Come rondini a primavera

Una stagione che non so definire. L’inverno se ne è andato senza essersi mai presentato. Nonostante tutto non ci siamo mai fermati, abbiamo arrampicato di continuo, su ghiaccio, su roccia, in montagna, in falesia, quasi come inseguiti da un demone, come se la vita potesse finire domani. E a volte ti guardi intorno e realizzi che in fondo non si sbaglia di molto a pensarlo, anzi, è proprio così. Non siamo che foglie al vento; rimanere attaccati al ramo è una probabilità matematica, senza etica alcuna. Di Dio non si fanno più domande.

Il Marguareis torna nei nostri discorsi. Ce l’eravamo lasciato alle spalle dopo la salita della via Aste-Biancardi alla cima Tino Prato, in ottobre. Il freddo alle mani di quella mattina non ha niente di paragonabile con le nuove avventure che stavano per realizzarsi.

23 marzo, canale dei Pancioni

Sopra di noi nel cielo terso e muto volteggiano le sagome di neri uccelli, quieti si cullano sulle correnti. Intorno a noi l’ambiente è freddo e ombroso, solo la cima dell’Armusso scintilla alla luce del sole. Eppure sono in quiete. Siamo un puntino colorato nelle pareti nord del Marguareis, di nuovo, abbiamo fatto ritorno come le rondini a primavera. Per qualche motivo questi posti silenziosi e cupi mi piacciono, entro in sintonia con la loro melanconica pace, lontano dagli schiamazzi delle felicità ordinarie. Non c’è spazio per me laggiù, non c’è riposo dalle angosce, dai fallimenti, dalle delusioni, dalle sofferenze derivanti dalle relazioni umane. Mi viene il magone piuttosto quando fuori dalla via, mi metto a sedere sul colle, con lo zaino sotto il sedere, nella luce accecante, quasi irritante. Di lì a poco inizierà la discesa. Tra le fotografie di questa salita e le letture di questi giorni c’è una figura che torna e ritorna alla mia mente: la linea d’ombra. La linea che mi separa dalla luce, dall’uscita a pochi metri dal colle, l’uscita che per l’appunto mi turba più dell’attacco, della via, della montagna stessa, perché rappresenta sia la fine che un nuovo inizio, che corrisponde con il compito – talvolta persino più delicato dell’ascesa – di tornare a casa. Mi sovviene una canzone di Battiato, che parla de “la ripida discesa dal cielo alla terra, disperata, verso l’incarcerazione”. Sì, perché dopo tutto, dopo la discesa, che sia facile o difficile, c’è la parte più dura, l’incarcerazione nel quotidiano e in tutto ciò dal quale non siamo in grado di liberarci.

Il Canale dei Pancioni viene percorso per la prima volta nel 1943 dalla cordata formata da Sandro Comino, Bartolomeo Marenco e Arnaldo Colombatto. La via si sviluppa tra la cima Tino Prato e l’Armusso con sezioni di canale, cenge, traversi e tratti di arrampicata su roccia; ad oggi è principalmente percorsa in condizioni invernali, con interessanti e non banali passaggi su terreno misto.

Alcuni momenti della salita nel Canale dei Pancioni. Qui il delicato traverso del terzo tiro. Da questa immagine si deduce abbastanza il senso di ombra che domina la via.
Andrea sul tiro chiave, totalmente secco.
Ancora un traverso prima di immettersi nel canalino d’uscita.
Uscita al colle. Da questa foto in particolare è iniziata la riflessione sul passaggio da ombra a luce.
31 marzo, via diretta biancardi al mongioie

Le discrete condizioni trovate sul Marguareis ci incoraggiano a fare un ultimo tentativo ad una via a cui abbiamo già rinunciato due volte, una a dicembre, annichiliti durante l’avvicinamento da una travolgente tempesta di vento, e una già in marzo, senza nemmeno partire, troppo titubanti a causa delle alte temperature. Ancora Alpi Liguri, questa volta sul Mongioie, sulla cui parete nord-est si snodano la Diretta Biancardi e la via Comino-Garelli. E’ alla prima di queste che ci rivolgiamo. Così torna nei miei pensieri il nome di Armando Biancardi e tra una lettura e l’altra non passano inosservate alcune delle sue più impegnative salite, che aprono il sipario su sogni di grande rilevanza.

