Piccole cronache di giorni in Marittime, I

Se da un canto ho passato praticamente tutte le mie giornate alpine di luglio in Valle d’Aosta, posso dire che invece settembre è stato il mese del ritorno alle montagne di casa, le Alpi Marittime. Condivido con voi qualche racconto di queste giornate di arrampicate su pareti baciate dal sole. Dopo aver iniziato a creare l’articolo inserendo tutti i testi che avevo precedentemente preparato, ho deciso di adottare la stessa modalità di pubblicazione del racconto del Cervino: dividerò pertanto gli scritti in più parti, in questo caso tre, potendo così dare maggiore spazio alle fotografie e rendendo ogni articolo meno lungo e pesante da leggere.

5 settembre 2018, Corno Stella

Solita ora, solito bar, il nuovo giorno che si affaccia. Si parla di lavoro, ma in verità quel mondo è lontano, seppur dietro un angolo paradossalmente vicino, e si respira aria di libertà, quasi proibita, forse per ciò ancora più forte. Saliamo in Valle Gesso con gran motivazione: c’è un conto aperto da chiudere. Un mese fa percorrevamo la stessa strada, lo stesso sentiero, per portarci ai piedi del Corno Stella: qui avevamo scalato combinando due vie, il Pilastro di Oscar e la Carlo Rossano Superiore.

Nonostante la riuscita di quella che era la mia prima assoluta iniziazione sul Corno, montagna simbolo della mia infanzia – quando mi veniva raccontato dai miei che non vi si poteva salire ed io guarda caso non volevo arrendermi a crederci, ergendo quindi il Corno a obbiettivo da raggiungere prima o poi, quasi una questione di vita o di morte – la vetta vera e propria non l’avevamo toccata. Un bello smacco, ma la minaccia dei temporali purtroppo era reale, con quei nuvoloni neri che da tempo si addensavano non molto lontano, già costringendoci a terminare la via con una discreta fretta e non senza apprensione. Cosa fare se non dare uno sguardo alla croce lontana in cima al pianoro sommitale e andarsene via a corda doppia? Un’estate così: un temporale al giorno, giusto per non sbagliare mai.

Tornando a valle la felicità nel mio cuore era del tutto composta, silenziosa, discreta e, fatta eccezione per i soliti pochi intimi, non persi tempo a banfare di essere stata in qualche luogo, tanto meno a festeggiare nascostamente. La cosiddetta vittoria era stata assurda. Fin da subito si parlava di tornare, non solo per godersi un’altra scalata su quella roccia incredibile, ma per portarsi fin lassù, al massimo culmine della montagna. E quindi eccoci qui, ormai è settembre e ai piedi della Serra dell’Argentera, sopratutto dopo le precipitazioni e il calo di temperature degli ultimi giorni, si capisce forte e chiaro che l’estate è finita.

Nei nostri progetti c’è la via di un amico sullo zoccolo del Corno e continuare poi lungo un itinerario storico, lo Spigolo Inferiore, ma proprio su questo ci sono già diverse cordate francesi in azione, la bellezza di otto persone: decisamente troppe da avere sopra alla testa tutto il tempo. Così, mentre ci concediamo una seconda colazione nella tiepida penombra del rifugio, decidiamo di cambiare strada e improvvisiamo, spostandoci molto più a destra sulla grande parete: inizieremo con la parte inferiore della via “Esprit Libre”, sulla quale ho l’onore di partire aprendo il primo tiro, per poi continuare lungo “Lupetti”, una via moderna aperta da una guida locale, su difficoltà omogenee e continue di 6a.

F. sulla Via dei Lupetti
Quasi arrivati entrambi in sosta dopo una bellissima lunghezza su roccia superba, dopo aver superato il tiro chiave che attraversa uno strapiombo e la vena di quarzo che taglia tutta la parete

Dopo aver temporeggiato per evitare il freddo mattutino, già sul secondo tiro veniamo accarezzati dai primi radenti raggi del sole; allora la scalata diventa piacere puro e saliamo spediti. Gli ultimi metri sono miei, dopo un ultimo muretto le difficoltà scendono le seguo una specie di crestina, al termine della quale attendo il compagno e recuperiamo le corde. Da qui, lasciato il materiale superfluo nei pressi di un ometto di pietre, proseguiamo a piedi verso la vetta, che non ancora vicinissima ci sovrasta.

