Cervino, Parte I

Tendo a non parlare molto dei miei sogni pubblicamente come se fossero quei desideri espressi da bambina guardando le stelle cadenti, che non bisognava rivelarli a nessuno o non si sarebbero mai realizzati. Tanto più che il mondo trasuda cattiveria. Per il Cervino è stato così: pochi accenni tra i miei scritti, confidenze e discorsi inerenti con una cerchia ristretta di amici e ogni tipo di dettaglio, rivelazione, dubbio, ossessione spartito solamente con due persone di numero. L’idea scabrosa di averne parlato e nemmeno aver intrapreso un tentativo iniziava ad attanagliarmi, quand’ecco che finalmente si affaccia una possibilità da prendere al volo: il 22 agosto 2018 ci ritroviamo ai piedi della montagna. Persino mia madre lo ha saputo soltanto il giorno prima, mentre noi subodoravamo la cosa e inseguivamo le previsioni meteo da giorni. Anche al lavoro, il giorno prima della partenza, ci siamo ritrovati tutti davanti ad uno schermo a indagare il tempo e il mio proposito sembrava essere diventato quasi un “affare di famiglia”.  Proverò qui a raccontarvi ora almeno parte di questa esperienza.

Scalare il Cervino: un modo particolare di segnare il passaggio del proprio quarto di secolo. Anche il suo primo salitore, l’inglese Edward Whymper, aveva venticinque anni quando ne toccò la vetta, il 14 luglio 1865: lo corteggiava da anni e dopo sei tentativi per la cresta italiana, riuscì nell’inaspettato tentativo per la cresta Svizzera dell’Hörnli.

Capanna Carrel, 22 agosto 2018

Quando è buio ed il giorno tenero ho bisogno di una strada che sia diritta per poter gestire al contempo la corsa verso i miei sogni e la fuga dai turbamenti che col sonno non cessano mai e a breve distanza inseguono la mia ombra – ma temono le altezze! I discorsi si affollano per un poco per poi scemare nel lungo silenzio che precede l’alba. L’inevitabile domandar delle passioni umane si perde in una risata carica di un gustaccio agrodolce, alzando le mani al cielo come richiesta di innocenza. Il mio cuore è agitato per mille motivi e il compagno di cordata è una presenza tanto attesa per sentirsi infine liberi di parlare un po’, perché è un altro di quei rapporti in cui i confini sono un po’ diversi e si entra in una diversa confidenza, soprattutto nel momento in cui vengono a mancare coinvolgimenti sentimentali, che con le loro dinamiche compromettono ben presto la libertà d’essere tipica di un cuore privo di paure. Spogli come ci rese il Cammino, nudi come ci fece la Montagna.

Giunti a Breuil attendiamo le otto: abbiamo appuntamento col gestore del rifugio Duce degli Abruzzi all’Oriondé, che ci farà salire sulla sua jeep insieme ai rifornimenti per il rifugio, facendoci risparmiare un eterno viaggio a piedi sulla strada dissestata che dalle case mena su tra i pascoli fino alle pendici della Montagna. Certo un avvicinamento singolare, penso mentre così saliamo senza sforzo alcuno… a parte quello morale per accettare la cosa stessa, tanto nuova e inaspettata, e la paura che una qualche arcana presenza ci sputi in un occhio passando alla Croce di Carrel, o che la Montagna offesa ci scrolli giù dalla sua pelle come la molestia dei tafani che tormentano le placide bestie. Ed io quasi cerco di nascondermi un po’, ritrovandomi a recitare un ruolo che non riesco a incollare tanto alla mia natura, lancio sguardi fugaci alla valle e alla presenza enorme sulle nostre teste, al compagno come in cerca di muta approvazione e poi di nuovo giù, dentro di me, cercando di realizzare il tempo presente.

La valle di Breuil

Temendo il precoce arrivo dei temporali vogliamo essere alla Capanna arroccata sulla Cresta del Leone prima di mezzogiorno; così dal rifugio ci muoviamo subito, mentre la nebbia già si gonfia umida e arriva a fagocitarci. Sfasciumi e roccette ci portano verso la Testa del Leone e con un lungo traverso giungiamo all’omonimo colle. Da qui si apre una finestra di luce sul versante svizzero e sui monti del Weisshorn. Qui ci leghiamo in cordata, approcciando poi i primi risalti e le viscide placche che ci presentano la prima corda fissa.

Luci e ombre sul versante svizzero.