In questo terzo tentativo alla via che aprì in solitaria nel luglio 1940 tutto fila alla perfezione, le condizioni sono favorevoli e per la prima volta ho la possibilità di fare da capocordata in una cordata di tre persone, grazie alla disponibilità e alla fiducia dei miei soci, naturalmente! Un gesto da uomini di spessore che non sono preoccupati né del fatto che io sia donna, né di cosa avrebbero potuto pensare altri nel vederci. Un gesto da veri amici che avrà sempre la mia profonda riconoscenza.

La più bella sensazione è la totale naturalezza del flusso della scalata, tutto si evolve come una danza studiata per tanto tempo, alla ricerca del perfezionismo cercando con l’occhio – e trovando – la fessura ideale per il più piccolo dei nut a disposizione, come se si sapesse che essa è proprio lì. E’ la sensazione di fare la cosa giusta al momento giusto, di farla bene, di coglierne la bellezza. La parete quasi si fa piccola mentre noi la saliamo, eppure l’ambiente è bello, ma più luminoso di quello del Marguareis; per alcune decine di metri arrampichiamo al sole.

Tuttavia questa sensazione significa anche un’altra cosa: che si può posare lo sguardo un po’ oltre e prepararsi a cogliere nuove sfide, nuove avvenure, nuovi sogni.

In traverso nella prima parte della via.
I miei super soci nella parte centrale della via.

Ritorno a Pineta Nord

Pubblico queste righe scritte agli ultimi giorni del mese di febbraio.

La prima volta che arrampicai su ghiaccio fu a Pineta Nord. Inizialmente salimmo la goulotte d’accesso e la via originale, i miei primi passi erano estremamente insicuri. Una volta scesi, gli amici mi invitarono caldamente a provare a salire la goulotte da prima. Sinceramente ho un ricordo terribile di quei momenti. La roccia non mi aveva mai dato una sensazione simile. In qualche modo arrivai in cima e tornata a casa pensai che o avrei smesso subito o per qualche motivo assurdo avrei continuato. Non potevo ritirarmi così da quel mondo che mi affascinava inspiegabilmente, mi ero appena affacciata sulla porta, ma mi sentivo intimorita. Siamo tornati altre volte a Pineta Nord, aggirando però la goulotte e salendo direttamente a piedi all’anfiteatro.

All’ingresso della goulotte

Un giovedì mattina di febbraio mi sono ritrovata alla base di quella goulotte. Adesso era mia la volontà di salirla per realizzare cosa fosse cambiato da quella prima volta. Tutto è stravolto. Vedo in me quasi un’altra persona. Ho memoria di come vidi le cose quel giorno: insormontabili. Oggi brevi e semplici. C’è tanta strada da fare, ma non bisogna mai farsi scoraggiare. Può volerci poco oppure molto, ma con dedizione e passione le cose cambiano. Nel breve termine è naturale non avvedersene, ma considerando un periodo più lungo la visione è sorprendente. Al contempo guardo a ciò che oggi sembra semplice e ciò che sembra difficile, così da conoscere la strada fatta e quella da fare. Dopo la goulotte abbiamo deciso di affrontare la bella e più impegnativa linea di Cespuglio (60m, II/4, TD). La qualità del ghiaccio, fragile e cariato, ci ha dato del filo da torcere.

Anfiteatro di Pineta Nord, la colata in centro-sinistra nella foto è Cespuglio.
Passi delicati a 90°

La sensazione più strana è data dal fatto di andare ad arrampicare su una bellissima cascata di ghiaccio e poi entrare al lavoro alle 14.30. Per diverse ore vivi in uno strano stato di sospensione. Sei lì, nel momento presente, la scalata cattura tutta l’attenzione. Poi all’improvviso realizzi che prima di tutto sei fortunato ad poter essere lì, ma anche che presto dovrai fuggire via, che hai una precisa scadenza, che devi viaggiare verso valle veloce e lasciarti assorbire dalle diverse responsabilità del nostro mondo grigio in cui dominano divinità assurde che nulla hanno a che fare con quelle che animano il nostro spirito più profondo. Il contrasto e al contempo la correlazione tra gli opposti turba i miei pensieri. La gabbia e a la libertà convivono e si relazionano. A volte mi chiedo quale sia il vero senso di tutto questo.