Le ultime facili rocce della via; giù in basso, minuscolo, il rifugio Bozano.
Un ultimo scivolo ci separa dalla vetta

Sporgendoci sul versante nord nella speranza di intravedere il canalone di Lourousa, ci affacciamo su un mare di nebbie e nubi stagnanti ed i raggi del sole provenienti da sud proiettano su di esse ancora una volta l’occhio di dio. Così mi piace chiamarlo dopo lo stupore della prima volta che lo vidi: uno spettro di Broken con gloria, un regalo meraviglioso che la montagna ci offre a pochi passi dalla vetta.

“L’occhio di Dio”

La giornata bellissima, serena e mite, attraversata da moti di nubi e giochi di contrasti, è quanto di più suggestivo si possa desiderare, perchè in fondo in fondo, il cielo completamente blu mi ha sempre annoiato un po’.

Finalmente in cima al Corno Stella

Scendiamo in corda doppia pensando che sia l’ultima volta della stagione qui, ma io ho già un’idea che frulla in testa: no, non credo che la storia finisca qui.

Calata in corda doppia, un bellissimo filo a piombo tra le vie Campia e Ricordo d’Orlando

In copertina: Catena delle Guide fotografata nei giochi di luce pomeridiani durante la discesa in corda doppia dal Corno Stella.

Cervino, Parte II

Esco nel nero della notte; le luci di Breuil scintillano immobili nel fondo valle, tutto è mutissimo e sereno. Basta un momento soltanto per percepire la concreta possibilità della salita: aleggia nell’aria; la roccia emana come un profumo immaginario, dolcissimo, seducente, e promette di concedersi. Noi, che vogliamo esserle amanti, viviamo in un fremito tutta la tensione fisica e spirituale che nel giro di poco ci porterà ad andarle incontro tendendole le punta delle dita, così desiderose di comporre una volta ancora una sinfonia sulla sua fredda pelle, tentando di udire nel buio le note impresse dal passaggio dei nostri predecessori. Il senso della storia è più vivo che mai. E noi così piccoli!

Saliamo veloci, l’assenza della luce naturale mi dà di tanto in tanto quasi un’idea di smarrimento, a tratti vorrei fermarmi qualche istante, capire di più il mondo che si sviluppa intorno a noi, ma devo rimanere concentrata sulla via, sulle prese, sugli appoggi, non c’è tempo per perdersi in divagazioni. Qui tutti gli angoli hanno un nome e la concezione delle ore e dei minuti trascende in una dimensione differente, fatta di istanti presenti: le prime luci che fanno capolino dall’orizzonte lontano verso il quale tendiamo, i toni caldi che improvvisamente interrompono il grande quadro dipinto per intero a tinte fredde e imparagonabili sfumature di blu, l’esplosione muta dell’alba che indora le vette e i crinali, proiettando poi l’ombra gigantesca del Cervino verso Occidente, fino a lambire i piedi del Monte Bianco; infine lo sbocciare del nuovo giorno.

Nuovo giorno sulla Cresta del Leone

Intanto ci ritroviamo in alto sulla cresta, un intero mondo giace a valle ormai e calpestiamo la prima neve ghiacciata, che ci invita ad indossare i ramponi e tenere a portata la piccozza. Immagino lo scoramento di chi, raggiunto per la prima volta il Pic Tyndall, realizzò quanto esso distasse realmente dalla vetta tanto ambita: non c’è per me questa sensazione, data certo dalla conoscenza, ma credo mitigata e mutata dalla bellezza superlativa dell’ambiente in cui sono immersa, così disarmante e catartica che già innesca la nostalgia di sé stessa, e ben presto la consapevolezza che raggiunge un senso di tragedia nel realizzare che ogni istante evapora come un respiro e che mai più tornerà. Questa bellezza è nutrimento per il mio spirito, la porto dentro di me inspirando e tra un tremore e l’altro delle ciglia davanti alle pupille dilatate alla ricerca delle proiezioni della luce. Espiro gratitudine sconfinata.

Salita della testa del Cervino. Foto di Toni Neudorfer.

In alto, per un istante, intravedo la sagoma di una croce e penso di sragionare, ma è vero, è tutto reale: la cima si staglia su di noi. Avvicinandoci scompare dietro le rocce che tornano a sovrastarci. Cavalchiamo la cresta tra il Pic Tyndall e la Testa del Cervino. Ancora corde fisse e poi lassù la famosa scala Jordan.

