Volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio

Dal monastero volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio. Da quando eravamo arrivati il mio sguardo era stato immediatamente magnetizzato dalla presenza delle cime debolmente innevate, che parevano così alte e lontane, pur così vicine, da dare all’ambiente una incredibile profondità. Nella penombra della chiesa, oltre al canto dei monaci, vestiti come uomini le cui mani lavorano la terra, giungeva alla mie orecchie ed al mio cuore bisognoso di pace, quello degli uccelli.

Tutto tace. Mi accarezza il vento e trovo immenso riposo nei prati verdi dai quali s’aprono alla luce mille e mille occhi di primavera, minuscoli fiori di tante diverse fatture, poco a poco abbandonando il tedio ed il peso delle sopravvivenza. Al canto costante s’unisce il mormorio del torrente e l’impercettibile vibrazione dell’aria, che m’accompagna dalla umane pietre alle rocche assolate, fino alla cima più alta, che pare densa di presenza. Ho pensato molto prima di scrivere “Dio”, io infedele. Ma non ho bisogno di giustificazioni quando penso e dico che tutto è Dio, non temo il nome della pluralità che dimora nell’Uno, e trovo ancora un senso a collocare ogni cosa in un grande cerchio imperfetto contemplante i suoi opposti e in essi la sua sfuggente identità.

Oggi è un dono. C’è tutto il necessario ad una più scarna e vera felicità dell’esistere, e lo intuisco nell’assenza del desiderio della scalata alle vette che mi stanno in fronte, e pensando poi al desiderio dell’amato, lo sento tanto vivo nel cuore da accettarne serenamente la momentanea assenza apparente. E mi sovviene un cantico antico.

Ah, la nostra vita è impacciata di tante catene! Grande sollievo mi porta il silenzio, tenuto anche in compagnia degli amici. Cadono così quelle convenzioni che tanto mi fanno soffrire: lo riempire, l’apparire, il giustificare, il razionalizzare tutto a tutti i costi. E finalmente sto un po’ bene. A volte chiederei solo di poter tranquillamente esistere, nel silenzio immenso che a ben ascoltare contiene tutte le voci che si possano udire, quietamente così, in una tacita intesa con il cosmo, che pare rispecchiare il senso che demmo al suo nome nei tempi antichi.

Un giorno che saremo liberi saliremo cime senza nome che non compaiono su alcuna cartina, abbandoneremo le convenzioni, le forzature, le finzioni, e contempleremo dischiudersi i petali della verità dell’esistenza, e non avremo umane parole per essi. E la intuisco lassù, su quel limite che si staglia nel blu, velato di foschia come il mio occhio che si posa sulle cose del mondo.

Sono contenta che oggi le cime davanti ai miei occhi non abbiano per me un nome, e che non le possa raggiungere. Un giorno lassù, in qualche luogo che permane innominato, le visioni si faranno limpide e tremende come il divino dei tempi remoti. Io continuo a venerare, camminare, salire e studiare come lo si possa fare, e lo sogno che sia desta o dormiente, come un sant’uomo che sia sempre in comunione di spirito colla sua deità, componendo di giorno in giorno canti e nuove preghiere.

Ogni uomo ha la sua via ed il proprio modo di pregare. Il mio è legato a quella enorme e indefinibile presenza dai mille volti, che chiamo semplicemente Montagna.

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