Nella goulotte di Pineta Nord

Ma il ritorno a Pineta non finisce qui. La domenica seguente sono di nuovo ai piedi della goulotte, la salgo ancora più fiduciosa di qualche giorno prima e poi volgo gli occhi ad un obbiettivo diverso: avevo infatti notato come fossero invitanti le condizioni della colata Fiammetta Ice (30m, II/3+, D+),  salita l’anno scorso con Andrea e Tomasz per poi continuare per la sovrastante Mistero (20m, II/5+, TD+). Tuttavia quel giorno declinai l’invito a salire Fiammetta da prima. Credo che feci bene. Così come ho fatto bene ora, con un modo di vedere le cose già molto mutato, a provarci. Arrivati nell’anfiteatro di Pineta ho risalito il pendio che porta ai piedi della cascata, ho studiato in quale punto iniziare a salire, ho abbracciato il socio e ho battuto i primi colpi di piccozza. Subito dopo ho piazzato la prima vite. Nel primo tratto verticale vivo un bel faccia a faccia con la parte meno superficiale della mia mente e mi fermo più volte a chiodare, poco più sopra posso rifiatare e fermarmi, posizionando bene e comodamente i piedi e tenendomi alle piccozze ben piantate nel ghiaccio.  Realizzo ogni giorno quanto il più gran lavoro sia mentale, mi chiedo come si possa immaginare che sia solo una disciplina sportiva in cui si è liberi di mettersi come si vuole, fare ciò che si vuole, o che addirittura sia cosa semplice. L’arrampicata su ghiaccio è un’arte e un’alta forma di ricerca della conoscenza e della padronanza di sè, nonchè di una sostanza cangiante ed effimera, proprio come noi.  Il ghiaccio su Fiammetta però e bellissimo, continuare fino in cima è piacevole e giunta in sosta il petto mi trabocca di gioia. Purtroppo il socio non se la sente di raggiungermi e così potrò riabbracciarlo solo dopo essermi calata e aver tolto le viti messe salendo.  Scendendo a valle sono un’inesauribile entusiasta, felice nonostante le temperature troppo alte stiano spazzando via questo mondo che amo ogni giorno di più.

Su Fiammetta Ice
Felice all’uscita della goulotte

La prima candela

La prima volta che salii in valle per arrampicare sul ghiaccio mi furono indicate dalla strada diverse cascate, tra cui un elegante filo a piombo bianco e rilucente che si perdeva lontano nel versante scuro e selvaggio di una montagna innominata. Chandelle Gàstok, mi dissero, una delle più belle e più dure della Valle Varaita. In quel momento tutto mi scivolò addosso come acqua leggera e non ricevette né considerazione, né rilevanza, era una cosa troppo lontana da concepire.

La Chandelle Gàstok 90° è una impegnativa candela, tra le più difficili salite su ghiaccio della Valle Varaita. Molto ambita e ripetuta, si può osservare dai tornanti della strada che sale verso Casteldelfino. La scalano per la prima volta il 28 febbraio 1982  Guido Ghigo, Fulvio Scotto e Roberto Bonamico, ricordati tra i protagonisti dell’arrampicata su ghiaccio nelle nostre Valli d’Oc.  Fu Ghigo ad individuare la bella stalattite che diventò la più difficile cascata del cuneese e ancora oggi è rinomata nell’ambiente del cascatismo delle nostre zone. Il tiro chiave è costituito di 30 metri continui a 90°, con partenza a 95°. La candela è di origini naturali, ma da qualche anno sono stati posizionati dei cavi per sostenerne la struttura.

Tiro chiave della chandelle

Il tempo cambia gli sguardi, i desideri, la percezione di bellezza. Quest’anno salendo in valle, i miei occhi cercavano quella linea con fare diverso, nonostante la consapevolezza che per molto tempo sarebbe rimasta ancora lì, silenziosa ed austera. Quando poi, in giorni di forte inversione termica, la bella candela crollò, fu abbastanza palese che in ogni caso l’incontro sarebbe stato rimandato. Col passare dei giorni essa tuttavia iniziò a formarsi nuovamente, ma tutti la guardavano con scetticismo. Non si farà.

In un giorno d’inizio febbraio passavo con un amico per la strada, diretti all’Anfiteatro di Pontechianale per fare due tiri prima di rientrare al lavoro, vidi la candela attaccata al basamento, ma riportando molte parole alla mente, commentai “magari si può fare ma dev’essere particolarmente dura, speriamo che nessuno mi inviti perché sarebbe troppo per me, non mi sento all’altezza”.

