si offrivano, fino a lasciarmela alle spalle in discesa, avendone solo ottenuta la conoscenza del nome. Arrivata a casa feci immediatamente una ricerca e scoprii che vi era una via di salita storica proprio dove l’avevo immaginata con occhi sognanti, pur essendo consapevole che andarci non rientrava tra le mie possibilità più prossime.

Prime luci del giorno ai piedi del Marguareis; in centro la punta Tino Prato domina il canalone dei Genovesi
Ottobre 2018

E’ passato un po’ più di un anno da quel giorno di fine maggio. Qualche settimana fa con Andrea eravamo stati coinvolti in una intensa avventura in Valle Maira, al culmine di un anno denso di scalate, di evoluzione e di cambiamenti. Meditando su una nuova via da provare e su alcuni suggerimenti ricevuti, un po’ per caso mandai ad Andrea una foto di una pagina del libro Montagne d’Oc, che avevo preso in biblioteca per avere più informazioni sulla via al Parias Coupà: parla proprio dello spigolo nord-est della punta Tino Prato, esattamente quella linea che ora riemergeva dal burrascoso cassetto dei miei sogni alpinistici. Poco a poco il nostro interesse vira con forza verso di essa. Sono nuovamente in fibrillazione. Nel giro di pochi giorni leggo e fagocito con grande curiosità informazioni sulla via e sui suoi apritori, Armando Biancardi e Armando Aste, scoprendo così due personaggi interessanti e di spessore.

aste e biancardi
Armando Aste durante l’apertura della via sulla Tino Prato

Sono impressionata dalle imprese di Aste, tra cui la partecipazione alla prima salita italiana della parete nord dell’Eiger nel 1962, e le numerose prime in Dolomiti, celebre la Via dell’Ideale sulla Marmolada nel 1964, la cui prima ripetizione sarà ad opera di niente poco di meno che Reinhold Messner; intensa anche la sua attività intellettuale con la stesura di diversi libri, purtroppo ad oggi difficilmente reperibili.

Tra le parole di Aste si possono rievocare sia i luoghi di cui stiamo parlando, per certo oggi molto mutati – quasi in un senso più ideale che fisico – sull’onda dei fenomeni turistici di massa e dell’evoluzione delle infrastrutture. Nonostante ciò, salendo in maggio e in ottobre, abbiamo potuto vivere in modo purificato, silenzioso, appartato e quasi selvaggio questo angolo di alpi. Tra questi scritti dei giorni nel massiccio del Marguareis troviamo anche un profilo “dell’altro Armando, di Armando Biancardi”:

Rivedo i paretoni della catena del Marguareis, ceneretola reginetta delle marittime orientali, paretoni che si specchiano con i loro toni freddi e caldi insieme nel laghetto. E, su quella “sinfonia” giallo-grigio-rossastra con aspetti dolomitici, via a perdita d’occhio per cinque chilometri in lunghezza, “note” che si alzano, con pareti a piombo, per più di seicento metri. Questa é la montagna dell’altro Armando, di Armando Biancardi. Lassù, al rifugio Garelli, uno di quei rifugietti che erano ancora così come dovrebbero: dove non c’era custode e, per entrarci, bisognava prelevare la chiave a fondovalle. Lassù, dove la vita aveva un sano sapore arcaico, e nessuno veniva a turbare il vostro “ritiro”, abbiamo vissuto giorni indimenticabili. Su quelle rocce, non prive di pericoli per la loro friabilità, abbiamo aperto alcune belle vie: al pilastro della Oreste Gastone, allo spigolo Tino Prato (con un bivacco). Vie sostenute, di quinto e di sesto, che hanno arricchito il bagaglio dell’amico. Un bagaglio cospicuo, se oltre a circa seicento ripetizioni sull’intera cerchia alpina, dalle Marittime alle Dolomiti con “invernali”, salite su ghiaccio, sci-alpinistiche, e un bel pizzico di “quattromila”, conta qualcosa come sessantotto prime ascensioni, di cui alcune da “solo” e da “capo-cordata” e di cui non poche di difficoltà estrema.”

Armando Biancardi

“22 – 23 luglio. Con Armando Biancardi.Dell’amico Armando Biancardi ho già detto del suo notevole bagaglio alpinistico parlando della via alla Punta Oreste Gastone. Ma il suo maggiore titolo alpinistico é quello di aver aperto quasi tutte le vie al Marguareis, ripetendo la altre poche, nessuna esclusa. Si sente spesso parlare di “innamorati” della montagna che vivono per essa. L’altro Armando era uno di questi. Ma egli non era né solo uno sportivo né solo un intellettuale. Ma l’uno e l’altro allo stesso tempo. Per questo, accanto all’azione alpinistica, a sua ispirazione, può vantare qualcosa come più di mille articoli su temi legati alla montagna e all’alpinismo. Ha diretto tre periodici (Sucai, Il frondista, Commercio) e dato alle stampe cinque volumi: La voce delle altezze (1956), Cento anni di alpinismo torinese (1963), Venticinque alpinisti scrittori (1989), Racconti impossibili e dintorni (1994), Il perché dell’alpinismo (1995). Ha ricevuto 20 riconoscimenti letterari in campo nazionale e internazionale fra cui due Saint-Vincent, i premi Chamonix e Cortina. Nel 1995 i delegati del Cai riuniti a Cuneo gli hanno assegnato una medaglia d’oro. È stato accademico degli scrittori di montagna (GISM). Per questo poderoso insieme, e delle “prime” e della parte culturale, io lo considero un “maestro”. Da lui ho imparato e continuo a imparare moltissimo.” A.Aste

Armando Aste nel massiccio del Marguareis in una foto di Biancardi

Era ormai chiaro il nostro intento fosse di salire fin là a tentare di ripetere quella via; ancora una volta ci eravamo nutriti di racconti, consigli e impressioni di chi tra amici e conoscenti, solitamente dal canto di Andrea – che è lui a conoscere e ad avere la stima di molti, mentre io non sono che un’apprendista che timidamente si approccia a chi da più tempo abita questa dimensione parallela, ad ora con scarso successo, dovuto forse ad alcuni tratti del mio carattere. Il meteo non promette grande clemenza e forse questa volta saremo in tre. Determinazione e incertezza convivono fino all’ultimo.

Splendidi panorami lungo il sentiero che dal Rifugio Garelli porta al Laghetto del Marguareis

Seguirà a breve il racconto della scalata

2 risposte a “Cima Tino Prato: prima di una scalata”

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