Sulla Scala Jordan. Foto di Toni Neudorfer.

C’è un momento preciso in cui ti rendi conto che qualcosa sta cambiando, nell’inclinazione del terreno e nel diverso posarsi della luce sulle rocce, la salita finisce eppure non vi è ancora il cielo soltanto contro cui abbandonarsi, un istante sospeso in cui devo chiedere tregua. L’emozione supera gli schemi che la ragione le ha imposto per giungere fin qui e mentre tutto il corpo continua ad obbedire alle sue leggi, la gola si serra. La cosa mi fa ridere: sto così bene, eppure mi ritrovo a pensare che se non mi fermerò un istante a respirare non potrò gestire la coesistenza di un respiro normale e di un pianto. Perché so che piangerò, lo sento in questa gola che si chiude all’improvviso, e non posso farci nulla. Mi sento così viva! Non voglio reprimere niente del mio essere: non sono forse ascesa nel tempio della libertà? Così, senza alterazioni chiedo di prendere fiato. Giusto in tempo, perché in pochi passi sento il calore del sole accarezzarmi il viso con la dolcezza più vera che si possa desiderare, e realizzo di essere in vetta. Il pianto che sgorga dal mio petto mi stupisce come quasi non fosse mio e mi costringe a contemplare me stessa con tenerezza. Nel tentativo di raccontare gli occhi di nuovo cedono a quella forza incontenibile e si fanno lucidi come allora.

Giungendo in cima
In vetta

Nemmeno io stessa credevo che il Cervino fosse così importante per me. Non ricordo quando mi sono emozionata così l’ultima volta prima che accadesse quanto ho cercato di raccontare, ma so che ho colto quanto avvenuto non come una debolezza, per quanto vi sarà chi è libero di pensarlo, ma come la vivida testimonianza della vitalità del mio spirito. E vederlo così vivo dopo tante angherie mi ha dato grande consolazione. A volte il quotidiano è così misero – a chi voglia sforzarsi di comprendere questa accezione – che temo la morte interiore: vi sono parti di me che di tanto in tanto smettono di cantare, di rispondere, di vibrare ed ogni volta rimango atterrita davanti a questi silenzi, ancor di più quand’essi si prolungano. Mi spaventano la necessità delle maschere, la recita sociale, la povertà dei discorsi, la repressione della verità, della bellezza, dei sogni, delle più alte aspirazioni. Mi spaventa quasi tutto del mio mondo a dire il vero. Mica me ne vergogno. Il mio vero mondo è altrove, è un’altra cosa, risponde ad altre leggi, vive di un altro sole. Qualcuno capirà, può darsi, chissà: l’incomprensione è un viatico da tanti anni ormai, quasi non ci si fa più caso: ordinarietà.

Io ritratta in uno scatto di Toni Neudorfer, durante la scalata sulla Cresta del Leone.

La storia di questo Cervino non termina per certo sulla vetta, forse non è che a metà. Da qui troverà compimento il progetto un po’ più ambizioso di non tornare sui nostri passi, bensì di scendere per la Hörnligrat, la cresta su cui si snoda la via normale svizzera, facendo così meravigliosa traversata. Iniziando la discesa vivo per certo quelli che potrei definire i momenti peggiori: dal versante svizzero diverse cordate stanno per giungere in vetta, qualcuno inizia a scendere e la sovrapposizione di corpi, oggetti e corde incide sui miei nervi poco inclini alla sopportazione dell’affollamento – e pensare che c’è poca gente! Mi attanaglia un senso di fuga e non vedo l’ora di ritrovarmi in un angolino più tranquillo dove fare il punto della situazione, ma la lunga discesa me ne concederà tutto il tempo, accompagnandoci nei suoi eterni labirinti di pietra, sempre intravedendo la destinazione: una capanna laggiù che sembra non avvicinarsi mai (la Hörnlihütte).

La cresta svizzera

Al rifugio ci ricongiungiamo anche con i compagni austriaci con cui abbiamo condiviso la serata alla Carrell e gran parte della scalata. E’ semplicemente bello. Ci abbracciamo entusiasti davanti agli occhi incuriositi dei tanti turisti. Questo istante di anticipato rilassamento dura poco: presto ci tocca scappare, a mezza corsa lungo il sentiero che ci porterà allo Schwarzsee per imbarcarci sulla funivia in direzione Klein Matterhorn, vicino al Plateau Rosà, punto di arrivo degli impianti di Cervinia, là dove dobbiamo tornare facendo grande anello. Tempo di saluti.