Gli alpinisti che incontriamo salendo hanno rinunciato alla vetta a causa delle dure condizioni imposte dall’avvicendarsi dei temporali e delle rigide temperature notturne, ricoperta così la roccia di un velo micidiale di verglass. Sono abbattuti e irrigiditi dal freddo, taluni sbiancati in volto come fossero fantasmi di sé stessi; ci guardano quasi perplessi trovandoci determinati e speranzosi nella nostra salita. Forse il nostro ottimismo è un’impressione necessaria, i racconti non ci lasciano indifferenti, ma rimandiamo il momento dei verdetti.

Il passaggio della Cheminée con la sua corda fissa verticale demoralizza un po’ anche me. La parete gocciola, la corda è intrisa d’acqua gelida e l’issarmi su fa presto, troppo presto, il fiato corto. Primo impatto brutale, ma forse è questo il passaggio più fisico dell’intera scalata. Un po’ lo voglio sperare: è più duro di tanti tiri arrampicati in questi mesi, proprio a dimostrare la differenza tra un salire tecnico e un salire artificioso e di pura forza, che si rivela presto massacrante. Eppure le attrezzature della via, comparse col passare degli anni fin dall’epoca pionieristica, ci aiuteranno, saranno addirittura indispensabili, e lo sappiamo per certo, perlomeno per compiere la scalata nei tempi calcolati al giorno d’oggi. L’addomesticamento della montagna è un’altra umana illusione, il Cervino non è terreno di gioco.

Alle prese coi canaponi

Girato l’angolo siamo alla Capanna Carrel, che ci accoglie col tanfo delle deiezioni umane che da un buco vengono scaricate giù nel fianco della montagna; la cosa ti dà un’idea di che profumo avesse il mondo nei secoli passati, che di tanto in tanto ci troviamo a vedere con la nostalgia resa assurda dalle nostre ormai consolidate abitudini. Siamo soli e, a detta di chi ha già fatto esperienza su questa montagna, ciò è per certo indice di una situazione determinata, non certo la migliore immaginabile: nei giorni in cui essa è nelle migliori condizioni viene infatti presa d’assalto dalle tante cordate desiderose di raggiungerne la vetta, e l’affollamento può divenire insostenibile follia.

La capanna Jean Antoine Carrel, intitolata al primo salitore del Cervino per la Cresta del Leone, a pochi giorni dalla prima salita assoluta per il più semplice versante svizzero, sorge a 3830 metri sulla cresta sud-ovest,  a pochi metri dalla precedente capanna Luigi Amedeo di Savoia. Proprietà delle Guide del Cervino, ad oggi è praticamente autogestita e vi si respira aria di altri tempi. Passiamo la serata a far bollire acqua di scioglimento e mettendovi in infusione più volte le stesse bustine di té: per noi anche questa è felicità.

 

Le nubi danzano su tutti gli orizzonti. Le previsioni meteo di diverse fonti riescono ad essere totalmente contrastanti, ma che lusso esse sono! Sullo schermo di un telefono, ormai un piccolo miracoloso computer da tasca, osserviamo i vari modelli e delle macchie di colore danzare intorno alla nostra posizione, poi lontane, poi sopra di noi, ad indicare teoricamente le possibili precipitazioni e gli sviluppi delle ore venture. Ma il tempo passa e inizia a non accadere quanto proprio questi moderni strumenti continuano a dirci e allora ci abbandoniamo all’attesa incognita sotto strati di coperte di lana. L’infallibilità della scienza che ha messo in croce il divino… Intanto altre sparute presenze si uniscono a noi ed è subito fratellanza. Ecco che accade ciò di cui già scrivevo: si entra in amicizia in medias res, tralasciando davvero tutto il superfluo e tali sono anche cose che riteniamo fondamentali e caratterizzanti la nostra vita nei giorni comuni, quando ci presentiamo ad altri esseri umani incontrati sulla via facendo preamboli e desiderando di specificare ogni minimo dettaglio del nostro ego bisognoso di nobilitazione, come se in profondità sapessimo che esso è nulla: non vi è infatti necessità di dar valore ad una cosa che ne ha con evidenza, ma noi si sa, viviamo di paure e di giustificazioni per la maggior parte del tempo.

Ambiente di grande bellezza
La Testa del Leone emerge dalle nebbie, osservata dalla Capanna Carrel.

Il racconto continuerà nel prossimo articolo.

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