Alle pendici del Monte Bianco

Sopra la testa l’Orsa Maggiore brilla nel cielo terso di Courmayeur, i miei occhi cercano nel buio il profilo ardito dell’Aiguille Noire de Peuterey e lo trovano, ombra nell’oscurità, con la certezza di chi fa rientro invece che semplicemente arrivare. Il migliore letto è sull’asfalto con cui l’uomo ha tappezzato le strade del mondo, che così rapidamente mi hanno permesso questa fuga, nella stessa auto che ha corso fin qui. Senza nulla più che un po’ d’acqua, qualche indumento e l’attrezzatura da alpinismo mi sento più felice che tra le comodità quotidiane; nel buio della notte mi quieto e attendo il permesso per ascendere nella bianca valle che si apre lassù, lassù dove già il mio occhio interiore vede, guidato da cento stelle, come uno spirito che si rende alle porte del paradiso dopo aver ceduto le spoglie mortali. Tutto questo dopo giorni terribili, come se veramente vi fosse redenzione dopo i patimenti. Col cuore finalmente calmo mi preparo così al sonno e al domani, già sognando – fa’ che sia luce – le creste scintillare nel primo sole del mattino.

Giochi di luce dietro alla cresta delle Aiguilles Marbrées

Questo richiamo alla quota è l’unico mio modo per sentirmi in comunione: non solo con le grandi cose del cosmo o con le parti scisse in me, ma ora anche con la piccolezza umana che evinco spesso scattando fotografie alle cordate in lontananza sui crinali, la nostra personale piccolezza infinitesimale che tuttavia pare ora grande nello stato di separazione.

Unirmi spiritualmente e anche fisicamente nell’azione mi tiene alto il morale ed alimenta il mio esclusivo fuoco che – solo potesse – lambirebbe spazi più grandi di questo oceano ghiacciato e più vertiginosi delle pareti su cui mi fonde. I desideri assumono dimensioni inaspettate, divoranti il senno comune nel quale sono costretti ad essere trattenuti; silenziosamente lavoro alla distruzione di entrambi.

Già si sfaldano da sé ad ogni raggiungimento: giorni addietro scorgere la croce in vetta al Corno Stella, proibito sogno di infanzia, per poi fuggire giù a corda doppia prima del temporale mi ha distrutto l’anima che per tutta la scalata mi aveva sostenuto come nessuna fatica credo avrebbe potuto – fu quasi che iniziai a scalare per contraddire quel verdetto di famiglia: “quella montagna non si sale”. Ogni cosa era immediatamente vanificata e compiuta nella smisurata delusione di essere arrivati dove a lungo si era sognato, e là vi era esattamente e tutto e niente. Probabilmente la maledizione che ci accomuna con molti che vennero prima di noi e che di questo sentimento struggente lasciarono testimonianza. E cosa dire ormai del sentimento d’esilio che accomuna i giorni passati in città, dove nessuno sembra comprendere quel velo di malinconia che offusca gli occhi e si riflette nell’ondulazione del tono di voce? Una quotidiana cacciata dall’Eden.

Dente del Gigante e l’infinita piccolezza umana ai suoi piedi

“Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà… Sceso a valle cercherò subito un’altra meta. Se non esiste la creerò… Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana…”

Giusto Gervasutti
Scalate nelle Alpi, Società Editrice Internazionale, 1961

Nuvole, luci e ombre: un paradiso per intenditori!
“Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana…” G.Gervasutti
“La ripida discesa dal cielo alla terra, disperata, verso l’incarcerazione” F.Battiato, Quello che fu

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