Scendendo dalla Hörnlihütte verso le funivie

Tra la folla ed i turisti mi sento svanire. Voci, discorsi, schiamazzi, risate, una ragazzina mi passa sui piedi senza avvedersene, davanti al mio sguardo perplesso. Io sono assente. Il mio corpo manifesta insofferenza: intravede l’ingranaggio, la gabbia. Non tutte le parti che mi compongono faranno ritorno, ed un giorno voglio credere, tutte danzeranno libere nel regno dal quale sono tornate per stare ancora una manciata di giorni nel mondo mortale.

Gli amici austriaci attraversano la cresta tra la cima italiana e quella svizzera.
Una cordata sulla cresta sommitale.

“Ero certo, per esempio, che nulla esiste sulla Terra che non sia di tutti, quindi anche mio. Sapevo che capire il bello significa possederlo. Potevo giurare che ci sono sempre delle porte da aprire in noi. Riconoscevo che le difficoltà non mettono alla prova la forza dell’uomo ma la sua debolezza. Inoltre mi affascinava collocare l’esistenza della realtà soltanto nel riflesso del suo sogno. Ad altre difficili domande che mi ero fatto, e per alcune era rimasto aperto l’interrogativo, mi ero risposto che la vita, in definitiva, ha senso viverla con il massimo impegno, cercando di realizzare tutto quello che si ha dentro. Ero conscio che non avrei mai potuto privarmi di ciò che ritenevo giusto fare, pur con tutte le paure che ciò comporta. Capivo che molte mie idee sarebbero sembrate per lo meno strane a un certo tipo di interlocutore, ma in tal caso il problema sarebbe stato suo. Sapevo ben radicati alcuni miei concetti e mi era sempre più chiaro che la mia stravaganza era forse preferibile a quella “saggezza” dei molti, laggiù. Dove spesso la vita – incatenata dal consueto e regolata da tutte quelle pressioni che arrivano persino a trasformare l’arte e la fede in una merce – non è che una calma disperazione, un deserto di egoismo e di apatia. No, mi dicevo, non può essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sé e dei propri sentimenti.”

Walter Bonatti, “Una rivisitazione. Magia del Monte Bianco”, 1984

Un mare di montagne si apre all’orizzonte… Così come nuovi sogni e obiettivi si profilano nel tumulto del mio spirito.

 

 

Cervino, Parte I

Tendo a non parlare molto dei miei sogni pubblicamente come se fossero quei desideri espressi da bambina guardando le stelle cadenti, che non bisognava rivelarli a nessuno o non si sarebbero mai realizzati. Tanto più che il mondo trasuda cattiveria. Per il Cervino è stato così: pochi accenni tra i miei scritti, confidenze e discorsi inerenti con una cerchia ristretta di amici e ogni tipo di dettaglio, rivelazione, dubbio, ossessione spartito solamente con due persone di numero. L’idea scabrosa di averne parlato e nemmeno aver intrapreso un tentativo iniziava ad attanagliarmi, quand’ecco che finalmente si affaccia una possibilità da prendere al volo: il 22 agosto 2018 ci ritroviamo ai piedi della montagna. Persino mia madre lo ha saputo soltanto il giorno prima, mentre noi subodoravamo la cosa e inseguivamo le previsioni meteo da giorni. Anche al lavoro, il giorno prima della partenza, ci siamo ritrovati tutti davanti ad uno schermo a indagare il tempo e il mio proposito sembrava essere diventato quasi un “affare di famiglia”.  Proverò qui a raccontarvi ora almeno parte di questa esperienza.

Scalare il Cervino: un modo particolare di segnare il passaggio del proprio quarto di secolo. Anche il suo primo salitore, l’inglese Edward Whymper, aveva venticinque anni quando ne toccò la vetta, il 14 luglio 1865: lo corteggiava da anni e dopo sei tentativi per la cresta italiana, riuscì nell’inaspettato tentativo per la cresta Svizzera dell’Hörnli.