Nemmeno un’ora dopo ricevo da Andrea un messaggio con una foto un po’ sfocata, presa da lontano, ed una nota “Andiamo?”: ritrae una candela, la Gàstok, inconfondibile. Così, scendendo, avendo con me la macchina fotografica, riesco a catturare meglio la cascata con un buono zoom, per dedurre meglio le sue condizioni.

Visione d’insieme di Chandelle Gàstok 90°

La domenica seguente Andrea, Tomasz ed io, nel primo mattino, siamo in valle, per quanto non i primi. Qualcuno ci ha preceduti nella giornata di sabato e anche adesso, di pochi minuti…Accidenti al caffé! Come corrono le voci! Ci incamminiamo inoltrandoci nei boschi spogli seguendo le tracce nella neve. Fino all’ultimo la presenza della cascata è solo una certezza della nostra mente; poi ecco il primo salto, una candeletta alta circa sei metri che adduce ad un canale nevoso, alla fine del quale ci si ritrova ai piedi della grande stalattite.

Il primo saltino di ghiaccio. Non sempre è ben formato ed è possibile aggirarlo. Al momento della nostra salita presenta una bella colonnina verticale ideale per riscaldarci.
Un assaggio di verticalità sul primo salto di ghiaccio.
Chandelle Gàstok. In azione sul tiro chiave la cordata che ci ha preceduti.

Certamente non mi aspettavo di vederla da vicino così presto, di ritrovarmi ai suoi piedi col naso all’insù ed essere lì per tentare di scalarla. Le condizioni del ghiaccio – morbido, a tratti anche molto bagnato – e forse un po’ di naturale adrenalina mi fanno sembrare la scalata più alla portata di quanto le mie previsioni timorose mi avevano dato da pensare. Con questo non dico che si sia stato qualcosa di semplice, anzi! E’ la scalata più impegnativa che abbia mai intrapreso su ghiaccio, pur da seconda di cordata, ma per quanto sia difficile fare paragoni, potrei dire che è stata persino la scalata più dura, almeno tecnicamente e su carta, della mia vita fino ad oggi. Il ghiaccio per me è più complesso e duro dell’arrampicata su roccia e sono meno capace, tuttavia sono tornata a casa piena di soddisfazione e gioia. Inevitabilmente sono seguite tante riflessioni, che come sempre portano frutti, alcuni più immediati -come un libro da studiare e la volontà più prossima di continuare a scalare e migliorare – e altri che solo il tempo saprà mostrare.

Ed infine, sfogliando le pagine di un altro libro ancora – come quando avevo sedici anni negli ultimi giorni ne ho acquistati ben quattro – si è incrinata anche una certa concezione di bellezza. Realizzo che fuori dalle nostre valli ci sono cascate spettacolari e al contempo molto difficili. La Gàstok sembra proporsi come un’iniziazione a questa dimensione in cui bello e difficile sono fortemente intrecciati. Naturalmente questa idea non andrà ad intaccare la concezione quotidiana del bello che sempre nelle manifestazioni della natura ci stupisce e meraviglia anche nelle più semplici cose, tuttavia c’è e non posso negarla, sono caduta anche io nell’incantesimo. Ciò che segue da sè è il desiderio di poter scalare quelle forme effimere e fantastiche, ma questa sarà tutta un’altra storia…

Alcuni momenti della salita nelle nostre fotografie:

Un indimenticabile Macro-Couloir

Poco a poco il giorno muore, il cielo si fa scuro e dobbiamo fermarci per estrarre le torce frontali dagli zaini. Questa sosta suona persino strana, suona quasi come una resa che tuttavia non è ciò per cui stiamo optando; è il primo istante della giornata in cui cessiamo di avere fretta. Il silenzio della sera ci divora. Con l’occasione tiro fuori una tavoletta di cioccolato da dividere con i compagni; è la prima cosa che mettiamo sotto i denti dopo la colazione, ma fino ad ora siamo stati troppo impegnati per avere fame o sete. Apprezzo smisuratamente questa sorprendente capacità del nostro corpo di adattarsi alle situazioni: comprende, senza dovergli fornire spiegazioni, dalla testa partono tutti gli impulsi necessari alla perfetta coordinazione di tutte le parti. Seppure a molti sembrerà innaturale io sono molto affascinata da questa che definirei una disciplina. Cioè, non siamo propriamente nati così, ma la nostre scelte ci hanno portati a diventare così. Resilienti. Ostinati. Per quanto mai come i nostri predecessori, mitici, tanto da sembrare appartenere ad una razza ormai quasi estinta. E’ come se il nostro alpinismo, la nostra ricerca, richiedesse intrinsecamente una forma di ascesi. Le due cose non riescono ad andar separate. Per ore ed ore riusciamo a dimenticare i bisogni primari e i pensieri ordinari, così come l’individualismo che ci caratterizza nel quotidiano: siamo una cordata. E adesso torniamo a casa, insieme.