Capanna Carrel, 22 agosto 2018

Quando è buio ed il giorno tenero ho bisogno di una strada che sia diritta per poter gestire al contempo la corsa verso i miei sogni e la fuga dai turbamenti che col sonno non cessano mai e a breve distanza inseguono la mia ombra – ma temono le altezze! I discorsi si affollano per un poco per poi scemare nel lungo silenzio che precede l’alba. L’inevitabile domandar delle passioni umane si perde in una risata carica di un gustaccio agrodolce, alzando le mani al cielo come richiesta di innocenza. Il mio cuore è agitato per mille motivi e il compagno di cordata è una presenza tanto attesa per sentirsi infine liberi di parlare un po’, perché è un altro di quei rapporti in cui i confini sono un po’ diversi e si entra in una diversa confidenza, soprattutto nel momento in cui vengono a mancare coinvolgimenti sentimentali, che con le loro dinamiche compromettono ben presto la libertà d’essere tipica di un cuore privo di paure. Spogli come ci rese il Cammino, nudi come ci fece la Montagna.

Giunti a Breuil attendiamo le otto: abbiamo appuntamento col gestore del rifugio Duce degli Abruzzi all’Oriondé, che ci farà salire sulla sua jeep insieme ai rifornimenti per il rifugio, facendoci risparmiare un eterno viaggio a piedi sulla strada dissestata che dalle case mena su tra i pascoli fino alle pendici della Montagna. Certo un avvicinamento singolare, penso mentre così saliamo senza sforzo alcuno… a parte quello morale per accettare la cosa stessa, tanto nuova e inaspettata, e la paura che una qualche arcana presenza ci sputi in un occhio passando alla Croce di Carrel, o che la Montagna offesa ci scrolli giù dalla sua pelle come la molestia dei tafani che tormentano le placide bestie. Ed io quasi cerco di nascondermi un po’, ritrovandomi a recitare un ruolo che non riesco a incollare tanto alla mia natura, lancio sguardi fugaci alla valle e alla presenza enorme sulle nostre teste, al compagno come in cerca di muta approvazione e poi di nuovo giù, dentro di me, cercando di realizzare il tempo presente.

La valle di Breuil

Temendo il precoce arrivo dei temporali vogliamo essere alla Capanna arroccata sulla Cresta del Leone prima di mezzogiorno; così dal rifugio ci muoviamo subito, mentre la nebbia già si gonfia umida e arriva a fagocitarci. Sfasciumi e roccette ci portano verso la Testa del Leone e con un lungo traverso giungiamo all’omonimo colle. Da qui si apre una finestra di luce sul versante svizzero e sui monti del Weisshorn. Qui ci leghiamo in cordata, approcciando poi i primi risalti e le viscide placche che ci presentano la prima corda fissa.

Luci e ombre sul versante svizzero.

Gli alpinisti che incontriamo salendo hanno rinunciato alla vetta a causa delle dure condizioni imposte dall’avvicendarsi dei temporali e delle rigide temperature notturne, ricoperta così la roccia di un velo micidiale di verglass. Sono abbattuti e irrigiditi dal freddo, taluni sbiancati in volto come fossero fantasmi di sé stessi; ci guardano quasi perplessi trovandoci determinati e speranzosi nella nostra salita. Forse il nostro ottimismo è un’impressione necessaria, i racconti non ci lasciano indifferenti, ma rimandiamo il momento dei verdetti.

Il passaggio della Cheminée con la sua corda fissa verticale demoralizza un po’ anche me. La parete gocciola, la corda è intrisa d’acqua gelida e l’issarmi su fa presto, troppo presto, il fiato corto. Primo impatto brutale, ma forse è questo il passaggio più fisico dell’intera scalata. Un po’ lo voglio sperare: è più duro di tanti tiri arrampicati in questi mesi, proprio a dimostrare la differenza tra un salire tecnico e un salire artificioso e di pura forza, che si rivela presto massacrante. Eppure le attrezzature della via, comparse col passare degli anni fin dall’epoca pionieristica, ci aiuteranno, saranno addirittura indispensabili, e lo sappiamo per certo, perlomeno per compiere la scalata nei tempi calcolati al giorno d’oggi. L’addomesticamento della montagna è un’altra umana illusione, il Cervino non è terreno di gioco.

Alle prese coi canaponi

Girato l’angolo siamo alla Capanna Carrel, che ci accoglie col tanfo delle deiezioni umane che da un buco vengono scaricate giù nel fianco della montagna; la cosa ti dà un’idea di che profumo avesse il mondo nei secoli passati, che di tanto in tanto ci troviamo a vedere con la nostalgia resa assurda dalle nostre ormai consolidate abitudini. Siamo soli e, a detta di chi ha già fatto esperienza su questa montagna, ciò è per certo indice di una situazione determinata, non certo la migliore immaginabile: nei giorni in cui essa è nelle migliori condizioni viene infatti presa d’assalto dalle tante cordate desiderose di raggiungerne la vetta, e l’affollamento può divenire insostenibile follia.

La capanna Jean Antoine Carrel, intitolata al primo salitore del Cervino per la Cresta del Leone, a pochi giorni dalla prima salita assoluta per il più semplice versante svizzero, sorge a 3830 metri sulla cresta sud-ovest,  a pochi metri dalla precedente capanna Luigi Amedeo di Savoia. Proprietà delle Guide del Cervino, ad oggi è praticamente autogestita e vi si respira aria di altri tempi. Passiamo la serata a far bollire acqua di scioglimento e mettendovi in infusione più volte le stesse bustine di té: per noi anche questa è felicità.

 

Le nubi danzano su tutti gli orizzonti. Le previsioni meteo di diverse fonti riescono ad essere totalmente contrastanti, ma che lusso esse sono! Sullo schermo di un telefono, ormai un piccolo miracoloso computer da tasca, osserviamo i vari modelli e delle macchie di colore danzare intorno alla nostra posizione, poi lontane, poi sopra di noi, ad indicare teoricamente le possibili precipitazioni e gli sviluppi delle ore venture. Ma il tempo passa e inizia a non accadere quanto proprio questi moderni strumenti continuano a dirci e allora ci abbandoniamo all’attesa incognita sotto strati di coperte di lana. L’infallibilità della scienza che ha messo in croce il divino… Intanto altre sparute presenze si uniscono a noi ed è subito fratellanza. Ecco che accade ciò di cui già scrivevo: si entra in amicizia in medias res, tralasciando davvero tutto il superfluo e tali sono anche cose che riteniamo fondamentali e caratterizzanti la nostra vita nei giorni comuni, quando ci presentiamo ad altri esseri umani incontrati sulla via facendo preamboli e desiderando di specificare ogni minimo dettaglio del nostro ego bisognoso di nobilitazione, come se in profondità sapessimo che esso è nulla: non vi è infatti necessità di dar valore ad una cosa che ne ha con evidenza, ma noi si sa, viviamo di paure e di giustificazioni per la maggior parte del tempo.

Ambiente di grande bellezza
La Testa del Leone emerge dalle nebbie, osservata dalla Capanna Carrel.

Il racconto continuerà nel prossimo articolo.

Alle pendici del Monte Bianco

Sopra la testa l’Orsa Maggiore brilla nel cielo terso di Courmayeur, i miei occhi cercano nel buio il profilo ardito dell’Aiguille Noire de Peuterey e lo trovano, ombra nell’oscurità, con la certezza di chi fa rientro invece che semplicemente arrivare. Il migliore letto è sull’asfalto con cui l’uomo ha tappezzato le strade del mondo, che così rapidamente mi hanno permesso questa fuga, nella stessa auto che ha corso fin qui. Senza nulla più che un po’ d’acqua, qualche indumento e l’attrezzatura da alpinismo mi sento più felice che tra le comodità quotidiane; nel buio della notte mi quieto e attendo il permesso per ascendere nella bianca valle che si apre lassù, lassù dove già il mio occhio interiore vede, guidato da cento stelle, come uno spirito che si rende alle porte del paradiso dopo aver ceduto le spoglie mortali. Tutto questo dopo giorni terribili, come se veramente vi fosse redenzione dopo i patimenti. Col cuore finalmente calmo mi preparo così al sonno e al domani, già sognando – fa’ che sia luce – le creste scintillare nel primo sole del mattino.

Giochi di luce dietro alla cresta delle Aiguilles Marbrées

Questo richiamo alla quota è l’unico mio modo per sentirmi in comunione: non solo con le grandi cose del cosmo o con le parti scisse in me, ma ora anche con la piccolezza umana che evinco spesso scattando fotografie alle cordate in lontananza sui crinali, la nostra personale piccolezza infinitesimale che tuttavia pare ora grande nello stato di separazione.

Unirmi spiritualmente e anche fisicamente nell’azione mi tiene alto il morale ed alimenta il mio esclusivo fuoco che – solo potesse – lambirebbe spazi più grandi di questo oceano ghiacciato e più vertiginosi delle pareti su cui mi fonde. I desideri assumono dimensioni inaspettate, divoranti il senno comune nel quale sono costretti ad essere trattenuti; silenziosamente lavoro alla distruzione di entrambi.