Siamo scesi a passo sostenuto per coprire quanta più strada possibile con la luce. Ci è sembrato saggio escludere la via per la quale avremmo dovuto scendere, un canale con pendenze sui 45°-40°, perché la tormenta delle ultime ore non ha fatto che aumentare gli accumuli di neve inconsistente, così stiamo facendo il “giro largo” per pendii più sicuri, passando per i Laghi Blu per poi ricalcare pressapoco l’itinerario di un sentiero estivo fino a valle, dapprima seguendo la logica e individuando alcuni cartelli che sbucano dal manto nevoso, aiutati ora nel buio dal supporto di una traccia gps.

La mattina, considerate le diverse previsioni meteo lette il giorno prima, eravamo ottimisti, il cielo era sereno e l’alba dolcissima. Avevamo lasciato l’automobile nel punto in cui è chiusa la strada che percorre tutta la Valle Varaita fino al Colle dell’Agnello, e ci eravamo incamminati alla luce delle torce. Sul fare del giorno eravamo ormai vicini alla base della nostra montagna, la Rocca Bianca (3064m), la cui parete nord-est è solcata da due interessanti vie di ghiaccio, una – la nostra – il Macro-couloir (prima salita il 31 dicembre 1987 da parte di G.C.Grassi, A.Siri, M.Piras, P.Heim, P.Masculier, B.Bouckaert e T.Danville), l’altra la Goulotte degli Apostoli Marrani (prima salita il 27 marzo 1988 ad opera di S.Rossi, A.Siri, G.Tomatis, M.Ariaudo). Entrambe solcano la parete fino alla cresta sommitale per circa 500 metri con lunghezze di ghiaccio che raggiungono la piena verticalità, a volte fragili e sottili. Alcuni tra amici e conoscenti erano già venuti qui nell’ultimo mese e ci avevano restituito relazioni positive. Dopo aver saputo che l’ultima perturbazione non aveva posato che pochi centimetri di neve in valle, speravamo di poter avere anche noi la nostra occasione di salire.

Al cospetto della nostra parete
Preparativi per la partenza accarezzati dai primi raggi del sole
I primi metri nel canale

Così eccoci all’attacco del canale, salendo dapprima slegati per ripidi pendii nevosi fino ai primi salti di ghiaccio. Un po’ di vento inizia a soffiare dal confine, sferzando i pascoli vallivi, e una copertura si affaccia all’orizzonte. Non passa molto tempo che qualche timido fiocco di neve inizia a danzare nell’aria fredda, ancora alternato a raggi di sole. Le previsioni più negative prospettano solo un vago nevischio, in disaccordo con altre più rosee. Per un momento meditiamo sulla possibilità di scendere costruendo degli abalakov e andando via rapidi con un paio di corde doppie. Rincuorati dalle altalenanti schiarite e dalle condizioni della via decidiamo di continuare.

La prima sezione di ghiaccio
Le condizioni meteo traballano. Si vede ancora in lontananza nel fondo valle il lago di Pontechianale… Ma non resisterà a lungo.

La Montagna ci ha appena stretto tra le sue gelide pareti, chiudendoci in un incantesimo che da valle – dove perdura il sole – gli altri, spensierati, non immaginano. Man mano che proseguiamo nella scalata la nevicata si infittisce e le raffiche di vento si rafforzano. Alla fine ci oseremo a chiamarla tormenta, soprattutto quando, sbucando in cima, per qualche istante fantasticheremo ironicamente sull’essere finiti in Patagonia. Magari sulla cornice finale c’era un portale spazio-temporale?

Fino a quel magico momento in cui finalmente vediamo per l’appunto la cornice di cui ci era stato raccontato, non resta che perseverare e tener duro. In sosta si trema per il freddo, ma ci diciamo vicendevolmente che ciò è normale e razionalmente sopportabile, ci facciamo forza a l’uno con l’altro e si prosegue senza che si spenga l’entusiasmo. Da un determinato momento in avanti è stato chiaro che la via d’uscita più semplice fosse la salita, per cui l’obbiettivo va perseguito. L’ultimo tiro di ghiaccio, costituito da una sorta di stalattitino dal quale si esce con un passetto di misto, è il più impegnativo della salita, ma è breve; dopo di esso proseguiamo ancora nel canale e restano da affrontare due tiri con qualche passaggio di misto, in traverso verso sinistra. Qui troviamo l’unica sosta attrezzata di tutta la via, ci sono tre chiodi ed un cordone. Ancora qualche metro, passiamo sotto la cornice, siamo fuori.

Il sole è un ricordo lontano
A pochi metri dall’ultima sosta
Ultimi passi sotto la cornice che sporge dalla cresta sommitale, incalzati dal vento e dalla neve

Piegati dietro un masso e incalzati dal forte vento, per la prima volta in tutta la giornata ci soffermiamo a guardare l’ora: è tardissimo. I tanti tratti di neve inconsistente ed il maltempo ci hanno rallentati più di quanto immaginato. Già durante i lunghi minuti trascorsi nelle ultime soste abbiamo ragionato insieme sulla discesa. Il canale sarebbe più veloce ma non ci fidiamo. Così iniziamo la nostra lunga marcia verso valle, ma questa storia forse già la sapete… Nonostante tutto, una volta fatto ritorno, è stato impossibile non concordare sull’aver vissuto un’esperienza intensa, bella, formativa e sicuramente indimenticabile!

Discesa passando per i Laghi Blu… Poco a poco la luce si fa flebile…

Il Macro-couloir è considerato una delle più belle e complete salite invernali della Valle Varaita. Magari un giorno ci torneremo con il sole. Ci è rimasta la curiosità di andare a provare anche la goulotte vicina, gli Apostoli Marrani, ma in questo momento non sappiamo quando sarà possibile perché le condizioni secche di cui abbiamo approfittato sono finite con la copiosa nevicata dei giorni scorsi. Ma com’è per noi così naturale ed inevitabile, continuiamo a sognare ed agire in modo che un giorno il sogno si trasfigurerà in un’altra giornata condivisa fino in fondo, legati ai capi di una corda tra le nostre meravigliose montagne.

Ancora qualche immagine di alcuni momenti della salita. Qui nella parte alta, penultimo tiro di ghiaccio.
I risalti ghiacciati sono intervallati da ripidi tratti nevosi
Il tiro chiave della via
La Montagna ci ricorda la sua natura severa.

Una goulotte fuori programma

La settimana trascorre nella sua solita tranquillità apparente, ma noi sotto sotto, come sempre, già stiamo sognando giorni di rinnovata libertà cercando nuove mete tra le nostre amate montagne. Nonostante le condizioni paiano strane e non ideali, abbiamo fin troppe idee per il tempo disponibile a realizzarle. Inizialmente non consideriamo di tornare nel Vallone di Vallanta, al quale abbiamo fatto visita sul finire dell’anno per Santa Toppa, una bella via di ghiaccio e misto sul Triangolo della Caprera, ma tutta una serie di vicissitudini fanno sì che la cordata formata da me e Tomasz sia diretta verso la classicissima Goulotte del Triangolo. Una cordata guidata dall’amico Andrea viaggerà in parallelo a noi, sulla via percorsa in dicembre, le cui condizioni sono però già rapidamente mutate. Sarà sempre Andrea a renderci possibile questa salita, aiutandoci ad integrare il nostro corredo di viti da ghiaccio ancora incompleto e dandoci degli ottimi consigli prima della partenza.

La nostra goulotte, che si forma principalmente per lo scioglimento della neve autunnale, è stata provata dalle temperature spesso alte e dai tanti passaggi delle ultime settimane in cui è stata letteralmente presa d’assalto, forse perché una delle poche linee di ghiaccio in buone condizioni nel periodo. Nonostante qualche tratto in cui già affiorano le rocce e altri in cui il ghiaccio non è che un sottile strato vetroso e precario, la linea è ancora ben percorribile e ci divertiamo a inseguirne l’elegante logicità.