Già si sfaldano da sé ad ogni raggiungimento: giorni addietro scorgere la croce in vetta al Corno Stella, proibito sogno di infanzia, per poi fuggire giù a corda doppia prima del temporale mi ha distrutto l’anima che per tutta la scalata mi aveva sostenuto come nessuna fatica credo avrebbe potuto – fu quasi che iniziai a scalare per contraddire quel verdetto di famiglia: “quella montagna non si sale”. Ogni cosa era immediatamente vanificata e compiuta nella smisurata delusione di essere arrivati dove a lungo si era sognato, e là vi era esattamente e tutto e niente. Probabilmente la maledizione che ci accomuna con molti che vennero prima di noi e che di questo sentimento struggente lasciarono testimonianza. E cosa dire ormai del sentimento d’esilio che accomuna i giorni passati in città, dove nessuno sembra comprendere quel velo di malinconia che offusca gli occhi e si riflette nell’ondulazione del tono di voce? Una quotidiana cacciata dall’Eden.

Dente del Gigante e l’infinita piccolezza umana ai suoi piedi

“Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà… Sceso a valle cercherò subito un’altra meta. Se non esiste la creerò… Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana…”

Giusto Gervasutti
Scalate nelle Alpi, Società Editrice Internazionale, 1961

Nuvole, luci e ombre: un paradiso per intenditori!
“Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana…” G.Gervasutti
“La ripida discesa dal cielo alla terra, disperata, verso l’incarcerazione” F.Battiato, Quello che fu

Moti interiori

I Lyskamm sono stati un’esperienza segnante: dall’indomani non sono più stata ciò che prima ero – ciò accade invero ogni volta che vado per monti. Assente al mondo per giorni. Poi l’insofferenza del quotidiano è tornata cavalcando le creste spumeggianti delle mie inquietudini, tutto è tornato ad essere incomunicabile ed il mio spirito è tornato a traboccare come un’anfora abbandonata ad accogliere l’acqua di fonte; ho ripreso a fare il mio caratteristico verso, misto di lamento ebbro di gioie taciute, urlo nel silenzio gelido di questo angolo di cosmo.

Mentre cammino per la strada mi anima un moto interiore, mi spinge avanti, dalle pareti e dalle vette al senso del dovere e l’obbligo spontaneo del sopravvivere, alimentare il corpo come il fuoco che illumina l’inverno. Mi è tornato il desiderio della musica e della lettura, la necessità di ritrovare le tessere che la tristezza ha staccato dal mosaico interiore. La parete di roccia, il corpo vibrante della Montagna, asseconda i moti della mia anima. Verso il cielo, verso qualcosa di più, qualcosa di migliore della noia del nostro carcere quotidiano.

Vorrei essere più forte di tutto ciò che sento dentro: ma esattamente Quello io sono! Un’unica corrente che stenta a riconoscersi allo specchio. Sono tutto ciò che amo e tutto ciò che odio. E amo ciò che questi miei occhi vedono, ciò che le mie mani toccano e ciò di cui il mio spirito rivive e trasale, i sentimenti e le speranze rinnovate, il filo divino che è calato dall’immenso verso la mia infinita piccolezza per riportarmi a respirare aria più sottile, non solo coi polmoni, ma con organi eterni ed impalpabili… Per poi lasciarmi ricadere a valle -ed io egualmente debbo amarlo- dove veramente manca l’ossigeno per vivere: no, non stanno le cose come ci sono state dette da bambini, siamo stati ingannati! Sono le città i luoghi mortiferi dove si arranca soffocati dopo che si siano decomposti i nostri migliori organi, accordati in tempi lontanissimi dall’abile mano divina in armonia con le ondulazioni di più alte sfere, sì, le città i luoghi dove l’uomo perde sé stesso e i suoi fratelli e la capacità di provare amore. In virtù di tutto ciò io continuo a far bandiera del motto antico: per aspera ad astra!

Il suono stridulo e mestissimo d’un violino che taglia l’aria con note in minore m’apre il petto e lo riempie di tutti i sentimenti ch’esso possa provare. “Ricordami come sono infelice lontano dalle tue leggi!”. Qualcuno uccida questa lontananza!

(Ascoltando: Concerto per violino e orchestra op.64, Mendelssohn)