La goulotte del Triangolo fotografata durante l’avvicinamento

Decidiamo come d’abitudine di partire molto presto, correndo su per la valle nera, poi percorrendo il sentiero d’avvicinamento con le torce frontali e giungendo alla base degli ultimi pendii con le prime luci del giorno. Siamo i primi, solo noi e la Montagna. Qui, nell’immenso silenzio, lo spettacolo della natura, per quanto sembri ripetersi simile ogni mattina, è superbo: la luce dapprima avanza all’orizzonte, per poi esplodere pitturando di rosa, rosso, arancio e d’oro le creste e le vette. Con tanta bellezza la nostra capacità di stupirci continua a rinnovarsi. Tuttavia il nostro cammino alla ricerca di ghiaccio da scalare ci porta a cercare freddo e ombra, e per molto tempo osserveremo la danza del sole di lontano, senza la fretta di unirci ad essa. Intanto vediamo comparire nel vallone la cordata di Andrea, che salutiamo con grandi gesti delle braccia.

Le prime luci del giorno nel vallone di Vallanta

Prima di partire ci fotografiamo sorridenti mentre sto per salire i primi metri di ghiaccio, a cui non voglio rinunciare per la troppa curiosità di verificare immediatamente le condizioni. Si intravedono tanti fori delle viti dei precedenti salitori e non sempre sono del tutto soddisfatta della mia chiodatura, ma posso proseguire ragionevolmente tranquilla verso la prima sosta. Giunta qui realizzo che tutto potrà andare per il meglio e accolgo con entusiasmo il compagno che mi raggiunge.

Pochi istanti prima della partenza, un ultimo sorriso
Primi passi nella goulotte
Tomasz a pochi metri dalla prima sosta

Proseguiamo a tiri alterni. Il momento più bello lo vivo sul tratto più ripido, sul terzo tiro: mi sento in armonia con la materia effimera alla quale mi congiungo tramite le punte dei ramponi e delle piccozze, la corda placida sotto di me e sopra la mia testa il futuro, ma nell’istante presente ho una piena consapevolezza del mio respiro, tace ogni pensiero esterno e sono in pace; coesistono la coscienza dell’errore e delle sue conseguenze e la necessità e la certa volontà del compimento, senza umane parole. Giunta in sosta, autoassicurata, guardo indietro, il salto appena superato più non si vede e il mio occhio corre rapido fino al fondo valle. E’ tutto tremendamente giusto.

Tomasz sul secondo tiro
Con una cordata di inseguitori alle spalle, percorro anche io la seconda lunghezza
Un momento in sosta e si riparte per il terzo tiro
In uscita dal terzo tiro

Superato ancora un tratto in condizioni più ostiche e delicate, senza far cadere l’attenzione, seguiamo l’invito aperto verso la cima: continuiamo così nel canale nevoso che segue, caratterizzato da una strettoia a 75°. Nell’ultima parte della salita ci accarezzano i raggi del sole e sul colletto ci sferza il vento freddo. La cima del Triangolo è a pochi passi. Il panorama si dispiega vasto intorno a noi, tra profondi valloni, canali, colatoi, vette innevate, valli più distanti.

Terminata la goulotte ci immettiamo nel canale sovrastante, che percorreremo per circa 150 metri fino al colletto presso la vetta
Giungendo al colletto
La piccola cima del Triangolo, sulla quale ci arrampicheremo per trovare il primo ancoraggio ed iniziare la discesa in corda doppia

Non è né presto né tardi, ma non temporeggiamo e ci apprestiamo alla lunga successione di calate in corda doppia sulle calde placconate del Triangolo, un altro viaggio. Non siamo velocissimi: dobbiamo infatti ricercare le soste a noi sconosciute, che spesso tendono a mimetizzarsi – un po’ arrugginite – sulla roccia; nel processo ne saltiamo una e devo risalire per un tratto.

Dopo la prima calata su grossi blocchi facendo attenzione a non incastrare le corde, ci prepariamo alle successive calate, più lineari
Belle doppie sulle placche del Triangolo
Le altre cordate in discesa, sospese tra luce ed ombra

Giunti al fondo vediamo sbucare dalla fascia di tetti che incide la parete i nostri amici e un’altra cordata: si calano sul filo tra luce e ombra, poi tutti ci inabissiamo giù nel giorno invernale che si eclissa rapido, terminando tra i boschi nuovamente alla luce della torcia frontale, rimanendo immersi in un sogno libero fino alla comparsa delle luci della civiltà.

Un rosso arrivederci